The Batman, Farrell vs De Vito: qual è il miglior Pinguino cinematografico?

The Batman di Matt Reeves è un progetto che oltre a lanciare sul grande schermo un inedito Batman, dipinge, in modo esclusivo, gli avversari dell’Uomo Pipistrello, che sono da sempre stati una parte fondamentale del successo del personaggio Detective Comics. Il supereroe, infatti, si è sempre definito nel corso degli anni grazie alle sue nemesi e, senza dover scomodare il sempreverde Joker, che rappresenta se vogliamo il suo lato più folle, selvaggio ed estremo, molti altri antagonisti hanno contribuito alla consacrazione di Bruce Wayne. Uno degli aspetti più interessanti proprio di The Batman è che riscrive la mitologia del Crociato Incappucciato partendo dalle sue fondamenta, prendendo sì parecchio dal materiale originale (ne abbiamo parlato in un articolo, chiedendoci se The Batman è il film sul Cavaliere Oscuro più fedele ai fumetti) ma con la volontà di rinnovare da capo l’universo che ruota intorno alla sua figura, villain compresi.

Abbiamo già discusso dell’importanza della rilettura applicata all’Enigmista di Paul Dano (scoprite se Paul Dano è all’altezza di Heath Ledger), il cattivo principale della pellicola, ma è opportuno anche spendere qualche parola sull’Oswald Cobblepot di Colin Farrell. Non solo e soltanto in previsione della nuova serie spin-off sul Pinguino ufficializzata recentemente da HBO, ma anche per fare inevitabilmente la comparazione con un’altra versione del personaggio, quella incarnata da Danny DeVito all’interno di Batman – Il Ritorno del 1992.

The Batman: un Pinguino ancora nell’ombra

Diciamolo fin da subito: all’interno di The Batman, il villain interpretato da Farrell riveste una parte marginale e secondaria, nonostante sia protagonista di alcune scene particolarmente significative. Lo stesso attore, l’estate scorsa, aveva infatti specificato di aver lavorato in cinque, massimo sei sequenze.

Già questo elemento ci dice tanto sul suo valore e potenzialità nel lungometraggio: a differenza del Pinguino di DeVito, che compie un arco completo, dalla sua nascita fino alla morte, in questo caso vediamo in modo parziale solamente la sua ascesa nel mondo del crimine di Gotham City, partendo da una condizione favorevole, in quanto già sgherro di Carmine Falcone (John Turturro). Un ruolo drammaturgico che però potrà espandersi considerevolmente sia all’interno dello show sopracitato (che magari potrebbe mostrare anche il passato del personaggio) che in un potenziale sequel di The Batman, con un Cobblepot più consapevole e pericoloso. Nella sua caratterizzazione ancora volutamente acerba, però, si nascondono alcune caratteristiche degne di nota che delineano la sua dannosità futura: è un uomo senza scrupoli, un gangster fatto e finito che vive attorniato dai soldi e da mercenari che paga profumatamente, ma che è stato in grado anche di tessere delle relazioni pericolose sia con la politica e le autorità che con altri suoi colleghi criminali.

In questo è simile alla versione videoludica della serie Arkham, dove è un delinquente spregiudicato e dal dono innato per gli affari loschi, ma che non è legato a buffi marchingegni o piani assurdi, caratteristiche veicolate in Batman – Il Ritorno. Il suo aspetto, inoltre, è originale rispetto all’iconografia classica del personaggio: non ha un naso romboidale, non è basso o usa strani gadget, ma è solamente zoppo, si appoggia sì ad un ombrello ed è sfigurato in volto. Dalla mitologia fumettistica cattura quindi l’inclinazione, ma esteticamente è totalmente nuovo.

Il freak burtoniano per eccellenza, ma senza redenzione

La versione burtoniana di Oswald Cobblepot di Batman – Il Ritorno è invece assolutamente differente dall’incarnazione di Farrell. Per capirla, però, bisogna anche premettere che il Batman dell’oscuro Tim è più figlio dei fumetti anni ’40 del Cavaliere Oscuro, con una forte impronta autoriale dark che deriva dalle mani di un film-maker che plasma l’oscurità con la sua arte cinematografica.

Cominciando questa volta dal look, il villain è perfettamente in linea con quanto si è visto nelle prime storie Detective Comics con una spruzzata vittoriana che dona ulteriore eleganza ad una figura che si nutre il più possibile di sfarzosità modaiola per compensare il suo aspetto mostruoso. Tuba, basso di statura, ombrelli pericolosi e delle origini tragiche che portano su schermo nuovamente la parabola del freak secondo Tim Burton. Il piccolo Oz viene abbandonato dai ricchi genitori per il suo fisico aberrante e buttato nel fiume, dove è però accolto dai pinguini nella zona antartica dello zoo in declino della città. Per tutto il film, cercherà di trasformare la sua condizione facendosi accettare con il potere dei soldi e dell’autorità, prima cercando di diventare sindaco della città, poi scatenando il terrore sui primogeniti di Gotham (con qualche reminiscenza biblica) e minacciando di far esplodere la metropoli con i suoi palmati alleati armati di bombe. La redenzione però non avviene e finisce tutto in tragedia: la morte di Cobblepot è avvolta nel silenzio, nel cupo e straziante corteo che i pinguini, suoi unici amici, gli riservano prima di far sprofondare il suo cadavere negli abissi.

Una lettura, quindi, che non mostra il cattivo come principe del crimine, ma come un solitario emarginato sociopatico in cerca di un proprio posto nel mondo, capace anche di uccidere per raggiungere il suo scopo. Avvolto nella decadenza e nella cupa atmosfera della Gotham gotica e spigolosa di Burton, il personaggio rimane scolpito nella memoria collettiva (non a caso, DeVito tornerebbe volentieri ad interpretare il Pinguino) e, nonostante sia più fumettistico nell’aspetto, nella sua missione prende una strada non battuta da nessuno, rimanendo comunque di base un criminale spietato e spaventoso come è stato mostrato da sempre.

Se dobbiamo tirare le somme, è piuttosto complicato capire quale versione de Il Pinguino sia la migliore, anche tenendo conto che siamo di fronte a due interpretazioni di grande livello, ma con un peso diverso in scena: centrale nel caso di DeVito, marginale nell’incarnazione di Farrell. Anche esteticamente e caratterialmente gli antagonisti sono agli antipodi, prendono elementi fumettistici, ma li elaborano secondo i tempi e l’intenzioni progettuali. Una cosa è certa: Oswald Cobblepot continua ad avere un fascino cinematografico innegabile e non vediamo l’ora di scoprire come la nuova caratterizzazione di Reeves evolverà nel tempo.

Fonte : Everyeye