Cosa cambia nella stazione spaziale con la guerra: c’è un (piccolo) messaggio di speranza

Una buona notizia. Scontata, forse, ma più che mai necessaria: Mark Vande Hei non sarà abbandonato nello spazio. Per chi non avesse seguito, l’astronauta Nasa si trova attualmente sulla Stazione Spaziale Internazionale, impegnato in una missione che si concluderà il prossimo 30 marzo con il ritorno su un razzo Soyuz dell’agenzia spaziale russa. Con il crescere delle tensioni tra superpotenze, nelle ultime settimane si era diffuso il timore che la Roscosmos (l’agenzia spaziale russa) potesse arrivare a un gesto estremo, vietando l’utilizzo delle sue astronavi al personale americano, e abbandonando così, di fatto, il povero Vande Hei nello spazio. 

Dopo il turno di servizio più lungo della storia, con ben 355 giorni a microgravità, aspettare un’eventuale missione di salvataggio americana non sarebbe certo stata una passeggiata. E l’esito, a dirla tutta, non sarebbe stato neanche scontato: Vande Hei ha in fatti in dotazione una tuta spaziale russa, incompatibile con i sistemi di supporto vitale delle capsule Crew Dragon di SpaceX utilizzate dagli americani. Un pasticciaccio, insomma. Che fortunatamente non sembra destinato a concretizzarsi: negli scorsi giorni la Nasa ha rassicurato di essere regolarmente al lavoro con i colleghi russi nella gestione della stazione spaziale, e che Vande Hei tornerà certamente a casa nella data prevista, insieme ai cosmonauti Pyotr Dubrov e Anton Shkaplerov.

Visto il periodo, vogliamo prenderlo come un messaggio di speranza: il buon senso è destinato a prevalere. Ci piace pensare che anche nei palazzi del potere abbiano chiaro che la cooperazione – e in particolar modo quella scientifica – è il motore del progresso; la guerra la sua antitesi. In questo senso, la Stazione Spaziale Internazionale è un simbolo potente: la più grande struttura artificiale mai costruita al di fuori del nostro pianeta; un laboratorio orbitale che ha ospitato cittadini di 19 nazioni, e prodotto scoperte scientifiche fondamentali in campi che vanno dalla medicina all’astronomia, passando più o meno per ogni altro ambito dello scibile umano. Uno dei più grandi traguardi mai raggiunti dalla nostra specie, insomma, che senza la fine della Guerra Fredda, e l’inizio della collaborazione tra le due ex superpotenze rivali, non avrebbe mai visto la luce. 

Sul fronte opposto, i venti di guerra di queste settimane stanno producendo conseguenze più che mai tangibili. Al Cern, sede del più grande acceleratore di particelle del mondo (dove sta per iniziare un nuovo, storico, round di misurazioni), hanno già deciso di sospendere lo status di osservatore garantito fino ad oggi alla Russia, così come ogni futura collaborazione scientifica con il paese. Da Iter, il più avanzato progetto di ricerca al mondo sulla fusione nucleare (la principale speranza per un’umanità a impatto zero), per ora non sono arrivate comunicazioni ufficiali. Ma è un programma nato proprio per permettere la collaborazione tra Unione Sovietica e Occidente, di cui oggi fanno parte Russia, Unione Europea, Cina, India, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, e sono in molti a temere che potrebbe risentire delle tensioni diplomatiche tra gli stati membri se il conflitto continuerà a trascinarsi nei prossimi mesi, e i rapporti diplomatici continueranno ad incrinarsi. 

Per non parlare di ExoMars, il programma di esplorazione marziano con cui Esa e Roscosmos avrebbero voluto andare a caccia dei segni lasciati da antiche forme di vita aliene su Marte: sarebbe dovuto partire in autunno, ma nelle scorse settimane l’Esa ha annunciato che difficilmente lo scenario internazionale permetterà di procedere con la missione, che rischia a questo punto concretamente di essere archiviata a pochi mesi dalla partenza. 

Per la scienza, insomma – in Russia come in Occidente, la guerra avrà ripercussioni destinate a farsi sentire per decenni. E gli scienziati ne sono ben consapevoli: non a caso, oltre 8mila tra ricercatori e giornalisti scientifici russi hanno coraggiosamente firmato una lettera aperta per condannare l’aggressione dell’Ucraina da parte della madrepatria, ricordando che fare ricerca scientifica, oggi, è “impensabile, senza la cooperazione e la fiducia dei colleghi di altri paesi”. In un momento del genere, quindi, non si può che sperare che tutti, ad Est come ad Ovest, ricordino cosa può fare il genere umano quando collabora pacificamente. Quali meraviglie può creare la scienza in tempo di pace, e quali orrori ci ha mostrato di saper realizzare quando viene usata invece per farsi la guerra. 

Fonte : Today