Don Camillo e Peppone, il primo film ha 70 anni: Brescello è il loro piccolo mondo antico

E se sotto la pergola, tra Giovannino Guareschi, Fernandel, Gino Cervi e Julien Duvivier, quando erano semplicemente Giuanin, Fernand, Gino e Julien e le telecamere erano spente, e il turibolo non dispensava incenso e i compagni era solo in sezione, a sancire l’abbraccio tra la letteratura, il cinema, il diavolo e l’acquasanta ci fosse stato un po’ di pane casereccio e una marmellata di prugne di Lentigione, che da Brescello dista uno sputo di chilometri ma le cui prugne erano rinomate già del nel Milleseicento? Non mi stupirei che tra un suono di campana, il municipio, la canonica e la voluttuosa Gisella il tempo si fermasse tra un bicchiere di Lambrusco e una corba di prugne Zucchella di Lentigione. Brescello è la Bassa padana. Tra le sue vie si annusa il respiro del Po. Si attraversa in poco tempo. E’ come una via Crucis laica. Parzialmente laica. Per dire quanto i personaggi creati da Giovannino Guareschi abbia condizionato l’immaginario di quell’Italia che si allontanava dalle macerie della guerra per avvicinarsi al benessere degli anni Sessanta, quel decennio che Edoardo Vianello definì una estate durata dieci anni, basta ricordare che quando Fernandel-Don Camillo fu ricevuto in Vaticano da Pio XII, il Sommo Padre gli disse che era un prete più famoso di lui. Oggi a celebrare quel mondo antico, ma mai passato di moda, ci sono il Museo Guareschi e il Museo Peppone e Don Camillo, dove è custodito il carro armato che, si narra, un paio di volte l’anno, venga fatto muovere. Sia chiaro è disarmato. La casa di Peppone è in pieno centro storico, quella del Don è sulla via Costituente, giusto per mettergli un po’ di pressione politica. Muove commozione e desideri proibiti la caricatura della Gisella, fedelissima di Peppone che fu trovata incapucciata e col sedere dipinto di rosso. Oltraggio attribuibile, si dice, né al sindaco né al parroco ma bensì a un marito stanco di una moglie che al talamo preferiva gli incontri politici. Per altro situazione vissuta in tante famiglie in quegli anni nella Rossa Emilia. Non nel senso delle natiche colorate ma del provare un piacere più forte per la falce e il martello che per una lasciva carezza coniugale. A vigilare sulla comunità, oltre all’Unità, la Madonnina, che protegge viandanti, residenti e turisti all’incrocio tra via Tagliata e la statale della Cisa.

Andrea Artoni, vice presidente dell’Associazione Valorizzazione Prugne Zucchella di Lentigione, nata nel 2007, racconta che Brescello ha il senso dell’accoglienza e che la scelta della produzione di collocare lì il set ha valorizzato molto il territorio: “Vengono molti turisti -dice-  dall’Austria, dalla Germania e anche dalla Francia grazie a Fernandel e al regista Julien Duvivier che Guareschi ha conosciuto durante il suo esilio in Francia”. In realtà Guareschi voleva ambientare i film a Busseto ma al regista non piaceva, lo trovava troppo moderno, e dunque hanno visitato tutti i paesi della zona, individuando infine a Brescello, che era più genuino e scalcinato, che la ha spuntata su Pomponesco. Poi qualche scena è stata girata a Boretto per avere la benedizione del Po. Sul logo della marmellata, a sottolineare la connessione col la storia, è riprodotta la location del primo Don Camillo, quella dello sciopero dei mezzadri che non mungevano le mucche. La Corte di San Giorgio è a Lentigione e nella corte svetta tutt’oggi il campanile romanico. La famiglia Artoni le coltiva da cento anni e sono certi che le hanno mangiate più e più volte durante le riprese: “Sono poche migliaia di vasetti -dice Andrea Artoni- che hanno un forte valore affettivo: per chi è emigrato è un sentirsi a casa, è un tornare bambino”.

Fonte : Sky Tg24