“Reflection”, il film che racconta il violento dramma del conflitto russo-ucraino

Quello del regista Valentyn Vasyanovych è un nome che si fa sentire anche nell’ultimissime notizie di cronaca: il cineasta ha infatti diffuso un vero e proprio manifesto, in seguito degli ultimi sviluppi in merito alla guerra tra Ucraina e Russia, che invoca il boicottaggio culturale di ogni forma d’arte russa, accusata di complicità con il regime.

Oltre a tal presa di posizione, su cui sicuramente si potrebbe discutere, la fortissima volontà di Vasyanovych di dar voce alla realtà ucraina traspare chiaramente anche dalla sua filmografia; Atlantyda, film del 2019 tristemente premonitore, è infatti ambientato in futuro simil-distopico che segue la fine di un devastante conflitto tra Russia e Ucraina e, esattamente come Reflection, affronta il complesso tema dell’elaborazione del trauma da parte di un soldato. Nelle sale dal 18 marzo, Reflection è il quinto film del regista ucraino; si svolge nel 2014, nel pieno dello svolgersi della guerra di Donbass, con protagonista un giovane chirurgo ucraino, catturato dall’esercito russo e costretto ad assistere alle terribili torture inflitte agli altri prigionieri.

L’opera si muove tra una denuncia delle atrocità perpetuate dall’esercito russo, quasi cinica nella sua assenza di sensazionalismi, ed una rappresentazione dell’indelebile traccia lasciata dal trauma di chi vi assiste. Nella sua rappresentazione asciutta e distaccata della violenza, Vasyanovych crea una disturbante visione che combatte quella – anestetizzante – dell’odierna cronaca, e che sicuramente non potrà lasciare indifferenti.

La trama del film

Serhij è un chirurgo di Kiev che sceglie di arruolarsi per prestare soccorso ai feriti causati da una guerra scoppiata proprio nel suo paese. È il 2014 e la tensione tra Ucraina e Russia è sfociata nel conflitto di Donbass; anche il nuovo compagno dell’ex moglie, Andrij, si è arruolato, e rischia la vita in prima linea. Serhij, però, entra per errore in territorio nemico e viene prontamente catturato e fatto prigioniero. Torturato e tenuto segregato in una cella putrida, Serhij viene infine costretto a prendere parte, date le sue conoscenze mediche, ai violenti interrogatori degli altri prigionieri, suoi compagni di armi, e allo smaltimento dei loro cadaveri.

Tra essi, persino Andrij, ormai in fin di vita, che l’uomo decide di uccidere in un sofferto gesto di compassione. Mesi dopo, a Serhij è concesso tornare a Kiev, dove si confronterà con il ritorno ad una fasulla normalità, sulla quale non smette mai di aleggiare il peso di quanto accaduto. Sarà il confronto con la giovane figlia a permettere all’uomo di, quanto meno, scendere a patti con il trauma vissuto. Senza svelarvi altro, vi invitiamo a guardare il trailer del film, pubblicato qui da Youtube.

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Una brutale ma necessaria messa in scena della sofferenza contemporanea

L’opera di Vasyanovych non è da affrontare a cuor leggero. Violenta, impietosa, a tratti insopportabile, la pellicola è composta da una serie di lunghe inquadrature fisse, che ritraggono gli avvenimenti da distante – non è presente un solo primo piano –, tanto che lo spettatore diventa un orripilato voyeur che, da lontano, assiste a indicibili sofferenze senza poter però distogliere lo sguardo. Non si tratta però di una messa in scena semplice, né tantomeno approssimativa. Ogni scelta del regista è curata e ponderata con impressionante precisione, e nulla è lasciato al caso, già a partire dallo stesso titolo, Reflection, che si presta ad una duplice interpretazione.

Se da una parte può far riferimento ad una riflessione sul contemporaneo, che è quella del regista, tanto quanto quella dello spettatore, favorita da un ritmo disteso ed interminabile, ricco di silenzi che costringono all’elaborazione di quanto appena visto, dall’altra richiama un aspetto più formale e compositivo. Il film è infatti fortemente popolato di specchi, schermi, finestre, che creano un quadro dentro il quadro e si frappongono tra i diversi luoghi della messa in scena, fino a creare una molteplicità di livelli di visione. Mentre Serhij e Andrij discutono sugli ultimi sviluppi del conflitto, la giovane figlia gioca una violenta partita di paint-ball al di là di un vetro; la stessa inquadratura del salotto – dotato di una grande vetrata – del protagonista ci mostra una veduta dall’alto di Kiev mentre questa muta parallelamente al progredire della storia.

E, anche nelle scene di quotidianità distesa, la presenza angosciante della guerra si fa sentire: nel silenzio, un uccello sbatte violentemente contro il vetro, lasciando un’impronta del suo corpo che Serhij fatica a rimuovere, e che aleggia su lui e la figlia per diverse scene. Il trauma vissuto non viene mai dimenticato, anzi, si ripropone a gran voce persino nei momenti più impensabili.

L’agghiacciante realtà vissuta dal popolo ucraino prende forma in un racconto che, di primo acchito, può sembrar sfociare in un’estetizzazione della violenza. Tuttavia, le inquadrature di Vasyanovych, seppur impeccabilmente costruite, non hanno nulla di piacevole: anzi, nel loro rigore estetico sono, se possibile, ancora più terribili. Il conflitto è dipinto con una tale brutalità da rendere chiaro che lo scopo del regista è quanto di più lontano da una sua glorificazione. Non sono risparmiate allo spettatore l’espressione di una crudeltà disumana, inflitta dai carnefici con la più assoluta indifferenza. Reflection descrive con una brutalità forse necessaria una realtà che ci tocca da vicino, che non credevamo possibile, ma su cui non possiamo rimanere in silenzio: le voci di artisti come Vasyanovych sono oggi più importanti che mai.

Voto: 8

Il trailer di Reflection

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Fonte : Today