Il senso della giornata mondiale contro la cybercensura

Il 12 marzo è la giornata mondiale contro la cybercensura, proposta nel 2008 da Reporters sans frontières e Amnesty International. Scopo della giornata è puntare un faro sulla necessità di mantenere internet libero e accessibile a chiunque e da qualunque parte del mondo, per salvaguardare la libertà d’espressione.

Ricordarla quest’anno ha un significato diverso e più profondo per via del contesto eccezionale che il mondo sta vivendo. È di ieri la notizia che la Russia, d’ora in avanti, considererà Meta, casa madre di Facebook e Instagram, al pari di una organizzazione estremista. Si tratta della risposta russa all’iniziativa di Meta di consentire ai cittadini ucraini di esprimere il proprio odio e disprezzo verso i militari russi. Tale libertà espressiva, che normalmente non sarebbe tollerata dalle linee guida di Meta, che in questo caso applicherebbe una eccezione ad hoc dovuta proprio allo stato emotivo causato dalla guerra, non è piaciuta al governo russo. A nulla sono valse le spiegazioni di Nick Clegg, in capo alle relazioni esterne di Meta, che hanno cercato di giustificare tale scelta affermando che le generali espressioni di russofobia, fuori dal contesto della guerra, continueranno a non essere accettate. Ad ogni modo questa ritorsione arriva dopo che da oltre una settimana Facebook e Twitter non sono più accessibili, se non tramite VPN, per ordine dell’Autorità delle telecomunicazioni russe.

Se questo epilogo non sorprende, vista la necessità di Mosca di controllare il flusso delle informazioni in patria per giustificare i costi umani ed economici di quella che doveva essere una “liberazione dell’Ucraina”, qualche riflessione è necessaria su una delle cause scatenanti di queste recenti scelte della Russia.
Questa manovra di offuscamento dei media occidentali, con la famigerata legge che prevede fino a 15 anni di prigione per chi diffonde notizie “false” sulla guerra, cioè colpevoli di essere contrarie alla narrazione putiniana, e con il ban di Facebook e Twitter, è la risposta all’iniziativa europea espressa dalla presidente della Commissione Europea Von der Leyen il 27 febbraio di bannare i media di stato russi RT (Russia Today) e Sputnik. RT e Sputnik, colpevoli di diffondere disinformazione sul conflitto russo-ucraino, sono stati dunque bloccati sia in televisione che online, grazie al coinvolgimento attivo di Meta, Google e Twitter. Se infatti per oscurare i canali televisivi è stato necessario passare da un regolamento formale, pubblicato il 1 marzo, quello online è avvenuto grazie alla pressione esercitata dall’Unione e dagli Stati membri sui CEO delle big tech.

Viene da chiedersi dunque se in realtà sia stata l’Europa, sempre in prima fila per difendere i diritti fondamentali e la libertà d’espressione, a iniziare questa escalation di provvedimenti censuratori, problema posto dalla redazione francese di RT in seguito all’annuncio della Von der Leyen.

Gli effetti della censura dei media russi

Come riportava Politico il 28 febbraio, se da un lato per Clément Beaune, segretario di stato francese per gli affari europei, RT e Sputnik non sono paragonabili a dei media tradizionali, la cui libertà d’espressione è da tutelare, perché si tratta di veri e propri organi di informazione russi, dall’altro quella mossa avrebbe esposto i media europei a contromisure di altrettanta forza da parte di Putin. Era infatti già accaduto in Germania con la chiusura della sede russa di Deutsche Welle, in risposta alla chiusura di RT in Germania disposta dal governo.

A manifestare le sue preoccupazioni sulla scelta europea è stato anche Ricardo Gutierrez, segretario generale della European Federation of Journalists: “La chiusura totale di un media non mi sembra il modo migliore per combattere la disinformazione o la propaganda. Questo atto di censura può avere un effetto totalmente controproducente sui cittadini che seguono i media vietati. Secondo noi, è sempre meglio contrastare la disinformazione dei media propagandisti o presunti tali esponendo i loro errori fattuali o il loro cattivo giornalismo, dimostrando la loro mancanza di indipendenza finanziaria o operativa, evidenziando la loro fedeltà agli interessi del governo e il loro disprezzo per l’interesse pubblico”.

Il risvolto prevedibile della medaglia è stato che ora i media occidentali hanno dovuto richiamare tutti i propri giornalisti che non possono più operare in Russia per via della nuova legge. A parte i cittadini che sanno cosa sia Tor e che possono dunque accedere a BBC e ad altri media aggirando la censura governativa, il popolo russo è ancora più di prima vittima della propaganda. Al contempo è più difficile per noi sapere cosa succede lì visto che i giornalisti, inclusi quelli russi, non possono più lavorare in modo indipendente, pena l’arresto, e i social media sono bloccati.

Altro episodio che merita una riflessione è infine la cancellazione da parte di Twitter del tweet dell’ambasciata russa nel Regno Unito con cui si nega il bombardamento dell’ospedale di Mariupol. Un analogo tweet dell’ambasciata russa in Italia è invece ancora online. Una volta che i lettori sanno che quello è l’account dell’ambasciata russa, quanto è utile rimuovere quelle dichiarazioni, chiaramente false? Qual è il servizio che viene fatto al pubblico “depurando” l’Europa da quella propaganda? Non esistono forse abbondanti alternative, in televisione, in edicola ed online, che possono dimostrare le falsità di quelle affermazioni? Dobbiamo considerare i cittadini europei incapaci di distinguere un organo di stato da uno indipendente? Se un intervento attivo dei social media è necessario a rilevare bot e falsi account che si spacciano per utenti normali, inclusi cittadini ucraini e russi, perché idonei a confondere i cittadini e ad inquinare il dibattito pubblico, è più difficile trovare una reale giustificazione a questa censura preventiva. I social media avrebbero potuto limitarsi ad aggiungere degli avvisi e dei link ad altre fonti a quel tweet e a quelli di RT e Sputnik, come fatto con il covid, e a demonetizzare i loro canali online, invece di bloccarli tout court.

La censura non è mai la soluzione migliore, è solo quella più facile e veloce da implementare, ma, come è accaduto, il risultato che porta è solo quello di creare tante isole informative che impediscono di dare ai cittadini un quadro completo. 

Fonte : Repubblica