Lo smart working e la guerra

Quando scoppiò la pandemia, improvvisamente scoprimmo lo smart working: eravamo in lockdown e senza il lavoro da casa sarebbe stata molto più dura. Si sarebbe davvero fermato tutto. Poi lo abbiamo archiviato, rapidamente: un ministro ha addirittura detto che era ora di tornare a lavorare davvero, tradendo una concezione novecentesca del lavoro. 

E se ora lo smartworking fosse una delle soluzioni possibili da adottare per far fronte alla crisi energetica aggravata dalla guerra? L’Agenzia internazionale dell’energia ha appena pubblicato un piano in dieci mosse per cambiare stili di vita e risparmiare 2,7 milioni di barili di petrolio al giorno: nel piano ci sono incentivi per i mezzi pubblici, car sharing e treni notturni, ma c’è anche lo smart working. Lavorare da casa fino a tre giorni alla settimana, ove possibile, consente di risparmiare circa 500 mila barili di petrolio al giorno. 

Insomma vale la pena di rifletterci davvero: lavorando da casa tre giorni a settimana si riduce enormemente il traffico delle città, con il relativo inquinamento dell’aria; si riducono i consumi di benzina; e una parte del costo della bolletta elettrica si scarica sul lavoratore e su questo andrà fatto un ragionamento. Ma ci sarebbe un miglioramento della qualità della vita. Senza che il lavoro ne risenta: tutte le indagini fatte finora dimostrano infatti che un lavoratore più autonomo e legato ai risultati e non alla presenza fisica in ufficio un certo numero di ore, è più produttivo. Che aspettiamo?

La guerra in corso è tremenda, e la crisi energetica che abbiamo davanti spaventa tutti: ma possiamo subirla tornando al passato, sostituendo il gas russo con quello americano, oppure cogliere l’occasione di cambiare tutto, lasciarci finalmente alle spalle il ‘900 ed entrare in una nuova era. Più sostenibile, più rispettosa, persino più felice.

Fonte : Repubblica