Casa-merce destra e sinistra

Torna ciclicamente la questione delle abitazioni, e come recita involontariamente spietata stamattina la recensione a una ricerca sociologica sulle mitiche periferie: «In Italia si è sempre ritenuto che, per affrontare il problema della casa, la via maestra fosse quella di favorire l’accesso alla proprietà, come se questa garantisse automaticamente un miglioramento della qualità della vita» (Alfredo Mela su Città Bene Comune). Ed è sinceramente sconcertante che ogni volta che si attiva l’enorme filone culturale degli architetti e urbanisti progettisti, di fatto egemone in questo campo molto oltre la complementare sociologia e la stessa politica, la divaricazione netta tra la casa merce pilastro della destra liberale e la casa servizio vessillo della sinistra redistributiva e solidale venga posta in secondo piano, come se non fosse invece la questione chiave. In altre culture dove si bada più al sodo che al principio un po’ campato in aria, esistono ben distinte la casa economica ovvero le politiche pubbliche per favorire la «salita della scala di proprietà», e la casa sociale ovvero il marginale deposito temporaneo di chi per vari motivi a quella scala non può ancora accedere. Quando si ragiona sulle politiche tocca sempre considerare quei due molto separati filoni.

Invece per esempio nelle «riflessioni dei progettisti» non se ne parla mai. La forma degli alloggi, la loro composizione, i quartieri (tutti elementi che influiscono in modo determinante sia sugli investimenti che sulla loro immagine sociale.politica per generazioni) cambiano natura proprio al cambiare dell’idea proprietaria o no. L’Unità di Vicinato su cui si modellano tanti nostri quartieri e a cui guarda praticamente ogni trasformazione urbana novecentesca in una misura o nell’altra, ha proprio come presupposto l’Alloggio Familiare Proprietario, non certo il Deposito Temporaneo del godimento in affitto-assegnazione di una proprietà pubblica o collettiva. Che certamente può coesistere col modello egemone, ma consapevolmente e in modo governato. Sembra però che quando si organizza lo spazio fisico, quando ci si riversano risorse e aspettative, di quella relazione non esista alcuna traccia. Mentre se il medesimo ragionamento viene fatto nell’ambito del mercato nascono ad esempio da un lato appunto il quartiere o complesso di abitazioni, dall’altro la casa albergo o il residence, giusto per rimanere ai tipi edilizi. E le diverse forme di auto-gestione.

Quando si parla di degrado delle periferie (o di loro porzioni) «ridotte a enclave» ci si dimentica che quella enclave è appunto proprietaria prima che geografico-spaziale. Altrimenti non si capirebbe neppure perché non è mai funzionato il criterio di identificare nella misura d’uomo o di famiglia la casetta, e disumanizzante invece la composizione seriale di appartamenti. Quando il criterio non era assolutamente quello. Per la destra politica ed economica del resto il problema non esiste: casa significa proprietà, idealmente certo, ma anche nella concretezza delle strategie urbane e sociali. Un tempo anche la sinistra, pur in prospettiva, nell’ambito di una tendenziale «abolizione della proprietà» pensava ad abitazioni preferibilmente concepite come contenitore provvisorio, non identitario, non mercificabile proprio perché il valore, i valori, stavano da un’altra parte. Oggi cosa pensa, la ex sinistra in transito verso qualcos’altro? Sta pensando esattamente come la destra che le abitazioni pubbliche sono residuo di utopia socialista di cui liberarsi (magari senza ammetterlo esplicitamente) oppure vive una nostalgia modernista inconsapevole di casa-albergo virtuale? Sarebbe interessante chiedere separatamente a tanti assessori alla «casa» cosa ne pensano, del dilemma esistenziale.

Riferimenti: Urbanistica di destra, urbanistica di sinistra

Fonte : Today