Halo, il videogame è diventato una serie sci-fi piena di umanità

Tra i personaggi presi dal gioco ma che assumono qui una caratterizzazione ancora più complessa c’è sicuramente la dottoressa Catherine Halsey, interpretata da Natascha McElhone, ovvero la scienziata che ha creato e monitora gli Spartan. Nonostante le intromissioni dell’ammiraglio Parangosky (Shabana Azmi), Halsey vuole continuare le sue sperimentazioni su Cortana, l’intelligenza artificiale così cara ai gamer ma che qui sfocia in qualcosa di più articolato e se vogliamo inquietante, al limite della clonazione umana e la manipolazione delle coscienze: “Halo ha sempre avuto un sacco di personaggi femminili e Halsey è forse il personaggio più sfaccettato, Natasha McElhone è perfetta nel mettere in campo tutte le sue sfumature, soprattutto quando c’è da capire quanto il fine giustifichi i mezzi”. L’ambiguità dei personaggi, che non sono mai totalmente positivi o negativi, è un aspetto molto interessante, che dice di quanto sia ambiziosa anche la narrazione che si vuole fare qui (una seconda stagione è già stata annunciata, dunque i piani della sceneggiatura sono sicuramente a lungo termine).

In definitiva Halo è una serie sci-fi decisamente contemporanea, fatta con tutti i crismi: cast diversificato e internazionale, grandi budget, effetti speciali straordinari, un universo narrativo pronto a offrire da ogni lato riferimenti e spunti (interessante è anche il personaggio dell’alleato fuggitivo Sorren, interpretato da Bokeem Woodbine, e in precedenza presente solo nel romanzo spin-off Halo: Evolutions). I viaggi da un pianeta all’altro, le astronavi che si guastano, le lotte tra fazioni contrastanti, persino gli alieni dagli spietati piani di conquista e gli amuleti che portano con sé poteri straordinari non sono di certo nulla di nuovo, ma questa serie ha dalla sua non solo il poter giocare su un immaginario ben preciso ma anche di potersi evolvere in modi solidi e imprevisti. 

Una metafora di ciò è l’armatura così iconica di Master Chief. Schreiber ne parla come una seconda pelle: “Ci vogliono molte ore per entrarci, ma il problema di per sé non è il peso, è che davvero tutti i movimenti sono limitati”, racconta lui, facendo riferimento a un momento fatidico legato al suo casco. Ecco, il casco che gli Spartan non si tolgono mai (un po’ come i guerrieri di The Mandalorian) segnerà una svolta nei primi episodi che è un ulteriore aggancio per la curiosità degli spettatori. Anche in questo suo infrangere le aspettative pur in un contesto ben prestabilito, sfruttando su una potenza di fuoco visiva ed emotiva senza precedenti, Halo è pura fantascienza televisiva sotto steroidi, anche se i giochi rimangono un’altra cosa.

Fonte : Wired