Orchestra Verdi, esordio per gli Esercizi per non dire addio di Silvia Colasanti

L’ultimo lavoro della compositrice debutta il 24 marzo all’Auditorium di Milano nell’ambito della sua residenza presso l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi. In programma anche la Nona Sinfonia di Šostakóvič e il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61 di Beethoven. “L’arte trova sempre modi e spazi di libertà e bellezza”

Un violino e un’orchestra per unire il passato e il presente, in un filo unico che va da Beethoven alla contemporaneità. Giovedì 24 marzo, alle 20:30, all’Auditorium di Milano, debutta “Un Violino per Due”, spettacolo che segna la prima esecuzione degli Esercizi per non dire addio per violino e orchestra composti da Silvia Colasanti su commissione dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. Una residenza, quella di Colasanti alla Verdi, cominciata nel 2020 e che prosegue nella più fervida e proficua collaborazione. A eseguire gli Esercizi per non dire addio sarà Domenico Nordio, solista a sua volta molto legato all’orchestra di Largo Mahler, che si esibirà anche nella Sinfonia n. 9 in Mi bemolle maggiore op. 70 di Šostakovič e con il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61 di Beethoven. Dello spettacolo, che replicherà venerdì 25 alle 20 e domenica 27 alle 16, abbiamo parlato con la compositrice Silvia Colasanti.

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Giovedì 24 marzo il debutto ufficiale, con la prima esecuzione. Come si sente?
Sono molto felice di tornare presso un’orchestra con cui ho lavorato per tanti anni molto bene e di tornare, anche se già un po’ siamo tornati, a una forma di normalità nel lavoro dopo la pandemia. C’è stato un concerto da poco, ce n’è un altro ora, un altro ci sarà ad aprile. Sembra che il ritmo sia ripreso quasi con normalità.

Perché “Un violino per due”?
È un nome che non ho dato io ma suppongo sia perché c’è in programma ance il concerto di Beethoven. Potremmo anche dire, anche se forse non era l’intento dell’organizzatore, che un violino per due sintetizza anche il lavoro del compositore e dell’interprete.

Esercizi per non dire addio. A chi o cosa dobbiamo non dire addio?
Alla nostra storia, alla bellezza, a quello che siamo, che è il frutto anche di quello che siamo stati. Lo dico da persona che non sa cosa sia il sentimento della nostalgia, senza nessun desiderio di vivere il passato, ma solo di vivere il presente con la consapevolezza che questo presente è anche il precipitato di quello che siamo stati.

Sì, a me piace molto lavorare nelle stagioni di repertorio, nel senso che sono più a mio agio nel lavorare in questi contesti che non in quelli più di nicchia per addetti ai lavori più specificamente legati alla musica contemporanea. E questo perché mi piace avere un pubblico non di addetti ai lavori ma eterogeno, che come ha gli strumenti per comprendere Beethoven o Šostakovič, ha anche quelli per comprendere la musica di oggi se chi la scrive ha gli strumenti di dialogo necessari per farsi comprendere.

C’è anche un po’ un’unione tra passato e presente. Quasi una ricerca del presente nel passato.
Sì, e anche del passato nel presente.

Senza voler banalizzare concetti filosofici complessi, sembra un po’ il tema della circolarità del tempo e della storia.
Sì, ma anche l’essere consapevoli, oggi nel 2022, che tutto quello che ci ha preceduto, la nostra memoria, è quello che ci ha formato. E quindi va indagato sempre e il dialogo va mantenuto aperto. Una cosa che faccio senza tenere la testa voltata indietro, il mio sguardo è sempre rivolto in avanti. Ma l’indagine su noi stessi non può che partire dalla nostra memoria.

Questo accostamento tra la sua musica e i classici, tra il presente e il passato, sembra un po’ una costante del suo lavoro con l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi.
Sì, quella di presentare programmi eterogenei è una caratteristica della Verdi nella quale io mi trovo a mio agio. Secondo me è la scelta più intelligente che si possa fare, quella di non chiudere il pubblico dentro gabbie temporali come se ci fosse un pubblico per la musica romantica, uno per la barocca, uno per la contemporanea. La musica è atemporale, oltrepassa il tempo in cui è stata scritta. Il pubblico deve poter ascoltare e ritrovarsi tanto in un lavoro del passato quanto in uno di oggi.

Però Šostakovič ci insegna forse che l’arte, la bellezza, la musica, così come anche la letteratura, riescono a trovare degli spazi di libertà anche in situazioni così dolorose e compresse e riescono a oltrepassare anche loro quel tempo e raccontare la propria voce.

Qual è stata la stella polare che l’ha guidata nella composizione di questi Esercizi?
Quella che poi guida sempre tutte le persone che vogliono scrivere con autenticità, quella di essere onesti con sé stessi, cercare di non nascondersi ma svelarsi, quando si scrive.

Due anni di residenza, in mezzo il Covid, qual è il bilancio finora?
Il prossimo sarà il terzo e il bilancio è sicuramente positivo. Nonostante tutto, la Verdi ha sempre continuato a fare attività, siamo sempre riusciti a trovare soluzioni adeguate alle prescrizioni che ci sono state relativamente a questo evento così inaspettato. Alla fine la creatività è anche quella di saper trovare soluzioni in un tempo non facile.

Si pensa che noi compositori in qualche modo scriviamo in solitudine, abbiamo meno bisogno del confronto, ma non è così. Il nostro resta sempre un lavoro dialogo con l’interprete e con il pubblico, quindi sicuramente abbiamo subito anche noi una grossa limitazione. Poi, al solito, questa limitazione va utilizzata come forma di altra introspezione. Tutti abbiamo rallentato i nostri tempi e forse questo ci ha insegnato qualcosa che in tempi di cosiddetta normalità rischiavamo di non vedere.

Ora però pare che ci si stia assestando su una normalità. Forse nuova, ma comunque una normalità.
Sì, sembrerebbe che adesso abbiamo uno sguardo un minimo più speranzoso sul futuro, sia per quello che possiamo prevedere sia perché forse abbiamo anche imparato a convivere con qualcosa di così inaspettato, quindi ci sentiamo un po’ meno impauriti.

In un momento così difficile, con la guerra alle porte dell’Europa, qual è il ruolo della musica e dell’arte?
Noi naturalmente lavoriamo con mezzi espressivi, non con mezzi politici, però è anche vero che questi mezzi espressivi possono ricordarci sempre quanto le soluzioni nascano dall’empatia, dalla comprensione, dalla compassione. Questo è il senso dell’arte, quindi mi auguro che a tutti venga sempre data la voce per potersi esprimere, anche se sicuramente l’arte troverà le sue strade a prescindere. Io sono convinta che tutti gli artisti, anche nella storia, ci abbiano dimostrato di riuscire a trovare sempre modi diversi e uno spazio di libertà e di bellezza.

Fonte : Sky Tg24