The Gilded Age è un Downton Abbey più ambizioso e arzigogolato

A livello televisivo negli ultimi anni nessuno è stato più inconsolabile dei fan di Downton Abbey. Ora la loro possibilità di riscatto viene da The Gilded Age, la nuova serie dello stesso autore, Julian Fellowes, prodotta da Hbo e che da noi arriva dal 21 marzo su Sky Serie e Now. I paragoni non si sprecano, ovviamente, ma è proprio per questo che gli appassionati di vicende aristocratiche e vecchi merletti potranno immergersi in un nuovo contesto che non lascerà delusi: c’è una nobiltà di vecchia data che sente scricchiolare il proprio primato, ci sono giovani eredi che inseguendo l’amore sfidano lo status quo, ci sono lutti e scandali finanziari, c’è anche una servitù sempre più emancipata (almeno a livello di chiacchiere) e che ovviamente tesse i fili segreti di equilibri familiari e sociali molto più grandi di loro.

Ambientata nella New York degli anni Ottanta dell’Ottocento, quell’epoca d’oro appunto tutta proliferazione edilizia e affari milionari, la serie ci fa capire chiaramente (e forse lo ribadisce anche fin troppo) che c’è uno scontro in atto: quello tra la “vecchia città”, ovvero la classe agiata che ha retto le sorti e i banchetti cittadini fin dai tempi della guerra d’indipendenza, e i nuovi ricchi, quei borghesi che hanno trovato fortuna nella ferrovia e nella neonata borsa d’affari. La ricca vedova Agnes van Rhijn (Christine Baranski), affiancata dalla più tenera sorella vedova Ada Brook (Cynthia Nixon), è una delle più strenue resistenti ai cambiamenti sociali in atto. Sarà costretta a scendere però a patti quando deve accogliere in casa la nipote Marian Brook (Louisa Jacobson), figlia di un fratello caduto in disgrazia e appena morto. Con Marian arriverà anche Peggy Scott (Denée Benton), ragazza nera con aspirazioni da scrittrice nonostante il razzismo che la circonda a ogni passo.

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A sfidare la sostenuta van Rhijn ci sono anche i nuovi vicini, Bertha (Carrie Coon) e George Russell (Morgan Spector), appunto fulgidi rappresentanti di quei new money che i vecchi nobili disprezzano così tanto. Bertha, in particolare, vuole fare di tutto per riscattare il proprio umile passato, assoldando architetti formatisi in Europa e cuochi francesi, nonché cameriere “sottratte” alle migliori famiglie, ma forse poi non così fedeli. I suoi strenui tentativi di ingraziarsi le dame altezzose e imbellettate incontrano diversi ostacoli, mentre il marito è sempre più determinato a conquistare la città a suon di affari spregiudicati. C’è anche un avvenente figlio, ovviamente, Larry (Harry Richardson), che ovviamente incrocerà la strada di Marian e rischierà ancor di più di scardinare quei netti confini di snobismo che sembrano permeare ogni ambito della città, persino (e soprattutto) la beneficenza. 

Fin dai primi episodi, The Gilded Age ci tiene a sottolineare di essere una versione ancora più maestosa di Downton Abbey: i palazzi sono più sfarzosi, i costumi più colorati e improbabili, i saloni da ricevimento ancora più ampi, le conversazioni ancora più manierate eppure affilatissime. Il problema però è che s’introducono anche tanti più personaggi (se nella controparte inglese conoscevamo i Crowley e i loro inservienti qui è tutto moltiplicato per tre, per quattro): soprattutto all’inizio si fatica a orientarsi in un turbinio di relazioni e di sottotrame che sono quasi più tipiche delle soap. Bisogna anche attendere pazientemente che tutto questo venga montato sapientemente come di solito sa fare Fellowes, anche se per il momento manca quel pizzico di intrigo e di pepe che fin da subito ci aveva conquistato nella magione britannica (il diplomatico turco!).

Fonte : Wired