Perché occupare la villa della figlia di Putin e ospitarci profughi è cosa buona e giusta

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Gli interni della villa della figlia di Putin

Ho letto commenti di persone scandalizzate perché un gruppo di attivisti ha occupato la villa della figlia di Putin, invece che essere preoccupati per l’accoglienza dei rifugiati ucraini.

Ma se un gruppo di attivisti ebrei, durante la Seconda guerra mondiale, avesse occupato la villa di Hermann Göring, o direttamente quella della figlia di Hitler – magari comprata con l’oro sottratto dai denti dei deportati – vi sareste scandalizzati allo stesso modo?
Perché i paragoni fra personaggi storici sono tutti abbastanza ridicoli, e ogni imperatore di oggi ha già il suo contesto di riferimento a identificarlo senza necessità di scomodare i dittatori del passato, ma se il raffronto delle proporzioni è stupido, quello dei metodi di risposta tiene invece la menzogna in scacco.

Le occupazioni non sono a prescindere buone o cattive, dipendono dalle motivazioni. Neanche mangiare cioccolata è di per sé un’azione gustosa, se la cioccolata non ti piace oppure soffri di gastrite o sindrome del colon irritabile.
Invece occupare la villa della figlia di Putin nella località balneare francese di Biarritz – dove il gruppo di attivisti ha dichiarato di aver già cambiato le serrature e che la villa è pronta ad accogliere i rifugiati ucraini in fuga dalla guerra – potrebbe esserlo. Perché se le leggi non le forzi un po’, la Storia non la cambi.
Non solo: una dimostrazione analoga si è verificata nei giorni scorsi anche a Londra, dove un gruppo di attivisti è entrato nella villa dell’oligarca russo Oleg Deripaska, a Belgrave Square, e dove dalla terrazza è stata fatta sventolare la bandiera ucraina, affiancata da uno striscione con la scritta: “Questa proprietà è stata liberata”.

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Occupare un luogo è un atto simbolico enorme, e rivendicare l’occupazione pubblicamente è un atto coraggioso perché espone direttamente a un rischio sanzionatorio. Anzi: decide di fare dell’eventuale sanzione un mezzo di visibilità per dare ossigeno alla storia.
In altre parole: hanno occupato la villa della figlia di Putin, in Francia, per “renderla casa accogliente per i rifugiati dall’Ucraina”, ma anche per dire al mondo: “Non è possibile tollerare la ricchezza che si fonda sulla guerra e sulla gestione del potere in modo predatorio”.

Putin in Russia ha dominato incontrastato grazie alla censura, alle leggi liberticide e alla repressione – anche nel sangue – del dissenso e della critica.

Eppure oggi leggo considerazioni di persone che invocano l’inviolabilità della proprietà privata rispetto a – poverina – la figlia di Putin che si è trovata la villa occupata. Ovviamente una villa in cui non abitava, semplicemente uno degli infiniti possedimenti della famiglia del presidente che ha ordinato di invadere l’Ucraina.
In altre parole: nessuno è rimasto senza casa per l’occupazione di quelle 8 stanze di lusso vista mare con piscina privata in giardino.

Eppure leggo critiche di persone preoccupate della perdita dello Stato di diritto, che usano frasi del tipo: “E se occupassero casa tua?”
Se casa mia l’avessi comprata con i soldi di mio padre che fa uccidere oppositori politici e assassinare giornalisti, e invade l’Ucraina per essere sempre più potente e ricco, penso farebbero molto bene non soltanto a occuparmi casa, ma anche – se mi trovassero all’interno – ad accompagnarmi alla porta con l’ausilio della soletta della scarpa appoggiata sul deretano.

Chi parla di “violazione dello Stato di diritto” dovrebbe sciacquarsi la bocca proprio con un libro di diritto.
Lo Stato di diritto è stato violato con la guerra, e prima ancora con l’uccisione di giornaliste come Anna Stepanovna Politkovskaja.
L’occupazione delle ville degli oligarchi – complici del potere di Putin – mira a una presa di coscienza su fatti incresciosi come l’invasione armata del Paese ucraino, o in altre parole mira proprio a “ristabilire lo Stato di diritto”.

Sia chiaro: il termine “oligarca” deriva dal greco antico oligarkhia che significa “comando di pochi”. Non usiamo il termine “oligarca” per i russi e quello di “imprenditori” per gli italiani perché siamo razzisti. Sono semplicemente due questioni diverse.
Gli oligarchi russi più vecchi sono quei magnati degli affari appartenenti alle ex repubbliche sovietiche che hanno accumulato ricchezze stratosferiche durante le privatizzazioni russe. Ma sono anche le stesse persone – da qui il termine “oligarchi” – che hanno accettato un “grande patto” con Putin: esplicito appoggio alla sua politica in cambio del mantenimento del loro potere.
Altri invece sono diventati oligarchi nel tempo, spesso grazie alle relazioni dirette di Putin con loro. E quando il rapporto di fiducia di Putin con loro è venuto meno sono stati incarcerati, spesso con accuse ritenute dalla stampa occidentale pretestuose.

“Chi non occupa preoccupa”, si legge ancora sopra certi striscioni fuori dagli istituti scolastici, durante le occupazioni delle scuole superiori. Non è sempre vero, ma nel caso degli oligarchi russi – e pensando alla villa della figlia di Putin – penso proprio di sì.

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Sono giornalista e video reporter. Realizzo reportage e documentari in forma breve, in Italia e all’estero. Scrivo libri, quando capita. Il più recente è “Siate ribelli. Praticate gentilezza“. Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi. Per farlo uso le parole e le immagini. Mi nutro di video e respiro. Tutti i miei video li trovate sul canale Youmedia personale.

Fonte : Fanpage