Batman di Joel Schumacher: cosa è andato storto?

Vi abbiamo raccontato nella nostra recensione di The Batman l’eccezionale ritorno del Cavaliere Oscuro, ma molti ricorderanno che qualche anno prima della tanto apprezzata trilogia di Nolan i fan dell’eroe DC dovettero affrontare un dittico straniante. Gli incassi di Batman – Il ritorno non convinsero la Warner che, spinta soprattutto dagli sponsor sconvolti dalle tinte più dark del secondo progetto di Burton, decise di rilanciare il franchise in una chiave più vicina alle famiglie e meno violenta (puntando, curiosamente, sull’autore di Un giorno di ordinaria follia). Vendere gadget restava comunque una delle priorità.

La morte di Joel Schumacher ha portato ad una riscoperta di Batman Forever e Batman & Robin, due opere estremamente controverse ma in un certo senso di fondamentale importanza, senza le quali probabilmente non oggi non avremmo l’MCU e le successive incarnazioni del crociato incappucciato. Quella del 1997 fu un fallimento sotto ogni punto di vista ma non sarebbe mai esistita senza la precedente: Forever, infatti, fu un enorme successo e la produzione del sequel non esitò a partire. Ma, cosa più particolare, ottenne ben tre nomination agli Oscar (fotografia, sonoro e montaggio sonoro). Le due pellicole, nel tentativo di piacere a tutti, finirono inevitabilmente per non piacere a nessuno: ma cosa è andato storto nei due film diventati nel corso degli anni dei cult?

Il giocattolo camp di Joel

Non è facile comprendere cosa sia frutto dell’eccentrica mente dell’autore e cosa sia stato imposto da interessi produttivi. In poco tempo, un’iniziale sceneggiatura già poco entusiasmante venne mutilata e ridotta ad una serie di eventi collegati senza nessi coerenti di causa-effetto (e il sequel fu persino peggio, anche senza grossi tagli).

Appare così più chiara la scelta del rifiuto di Michael Keaton a Batman Forever. Gli script facevano già all’epoca acqua da tutte le parti ma non è questo il motivo principale per il quale vengono ricordati. Molti dei fan del crociato di Gotham non hanno mai digerito l’estetica camp e la grande dose di ironia grottesca di quei due titoli (i capezzoli della tuta e la bat-carta di credito sono solo due delle tante bizzarrie, con il tempo diventate iconiche). Se Forever aveva a suo vantaggio una natura ibrida, ancorata al lascito burtoniano (tra un abbozzo di love story e qualche accenno di violenza nel primo omicidio dell’Enigmista), il sequel perse ogni contatto con la realtà, non solo cinematografica. Una sorta di ritorno allo show televisivo degli anni Sessanta, più stravagante, votato all’eccesso e con un budget maggiore.

Il mood tenebroso qui si alleggerisce, si semplifica e si arricchisce con personaggi e battute ai limiti del risibile. Una revisione che sembra trarre ispirazione direttamente dalla Silver Age e dalle storie a fumetti più scanzonate (parte di quelle pre-Frank Miller). E la Gotham City che ne viene fuori è uno spettacolo straniante, sgargiante e “fumettoso” – volendo citare le parole dello stesso regista – che arriva al tracollo nell’enorme parco giochi che fu il secondo film. Una creatura completamente differente da quella di Burton e dalle incarnazioni future: confusa, estremamente cartoonesca (con tanto di effetti sonori!) e con un’identità che mal si rapporta a quel mondo.

Da Batman a Robin: eroi anonimi e comprimari controversi

Ogni generazione ha il suo Bruce Wayne e ne ricorda con affetto le gesta, ma i due protagonisti dei lavori di Schumacher sembrano esser stati volutamente dimenticati. Archiviato l’addio di Keaton, si scelse di puntare su Val Kilmer che, probabilmente pentendosene, accettò senza informarsi sulla sceneggiatura. E ciò che ne venne fuori non fu certamente brillante.

Kilmer non è mai interessante, manca di fascino e intensità, sia nei panni di Bruce che in quelli di Batman, ma soprattutto è privo di profondità psicologica. Burton aveva esplorato le complessità dell’uomo pipistrello e dell’individuo dietro la maschera, mentre qui l’indagine è ridotta a dei flashback di un trauma che non verrà mai sviluppato nel corso della storia (sicuramente vittima dei tagli allo script), troppo abbozzato e slegato da ogni concretezza. A ciò si aggiunge il rapporto con l’imbarazzante terapeuta Chase Meridian (Nicole Kidman), di cui meno si parla e meglio è. Impossibile però andar veloci sulla sua spalla, Robin. Il ruolo di Chris O’Donnell è uno dei sacrificati dal rimaneggiamento della sceneggiatura, perché ogni suo comportamento è sempre incomprensibile, passando nell’arco di poche scene dal piangere la scomparsa della famiglia a far baldoria per Gotham a bordo della Batmobile. Se nel secondo lungometraggio la sua presenza è completamente senza appigli, in Forever rispecchia perfettamente l’intera produzione: tra orecchini, moto, giacca di pelle e casuali mosse di karate, sembra essere ciò che Warner pensava potesse interessare ai giovani degli anni Novanta.

In Batman & Robin cambia l’attore e arriva l’ennesima batosta: entra in scena un nuovo costume, che rende il Cavaliere oscuro più un giocattolo che un tenebroso vigilante. George Clooney, già famoso grazie al successo di E.R., ha sicuramente un impatto più convincente del suo anonimo predecessore ma soffre la scrittura di un Bruce Wayne intento prevalentemente a sfoggiare gadget. La Batgirl di Alicia Silverstone, poi, segnò addirittura il declino della carriera dell’attrice di Clueless (così come l’accantonamento, in chiave cinematografica, del personaggio).

Dei villain… sfumeggianti!

Furono però gli antagonisti a rubare la scena, non proprio positivamente: ogni singolo nemico, infatti, perse la complessità dell’alter ego fumettistico per diventare macchietta.

Nel titolo del 1995 è l’Enigmista la minaccia più importante: euforico e stravagante, Jim Carrey proietta il mood di quelli che allora erano i suoi recenti successi (Ace Ventura, The Mask e Scemo & più scemo) sul personaggio, donandogli un tipo di follia totalmente diversa da quella più cinica e controllata che troviamo nell’Enigmista di The Batman (secondo voi l’Enigmista di Paul Dano è all’altezza di Heath Ledger?). Una scelta che potrebbe anche convincere se non fosse per enigmi e indovinelli dall’alto tasso di banalità e delle movenze in stile slapstick che a lungo risultano stucchevoli. Il peggio arriva con il Due Facce di Tommy Lee Jones: chiamato a sostituire Billy Dee Williams per volontà di Schumacher, l’attore premio Oscar non ne combina una giusta. Oltre a creare una serie di problematici disagi per via del rapporto turbolento con il cast e la troupe, la sua performance è una strana e inspiegabile imitazione di Joker. Di certo, però, non è stato aiutato dalla scrittura criminale che elimina tutta la sua dualità e la fondamentale backstory sul perché voglia far fuori Batman, apparendo semplicemente come un folle dalla doppia personalità.

Batman & Robin non migliorò le cose. In quel caso furono tre i villain, uno peggiore dell’altro, e il cast si arricchì con star di grandissima fama. A cominciare da Uma Thurman e la sua Poison Ivy, trasformata in una sorta di caricatura della Catwoman di Michelle Pfeiffer, priva però di profondità, pur portando con sé una complessa sottotrama legata al cambiamento climatico. L’intervento di Bane, ridotto a fare da aiutante privo di background e cognizione, fa decisamente rimpiangere la versione di Tom Hardy.

Ma non bastava, in mezzo fu messo anche il costosissimo (ed esigente, tanto da far apparire il suo nome prima di quello di Clooney nei titoli di testa) Arnold Schwarzenegger nei panni di Mr. Freeze. Il personaggio era tornato alla ribalta grazie alla trasposizione animata e portava con sé non solo un’emozionante storia familiare ma anche un design interessante. Inutile ripetere quanto già detto per il resto del cast: anche una recitazione accettabile non salva dagli infiniti giochi di parole a tema ghiaccio/freddo. Quando poi i suoi scagnozzi attaccano su dei pattini da ghiaccio i protagonisti, abbiamo già capito di essere in caduta libera.

Fonte : Everyeye