Freaks Out: quando Disney incontra Tarantino

Quando Tod Browning diresse Freaks, nel 1932, lanciò nel mondo del cinema una sorta di bomba nucleare, destinata a cambiare per sempre il concetto di intrattenimento a causa di una storia dolce e complicata che scavava nelle idiosincrasie umane e nelle paure mai espresse. Il capolavoro del circense americano bruciò troppo in fretta le tappe che avrebbero portato ad una maggiore apertura mentale nelle storie sul grande schermo, e finì nell’uragano di polemiche che portarono al suo fallimento, molto prima che la Settima Arte gli tributasse lo status di leggenda recuperando la sua opera oscura.

Arrivati nei futuristici anni 2000, la lotta sociale si è cristallizzata sui termini più che sulle azioni, e lo scandalo suscitato dall’uso improprio delle parole è ormai all’ordine del giorno. Gabriele Mainetti non teme le ripercussioni legate ad un termine considerato orribile, e lega concettualmente il suo miglior film alla gemma di Tod Browning, esplorando una realtà che – nonostante siano passati 80 anni – ha ancora tanto da insegnarci su noi stessi. Freaks Out (qui trovate la nostra recensione di Freaks Out) arriva tra i film Sky di marzo 2022 deliziandoci con una pellicola che ondeggia tra il moraleggiare di una fiaba e la violenza esplosiva di un b-movie, mantenendosi in un equilibrio complicato e affascinante che tiene incollati allo schermo fino ai titoli di coda.

Che entrino i pagliacci

Israel dirige uno spettacolo unico, girovagando tra le città di un’Italia martoriata dall’occupazione nazista. I suoi fenomeni da baraccone regalano qualche istante di pace ad un pubblico che comincia ad abituarsi agli incomprensibili strepiti tedeschi e al vibrare delle esplosioni in lontananza.

Per quanto la vita possa essere complicata, il popolino disposto a pagare poche monete per entrare nel tendone si ritrova improvvisamente felice e spensierato, con l’inattesa gioia che sa dare solo la consapevolezza di qualcuno che sta peggio di te. Gli scherzi della natura esibiscono le loro stranezze davanti ad un pubblico ammaliato e timoroso, consapevoli di essere diversi ed inferiori per una società che – con l’apporto dell’eugenetica nazista – punta solo al meglio della razza umana. Freaks Out sbatte in faccia all’avanzatissima società moderna una storia amara che illumina le profonde incongruenze sociali, portate avanti da tempo immemore nonostante la falsa convinzione donata dal nostro chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie. Dall’uscita di Freaks sono passati 80 anni, ma se le diseguaglianze sono ancora vive e dolorose, è cambiato quantomeno l’approccio artistico alla causa, e i film di denuncia non sono più una rarità sui nostri schermi.

Il tema della diversità è stato sviscerato in diverse forme – dalla terribile crudeltà di Elephant Man al doloroso silenzio di Sound of Metal (trovate qui la recensione di Sound of Metal) -, ma l’opera di Mainetti sceglie di incanalarsi nella retorica che ha reso celebri molti lungometraggi d’animazione Disney, trovando un connubio assurdo con la sua estetica violenta e sanguinosa che lascia ben poco all’immaginazione.

Scoprirsi diversi

Elencare tutte le opere animate che trattano il tema porterebbe via migliaia di caratteri, ma basti pensare che anche l’ultimo lungometraggio Pixar (che abbiamo analizzato nella nostra recensione di Red) verte su una storia di diversità ed accettazione personale. Freaks Out prende da questo tipo di narrazione il cuore pulsante della sua trama per raccontare un’avventura che si allunga nel tempo e nello spazio, ma che alla fine torna ai suoi protagonisti.

La pellicola di Mainetti – così come moltissimi capolavori Disney – non arriva ad augurarsi una società dove le differenze passano inosservate, ma si illumina nella presa di coscienza dei suoi personaggi finalmente scesi a patti con la propria unicità, che adesso ergono a caposaldo delle loro esistenze travagliate. Freaks Out, inoltre, riprende dalle ultime uscite Disney il complesso rapporto con l’antagonista, ma mentre la Casa di Topolino sembra essere decisa ed eliminare il nemico duro e puro dal suo racconto, Mainetti ci regala un Franz estremamente simile ai nostri eroi: diverso e dileggiato.

Ciò che separa i buoni dal cattivo in Freaks Out non è solamente l’odiosa svastica sul braccio, ma proprio quell’accettazione di se stessi che viene a mancare per il circense tedesco. L’uomo odia profondamente la propria diversità, e arriva persino a tagliarla via pur di scimmiottare quell’esistenza che gli altri considerano normale, privandosi di quel dono incredibile per il quale veniva apprezzato dal suo pubblico.

Sangue e rumore

Questa narrazione moraleggiante e fiabesca si accompagna con dolcezza ad un lieto fine che riesce però a non essere scontato, perché Freaks Out è capace anche di esplodere nella violenza più cupa quando è necessario.

Il periodo storico è tumultuoso, anche più delle vite incomprese dei suoi protagonisti, e nascondere i fiumi di sangue di una guerra bestiale sarebbe stato inverosimile: Gabriele Mainetti dirige per questo scene dal forte impatto visivo, dove gli spari dei fucili stroncano vite e i colpi dei mortai lasciano mutilati. Il rosso del sangue macchia le strade di un’Italia diventata campo di battaglia tra i tedeschi e la resistenza, e i colori accesi di un conflitto massacrante cozzano con una soundtrack delicata e pura, in una continua alternanza tematica e sonora che rende la visione un’esperienza unica e straniante. Se con Lo Chiamavano Jeeg Robot il cineasta aveva sorpreso tutti – grazie ad un film che ridimensionava il blockbuster Marvel ad un eroe di borgata, come vi abbiamo raccontato nella nostra recensione di Lo Chiamavano Jeeg Robot -, Freaks Out è la definitiva consacrazione di un regista che sa trasformare un tema classico rapportandolo alla realtà umile e contemporanea, giocando con la sua storia e i molteplici stili di un film violento e attuale, ma che sa raccontare con delicatezza una morale da trasmettere a tutti. Proprio come le favole.

Fonte : Everyeye