Usa-Russia: zuffe stellari sulla stazione spaziale

Levati di torno, idiota! Altrimenti la morte della Stazione spaziale internazionale sarà sulla tua coscienza”.

Dimon, perché hai cancellato questo tweet? Non vuoi che tutti vedano il bambino che sei?

Sembrerebbe la solita, patetica zuffa da social se a rendersene protagonisti, fra il 7 e l’8 marzo, non fossero stati l’ex astronauta Scott Kelly, veterano della Nasa fra gli americani rimasti più a lungo in orbita, e Dmitry Rogozin, fedelissimo di Putin e direttore di Roscosmos, l’agenzia spaziale russa. Il tenore dello scambio, invece, racconta i riflessi spaziali del conflitto in Ucraina e in poche righe sintetizza il progressivo disgregarsi degli equilibri politici, anche oltre il cielo.

Equilibri duraturi, è bene sottolinearlo; e in un ambito, quello spaziale, cui sono legate le strategie militari, certo, ma anche buona parte delle nostre attività quotidiane, l’economia, il monitoraggio del clima, la salvaguardia della Terra e di noi con lei.

Per questo la rissa di Scott e Rogozin è tutt’altro che puerile: fotografa la compromissione di una collaborazione pacifica durata più di quarant’anni, qualcosa che il settore spaziale ha rappresentato e di cui è stato l’avanguardia nonostante le sue origini, rintracciabili a quando Stati Uniti e Unione Sovietica si ricorrevano puntando alla Luna.

Tutto finito. O almeno da rifare. E non è un caso che proprio la Stazione spaziale internazionale, il simbolo supremo di una space diplomacy di successo, sia stata al centro di tanto azzuffarsi: come raccontato qui, in risposta alle sanzioni tecnologiche imposte a Mosca, il 26 febbraio Rogozin aveva ricordato che l’eventuale estromissione russa comprometterebbe il controllo della Iss – alla cui navigazione è deputata Roscosmos -, con il rischio che le oltre 500 tonnellate di struttura spaziale cadano in testa ad americani, europei, cinesi o indiani (ai russi no, visto che il loro territorio non è sorvolato). Una sottolineatura da molti interpretata come una minaccia e rinfrescata quando il numero uno dell’agenzia russa ha fatto sapere, sempre via Twitter, che i rifornimenti alla stazione potrebbero essere interrotti, a meno che la Nasa, l’Agenzia spaziale europea (l’Esa) e a quella canadese (Csa) “rimuovano le sanzioni illegali alle nostre imprese e ai nostri appaltatori nell’interesse della Iss”.

Esegesi fantasiose a parte, il ritiro del personale russo dallo spazioporto europeo di Kourou, la settimana scorsa, e la decisione di Roscosmos di interrompere le proprie collaborazioni con i partner occidentali hanno subito trasformato le minacce, vere o presunte, in fatti: la prima a pagarne il prezzo – stricto sensu – è stata OneWeb, compagnia partecipata dal governo britannico, che il 4 marzo avrebbe dovuto lanciare dal cosmodromo di Baikonur, e a bordo di un razzo russo Sojuz, 36 satelliti della sua costellazione per internet a banda larga.

Il lanciatore e il suo carico sono rimasti sulla rampa in Kazakistan, in attesa che la Gran Bretagna rispondesse a un ultimatum di Rogozin: garantire che la costellazione non sia usata a scopi militari, richiesta impossibile da soddisfare visto i contratti pregressi di OneWeb, e ritiro dei finanziamenti inglesi alla compagnia, pena il “sequestro” – da capire se momentaneo – del carico spaziale. Come si è affrettato a rimarcare ancora una volta Rogozin, l’annullamento del lancio e dei successivi 15 previsti dagli accordi fra Roscosmos e OneWeb, che avrebbero dovuto completare la costellazione da 648 satelliti entro la fine dell’anno, renderebbe plausibile il fallimento di OneWeb, già salvata dalla bancarotta nel 2020 proprio dalle finanze inglesi e di altri investitori, fra cui la multinazionale indiana Bharti Enterprises. E sebbene Chris McLaughlin, capo degli affari di governo di OneWeb, respinte le richieste russe abbia già dato rassicurazioni circa la solidità finanziaria della compagnia, è evidente sia necessario rimpiazzare le Sojuz con lanciatori altrettanto affidabili.

Una riconfigurazione dei programmi in corso che va oltre il caso OneWeb: a terra potrebbero infatti rimanere anche i due nuovi satelliti della costellazione europea Galileo, il cui lancio, sempre via Sojuz, è programmato per il 4 aprile. L’eventuale annullamento non pregiudicherebbe il funzionamento della rete in orbita, ma paleserebbe la necessità di trovare un backup il prima possibile.

Nel frattempo, mentre si accumulano gli attacchi hacker ai danni di Roscosmos – il più recente rivendicato dagli attivisti di @YourAnonCentral, legati ad Anonymous, che hanno affermato di aver interrotto i collegamenti tra l’ente spaziale e i suoi satelliti, Mosca ha estromesso la Nasa dal programma Venera D, destinato a Venere, quindi ha interrotto la collaborazione con gli istituti tedeschi, una decisione che ha costretto al safe-mode – una “ibernazione momentanea” – il telescopio X “eROSITA”, a bordo della missione russa Spektr-RG, e che impedirà all’astronauta tedesco dell’Esa, Matthias Maurer, di svolgere esperimenti nel segmento russo della Iss, dove oggi si trova.

Non è peraltro da escludere che le tensioni possano avere conseguenze anche sul ritorno in orbita di Samantha Cristoforetti, programmato ad aprile: per ora, sebbene l’Esa li abbia annunciati come parte dei protocolli di gestione della Iss, l’improvvisa riduzione della durata della missione e il fatto che AstroSamantha non sarà, come programmato, la prima europea al comando dell’avamposto, ma la leader del solo segmento occidentale suscitano più di un timore.

Preoccupazioni che, a prescindere dalla risoluzione del conflitto in Ucraina, non possono che estendersi sull’immediato futuro del settore, soprattutto in Europa: da una parte perché è ormai improbabile che la missione ExoMars, una collaborazione fra Esa e Roscosmos, parta verso Marte il prossimo settembre, come previsto. Non è un rinvio da poco, sia per le risorse investite (anche dall’Italia), sia perché un eventuale ritardo costringerebbe a riparlarne nel 2024 o nel 2026.

Per conoscere il destino della missione congiunta bisognerà aspettare il 16 e il 17 marzo, quando si terrà la riunione del consiglio dei Paesi membri dell’Agenzia spaziale europea. Non sono pochi a volere ExoMars a terra, ma c’è chi è convinto sia necessario lasciare una “porta aperta” a Mosca, anche per dare un segnale di distensione su un tema cruciale per tutti come quello della ricerca scientifica.

Sebbene l’autonomia europea di accesso allo spazio non sarebbe compromessa da alcuna decisione contingente, quand’anche si rivelasse duratura o perenne, c’è un altro aspetto che la crisi internazionale evidenzia: l’indebolimento del vecchio Continente in un ambito cruciale come quello extra-atmosferico.

Oggi più che mai è urgente per l’Europa ricalibrare la propria strategia spaziale, sia in senso economico che tecnologico, a partire dal settore abilitante dei lanciatori, che nel breve periodo potrebbe vedere rafforzato lo strapotere commerciale dei privati statunitensi ai danni di gruppi come ArianeSpace e aziende come l’italiana Avio.

Le tensioni in corso potrebbero infatti avvantaggiare i soliti space billionaires, con Elon Musk e Jeff Bezos in testa – contro i quali anche Rogozin si era scagliato. Oppure, ma dipende dall’Europa, potrebbero stimolare l’industria continentale, in primis nel suo supporto all’iniziativa privata.

È una scommessa, la cui urgenza era stata palesata ben prima del conflitto in Ucraina dal direttore generale dell’Esa, Josef Aschbacher, e dal commissario dell’Unione Europea al Mercato interno, difesa, industria e spazio, Thierry Breton: “il settore sta subendo una profonda trasformazione – aveva dichiarato il francese alla European Space Conference di Bruxelles, a inizio febbraio – l’Europa è in piena espansione, con nuovi operatori privati che stanno cambiando il modello di business, integrando grandi industrie, Pmi ed ecosistemi digitali. Bisogna liberare questo potenziale e il 2022 sarà l’anno di svolta”.

È difficile credere che Breton alludesse a un conflitto militare parlando di “svolta”. Di fatto occorre capire quanto sia auspicabile che lo spazio riverberi tensioni terrestri – magari stimolato dalla competizione e da una regolamentazione condivisa a maggiore beneficio collettivo -, o se sia un passo indietro di mezzo secolo.

Un nuovo equilibrio geopolitico, interessi privati e ambizioni legittime di Paesi fino a pochi anni fa esclusi dal settore impongono una space diplomacy rinnovata, e strategie che puntino finalmente a obbiettivi di lungo periodo. Per la sua interconnessone con le nostre attività quotidiane, lo spazio non potrà più essere subordinato a questo o a quel vento (magari di guerra).

Altro che zuffe social; ne va della vita di tutti.

Fonte : Repubblica