L’interminabile fuga di una mamma con la figlia da Zaporizhzhia

AGI – Un viaggio difficile, lungo, con poco cibo e al freddo, “con 200-300 persone ammassate in un solo vagone” del treno, sedute in ogni angolo libero, per terra nei corridoi, ovunque.

Inna, che ieri ha compito 42 anni e sua figlia Anna di 9, hanno concluso la loro personale odissea, 5 giorni di viaggio tra treno e auto, a Pinerolo a casa dell’amica di sempre, Hannia, andavano a scuola insieme da bambine. E adesso lei, che in Italia è “fuggita nel 2014“, ha spalancato le porte dell’appartamento dove abita con Ivan, l’uomo italiano con cui poi si è sposata. “Qui possono restare quanto vogliono, c’è la stufa, ci siamo noi, staremo bene” racconta Hannia all’AGI, traducendo la storia dell’amica, seduta accanto a lei, che parla con un filo di voce, ingoiando l’emozione. 

“Siamo scappate da Zaporizhzhia, dove ha sede la centrale nucleare. E’ stato uno shock sentire gli spari che si avvicinavano. Da noi non c’è la metropolitana da usare come rifugio, non ci sono bunker per nascondersi”. Andare via subito era l’unica soluzione, “soprattutto per mia figlia. Senza di lei sarei rimasta. Come ha fatto mia madre. Non è voluta venire con noi, ha 75 anni, il viaggio era troppo difficile, mi ha detto ‘resterò qui finché non morirò”.

Con questo bagaglio pesantissimo di angoscia, Inna e Anna sono corse in stazione. “Lì c’era una folla enorme, una lunga coda. Alla fine siamo salite, davano la precedenza alle madri con i figli e alle donne incinta”. Era solo l’inizio della “fuga” durata 5 giorni: 3 in treno per raggiungere Przemysl in Polonia e 2 in auto, fino a Napoli dove le ha portate un conoscente che era andato a prenderle al confine. E poi di nuovo in treno fino a Torino.

“Il treno per Leopoli, si è fermato spesso lungo il percorso. Quando abbiamo attraversato una zona vicino a Kiev dove bombardavano, a un certo punto si sono spente le luci, non potevamo lasciare accese neanche quelle dei cellulari per paura di essere visti” dall’esercito russo. “C’era un silenzio surreale. E abbiamo fatto molte deviazioni, prendendo percorsi più tranquilli per evitare le bombe”.

Inna, con le sue due lauree, per 18 anni ha lavorato nelle ferrovie come capotreno, quando ha visto colpire Kiev e la distruzione di Kharkiv ha capito che dovevano andare via. Ma non voleva lasciare la sua vita. “Qui cosa posso fare? Qui non sono nessuno. È molto difficile. Gli amici, il lavoro, la vita è lì. Mia madre. Chissà se ritroverò il mio appartamento. Se non ci fosse stata mia figlia sarei rimasta. Ma lì bombardano tutto, scuole e ospedali”.

In Italia invece la piccola Anna potrà ricominciare a sedersi in un banco e guardare avanti. Ivano che con la moglie Hannia, ospita mamma e figlia le ha portate in Comune, dove hanno registrato i documenti, e ha già parlato con le maestre, “qui a Pinerolo tutti sapevano del loro arrivo”, e dalla prossima settimana la bambina potrà andare scuola. L’unico problema spiega Hannia “è che la piccola non parla italiano, quindi le maestre non sanno se metterla in quinta dove potrebbe aiutarla mio figlio o in quarta, che è la classe dove dovrebbe andare. In qualche modo faremo. Mio figlio aiuterà Anna e io aiuterò Inna”.  

Fonte : Agi