Red, il primo ‘anime’ della Pixar nel segno di Ranma e Sailor Moon

Red è il venticinquesimo film della Pixar, nonché il primo diretto interamente da una donna (qui trovate la nostra recensione di Red). Un evento storico, importante, che Disney aveva già anticipato di qualche anno, soprattutto quando aveva deciso di affidare il live action di Mulan a Niki Caro. Un titolo che, appoggiandosi a quella che è la cultura e la tradizione di Domee Shi, regista nata a Chongqing, in Cina, ma immigrata all’età di due anni in Canada con i suoi genitori, traspare di energia asiatica.

Proprio come la protagonista Mei, quindi, la cineasta si ritrova a essere una cinese a Toronto, senza che però questo le possa trasmettere alcun tipo di infelicità o di disagio: c’è una perfetta coesione di elementi e di società, travalicando qualsiasi problema di genere o di appartenenza a un’etnia diversa. Non interessa a nessuno. I temi di Red, infatti, sono ben altri, inseguendo quella necessità di esaltare le criticità di un rapporto madre-figlia, ma anche appoggiandosi molto a un’influenza che deriva dagli anime asiatici.

I primi problemi adolescenziali moderni

Nonostante gli studi interni a Disney abbia iniziato da tempo a raccontare in modo molto inclusivo personaggi che vivono delle storie che necessitano un percorso di auto affermazione e di dimostrazione di poter trascendere dai limiti imposti dalla società che li circonda, è la prima volta che in Pixar si affronta una tematica riguardante una ragazza adolescente dell’epoca moderna, in un universo che ha sempre guardato con morbosa attenzione il mondo dei ragazzi.

Tutto era iniziato, d’altronde, con Andy di Toy Story, per poi continuare con Nemo, Remy e Alfredo, e mentre Riley Andersen, di Inside Out, aveva appena undici anni, Merida viveva un’epoca totalmente diversa dalla nostra. C’è di più, perché Domee Shi decide di usare come elemento scatenante della vicenda la pubertà, le mestruazioni. Sebbene l’argomento possa, nelle fasi iniziali, assumere un concetto quasi centrale, viene usato solo come scusa per far emergere quel gigantesco, rosso, mostro ormonale. Che poi si rivelerà essere, a parte qualche necessaria rottura ai fini di trama, un enorme peluche, morbido e amichevole. Perfetto per legarsi a quello che è lo scenario totalizzante della Toronto di Pixar: la celebrazione dell’età adolescenziale, con tutte le esperienze del caso e gli interessi che ne seguono, tra cui le boy band e gli anime che hanno d’altronde ispirato la regista.

Tradizione anime miscelata a tecnica occidentale

Sailor Moon, Pokémon e Fruits Basket (quest’ultimo non molto noto in Italia, ma molto apprezzato in Giappone per le tematiche shojo) sono le tre principali fonti di ispirazione per Red, con la regista che si lascia andare a delle atmosfere fortemente colorate e dalle espressioni squisitamente asiatiche.

Quelle reazioni dei personaggi, ma anche le movenze facciali esagerate, esasperate da metterci sotto al naso proprio quelle che sono le sensazioni delle quattro ragazze nel momento in cui esplodono di gioia o di qualsiasi altro sentimento che l’animazione giapponese ha imparato, negli anni, a far deflagrare in un arcobaleno di mimiche facciali. Mei affronta tantissime emozioni nel corso della sua storia e l’animazione non poteva che essere spinta al massimo proprio per questo. Ovviamente la sfida, in questo caso, è rappresentata dalla necessità di combinare gli elementi degli anime giapponesi, che visivamente sono più stilizzati e grafici (quindi generalmente anche in due dimensioni), con quella che è la CG in tre dimensioni della Pixar, diametralmente opposta per la sua natura occidentale. Una commistione affascinante, perché tutti gli appassionati degli anime avranno notato come nel momento dell’eccitazione tutti gli occhi si ingrossano e iniziano a sbrilluccicare, così come le palette dei colori si esaltano in derivazioni che confermano quei colori à la Sailor Moon di un’animazione anni ’90 che colpisce in pieno la storia ambientata nel 2002, anno curioso scelto da Shi.

Ranma e il body-swap di Shinkai

Arriviamo, poi, a quella che è anche un’altra conferma da parte della regista, ossia Ranma. L’anime di Rumiko Takahashi, anch’esso figlio di quel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, ci aveva raccontato la storia di un giovane sedicenne che a causa di una maledizione è destinato a trasformarsi in una ragazza, mentre il padre in un panda gigante. Un elemento che torna in voga adesso in Red. Nel quartiere di Nerima, a Furinkan, la storia della ragazza dai capelli rosa aveva preceduto di molto le tematiche che poi Makoto Shinkai ha esaltato in Your Name, riproponendo un body-swap dal corpo di una ragazza a quello di un ragazzo, e viceversa.

Sebbene in Red non avvenga nessun trasferimento, ma si tratti tipicamente di una trasformazione del corpo di Mei stessa, il collegamento con Fruits Basket calza ancora di più: Yuki Soma scopriva, infatti, che tutti i membri della famiglia che la accoglie sono affetti da una maledizione che li muta in animali dello zodiaco cinese nel momento in cui vengono abbracciati da una persona del sesso opposto. Insomma, una sorta di reazione ormonale, anche questa, proprio come quella che accade a Mei nel momento in cui inizia – in una delle scene più divertenti dell’intero film – a scoprire le proprie pulsioni sessuali nei confronti di un diciassettenne commesso del minimarket locale.

Sono metamorfosi che non hanno bisogno di regole, che avvengono perché così è la scelta narrativa: non serve spiegarle, ma solo piegarsi a quella che è la magia della tradizione asiatica. Una magia che tutti devono accettare, senza domandarsi per quale motivo Ranma avrebbe dovuto, all’improvviso, cambiare sesso, né perché il body-swap dovrebbe avvenire proprio tra persone del sesso opposto. Anche in questo caso, a nessuno importa che Mei abbia i vestiti a posto dopo essersi trasformata in un panda rosso ricoperto di soli peli.

Un duo che mai si scioglierà

Chiudiamo con due elementi che non possiamo non prendere in considerazione: il rapporto tra madre e figlia che Pixar ha già sviscerato in Brave, ma che ha una derivazione ancora più connotata in un altro film Disney, sempre distribuito per l’home video, come accaduto con Red.

Si tratta di In Viaggio con Pippo, a oggi tra le storie con maggior tensione nel rapporto tra un adolescente e il proprio genitore: in quel lungometraggio che esaltò la figura di Goofy in quanto padre, rendendolo il migliore in assoluto in quel ruolo dell’intero universo Disney – a sorpresa per i più, a riconferma del ventaglio di opportunità che il carattere del personaggio ha offerto dagli anni Trenta a oggi – c’era tutto quello che serviva a Mei per esplodere, come avviene alla fine del titolo. Shi aveva affrontato questa tematica anche in Bao (recuperate il nostro speciale su Bao) specificando quanto fosse alta la sua attenzione nei rapporti tra madre e figlio: in quel caso la sindrome del nido vuoto veniva affrontata con un risvolto grottesco, legato al fagocitare il raviolo che la donna aveva accudito e cresciuto come il figlio che l’aveva abbandonata per costruirsi una nuova vita; qui, invece, l’aggressività della reazione è affidata all’esplosione di uno spirito domato con un rituale che non può bastare a placare la furia che c’è dentro di noi.

C’è poco della cultura anime asiatica, ma c’è tanto dell’autoaffermazione che abbiamo già citato e che esalta delle tematiche moderne che si concretizzano nel volersi legittimare e dimostrare di poter essere qualcosa di diverso, ma non per questo da additare e da punire. Che ognuno riesca a essere se stesso, in qualsiasi condizione: Ranma alla fine degli anni Ottanta ci riuscì. Trent’anni dopo ci riesce anche Mei.

Fonte : Everyeye