Il Filo Invisibile Recensione: il film Netflix sulle famiglie arcobaleno

Se pensiamo a quelli che sono gli obiettivi del cinema, al di là dell’intrattenimento, non possiamo non pensare subito anche, per molte delle produzioni di qualsiasi epoca, alla necessità di raccontare una storia che possa educarci, aprirci gli occhi su una finestra che non sempre prendiamo in considerazione. Il Filo Nascosto, film di Marco Simon Puccioni, ha questa missione importantissima del volerci mostrare la normalità, con il pericolo che tutto ciò verrà presentato solo a chi l’ha già ben compresa, mentre chi fa fatica a stare al passo con i tempi se ne terrà comunque alla larga. Ciononostante il titolo, approdato su Netflix dopo un breve periodo in sala (qui potete trovare tutte le uscite di marzo 2022 su Netflix), intrattiene, diverte e aiuta a far riflettere sulle problematiche moderne anche chi – purtroppo – sembra essere ancora estraneo in un mondo che appartiene a tutti.

Figlio di due padri

Leone (Francesco Gheghi) è un adolescente romano che sta preparando, come compito scolastico, un documentario su uno spaccato di vita quotidiana. La sua scelta ricade sulla storia più affascinante che ha a portata di mano: quella dei suoi due genitori, o meglio dei suoi due padri. Simone e Paolo (Francesco Scianna e Filippo Timi) sono una coppia inossidabile, pronta a festeggiare il ventesimo anniversario, e che ha deciso, pochi anni dopo il coronamento del loro rapporto, di avere un figlio.

Grazie al supporto di una loro amica, Tilly (Jodhi May), hanno così accolto Leone senza mai voler sapere chi dei due è il padre biologico, il cui seme è riuscito, a discapito dell’altro, a fecondare l’ovulo prestato dalla madre surrogata. Nonostante tutto sembri idilliaco, purtroppo dietro l’angolo si nascondono i canonici problemi di coppia che potremmo aspettarci da un momento all’altro, ma che vissuti dall’occhio di un figlio abituato a crescere e vivere con due padri si acuiscono nel momento in cui ci sono da prendere delle decisioni burocratiche contro le quali sbattere la testa, per una giurisdizione che non ha saputo mai aggiornarsi. L’ottimo Gheghi, già visto di recente in Mio fratello rincorre i dinosauri, il toccante film diretto da Stefano Cipani basato sull’omonimo romanzo di Giacomo Mazzariol, si pone al centro di una vicenda che per i nostri tempi potrebbe essere quasi epocale. Lo è perché nel periodo in cui rincorriamo una normalità da condividere con tutti, ci ritroviamo a dover ancora lottare contro vicende aberranti.

La scelta di Puccioni, nella sua regia e nella sua narrazione, è quella di seguire un canovaccio abbastanza prevedibile, per i risvolti e per il finale, ma che ci permette, in ogni caso, di affrontare tutta la vicenda da un punto di vista ben diverso, del quale abbiamo bisogno. La famiglia arcobaleno – ci perdonerete la semplificazione – messa in piedi da Simone e Paolo è schiava di quelle dinamiche che appartengono anche alle relazioni tradizionali, sia nel momento in cui c’è da sorridere, sia quando c’è da piangere.

L’erosione dei pregiudizi

I padri di Leone finiscono per essere spesso destinatari di pregiudizi che il ragazzo in qualche modo prova ad arginare, ma che finisce per alimentare involontariamente. Succede quando si presenta a casa la madre di una nuova compagna di classe, quasi del tutto integralista e attirata dalla figlia nella trappola, non conoscendo la situazione di Leone; succede quando il ragazzo viene creduto, come se fosse scontato, omosessuale, perché cresciuto con due genitori di sesso maschile.

Agli occhi del prossimo è normale, ma agli occhi del sedicenne romano è tutto diverso, va messo in discussione, perché la sua autodeterminazione arriva prima di qualsiasi cosa, pur non essendoci supporto dal mondo esterno. Non sempre. Il rapporto tra Simone e Paolo, infine, viene minato nel momento in cui si ha la necessità di riconoscere, in qualche modo, la genitorialità: a uno dei due va assegnato il ruolo di padre biologico, ed è qui che Puccioni riesce a mettere in piedi la rottura principale della nostra giurisdizione. Dopo aver costretto i due a diventare padri in California, dove Tilly ha partorito Leone, adesso dovrà essere la pura genetica a fare da unica discriminante per autenticare uno dei due genitori in qualità di capofamiglia. Se d’altronde la locuzione giuridica “mater semper certa” spinge a una sola presunzione di paternità, ne Il filo invisibile è necessario ricorrere quanto prima a una soluzione per meglio comprendere come risolvere la matassa messa in piedi da una scelta che, direbbe qualcuno, non è convenzionale.

Qualcuno pensi al figlio

Il vero mattatore delle vicenda finisce per essere proprio Gheghi, perché i personaggi di Simone e Paolo vivono delle loro difficoltà e delle loro frustrazioni, scatenandosi in vendette materiali e sfogandosi in una bolla nella quale sembra non esistere altro al di fuori del rapporto. Leone, invece, ha bisogno di esprimere la propria visione di ciò che accade, pur rivendicando – come già accennato – il proprio status, del quale non ha vergogna e nel quale crede fortemente.

Cresciuto in maniera educata, con tutti i crismi, il suo identikit andrebbe a infastidire qualsiasi persona convinta che crescere con due padri rappresenta una storpiatura di una convenzione. Così il personaggio del giovane Francesco finisce per dare voce a tutti gli attuali o futuri figli di una coppia arcobaleno (riscoprite anche la nostra recensione di Days, il film LGBT che ha fatto impazzire la critica), finendo per dare valore alle tematiche chiave della propria crescita.

La pellicola segue, così, il corso del documentario di Leone, che inizia in un modo e finisce in un altro, senza mai perdere l’obiettivo e la messa a fuoco dell’intera vicenda, affrontata in maniera coerente e lucida, in grado di reggere a tutti gli scossoni che la burrasca lo costringe a vivere. Nel mezzo, il rapporto inizialmente opaco con la sua nuova compagna di classe, con la quale poi la vittoria arriva grazie alla parola, al confronto, alla dialettica, quella mancata tra Simone e Paolo per tanti anni. Allo stesso modo, Puccioni si affida alla metafora dell’arrampicata, sport scolastico praticato con piacere anche fuori dalle mura didattiche, per raccontarci la scalata che è la nostra vita, esaltata dalla volontà di raggiungere un obiettivo che per molti sembra inarrivabile: la normalità.

Fonte : Everyeye