Studio Battaglia: nel calvario dei remake italioti, una serie che ci risparmia la via crucis

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Remake, che passione. Tipo quella del Golgota. Rai e Mediaset non sembrano poter fare a meno di guardare all’estero per acciuffare storie da riadattare poi in fiction di primetime. Nelle ultime settimane, infatti, si registra una vera e propria epidemia di copia e incolla nei palinsesti: se in casa del Pubblico Servizio, Vostro Onore è il cosplay di Your Honor e Noi è il fax stinto di This is Us, dal Biscione si risponde con la messa in onda di Più forti del Destino, sapido scalpo della francese Le Bazar de la Charité. Martedì 16 marzo è stata la volta, per Rai 1, dell’esordio di Studio Battaglia, gemello siamese di The Split, legal drama sfornato dalla BBC e praticamente impossibile da recuperare nel nostro bel Paese, VPN a parte. Con Lunetta Savino, Barbora Bobulova, Carla Signoris e compagnia di giro recitante, questo Studio Battaglia ha il vantaggio, rispetto ai precedenti epigoni sopracitati, di non poter temere il confronto con l’originale. Semplicemente perché qui da noi non c’è. E possiamo dire? Che sia frutto di un patchwork raffazzonato o di una sapiente rielaborazione di sceneggiatura, ci siamo trovati davanti a una storia che vorremmo continuare a seguire.

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Studio Battaglia ruota intorno alle alterne vicende delle due generazioni di donne che ne portano il cognome. Tutte avvocate. O avvocatesse? Meglio avvocati? Nei dialoghi si gioca molto su quale termine sia più opportuno utilizzare per definirle, all’ombra dell’avvento del temibile schwa. E questa è una delle tante finezze stilistiche qui impiegate che, senza stare a scomodare un particolare genio di sceneggiatura, funzionano. Nel corso delle loro esistenze, le Battaglias hanno avuto modo di bisticciare vicendevolmente per amore, per lavoro, per meteoropatia, non perdendo occasione di fregarsi fidanzati e maledire a turno i genitori senza mai cessare, però, di gestire divorzi. Perché questo è il ramo legale di cui da sempre si occupano. Tra contrasti sopiti, aperte ostilità e una madre (Lunetta Savino) Lady di Ferro che se rivede l’ex marito dopo 20 anni non fa un plissè ma poi a casa si sbronza ascoltando i Duran Duran a palla, le protagoniste sono tutte toste da far spavento. Ma, ancora di più, hanno un cuore. 

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Ecco sì, il cuore delle donne, per quanto avvocate divorziste, è il vero personaggio principale di Studio Battaglia. Stucchevole? Può darsi. E, proprio per questo, val bene rendervene edotti prima del play. Dimostrano l’indistruttibilità dell’acciaio inox 18/10 da cui sono forgiati i ventricoli femminili in questione, i banalissimi uomini presenti: siano essi clienti o papabili corteggiatori, sono sempre e comunque delle bestie rare di cinismo e cattiveria allo stato puro che spesso sfocia nella più greve ottusità. Dal milionario che molla la moglie dopo 30 anni e gliene dà notizia direttamente dirimpetto ai legali, fino al calciatore che cerca di chiudere la futura sposa in un contratto pre-matrimoniale asfissiante, non se ne salva uno. Per non parlare del padre delle Battaglias, desaparecido la bellezza di due decenni e d’improvviso ricomparso con la pretesa di contare più del due di picche a briscola.

Le storie dei clienti e dei loro divorzi, motrici delle prime due puntate, mostrano una realtà molto adatta a quella che i trend social, nel bene o nel male, impongono a suon di hashtag: a morte il patriarcato, i maschi sono tutti geneticamente sprovvisti di spina dorsale ma, per fortuna, le femmine non hanno alcun bisogno di loro per campare. Come si diceva, parodisticamente, in The Boys 2: “Le femmine ce la fanno”. L’annullamento delle personalità maschili, comunque, non danneggia, almeno per ora, la trama della serie. I dialoghi, forse anche grazie allo stampo british originale, alle volte arrivano a essere dalle parti del brillante, al netto di qualche strafalcione italiota come “quanto sei faiga oggi!” (sic).

Se la scelta musicale ricade, fin troppo spesso, sulla solita melodia melensa da fiction Rai, fatto salvo qualche guizzo, Studio Battaglia tutto sommato risulta essere una serie che male non figurerebbe su una piattaforma di streaming a uso e consumo del sano binge watching. Invece, i prossimi due degli otto episodi totali, ci aspettano nel primetime di Rai 1 martedì prossimo venturo. Nel frattempo, non resta che stupirci dell’apparente prodigio: il Servizio Pubblico avrà finalmente imbroccato un remake? Que será, será. Nel frattempo, di certo, gli sceneggiatori italiani, quelli che pur avrebbero il compito di inventar storie di proprio conio, possono dormire sonni tranquilli. Tanto quanto il pubblico da casa, per una volta non costretto a dover metabolizzare l’ennesima sciagura a puntate molli. Whatever will be, will be. Ma soprattutto: whatever.

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Sto scrivendo. Perennemente in attesa che il sollevamento di questioni venga riconosciuto come disciplina olimpica.

Fonte : Fanpage