Malamovida, l’imprenditore bengalese: “L’ordinanza anti mini market è una decisione etnica. Così falliamo”

“Pago le tasse, ho due dipendenti regolarmente assunti, ho sempre rispettato le regole: perché il comune ha deciso che è mia la colpa della malamovida a Roma?”. La domanda se la pone Islam, 31 anni, cittadino bengalese che nella Capitale fa impresa da sei anni come proprietario di due mini-market nel cuore di Trastevere. Lo fa per conto di (quasi) tutti gli esercenti come lui, limitandosi al nome per tutelare la sua attività e la sua famiglia. Da un mese a questa parte abbassa la saracinesca alle 22 per tutto il fine settimana, come stabilito dall’ordinanza di Gualtieri scaduta sabato 6 marzo ma destinata ad essere prorogata per altri 30 giorni, almeno. 

L’OPINIONE – Per Roberto Gualtieri la malamovida è colpa dei bengalesi

Nel cuore della movida

Arrivato in Italia nel 2007, da oltre dieci anni è nel settore della vendita, prima come dipendente e poi da titolare. Ha un negozio a via San Francesco a Ripa e un altro a piazza San Cosimato, lì dove i residenti da tempo denunciano le notti insonni dovute alle folle di giovani e giovanissimi che bevono in strada fino alle prime ore del mattino. “Vendo frutta e verdura – spiega a RomaToday – ma anche prodotti alimentari e ho un piccolo frigo con bevande alcoliche e analcoliche. Ma posso garantire che il mio fatturato dipende solo per il 10% da queste ultime”. 

“Ho perso il 40% della clientela”

Aperto dalle 8 alle 24 fino a prima della stretta del Campidoglio, Islam era diventato un punto di riferimento soprattutto per i residenti del rione: “Ho rilevato un’attività ventennale da una signora italiana – continua il giovane l’imprenditore – e ho mantenuto la clientela. La gente viene da me per fare la spesa, spesso molto tardi la sera, soprattutto nel fine settimana”. Un’abitudine sottolineata anche dal consigliere capitolino del Pd Andrea Alemanni, abbastanza critico nei confronti dell’ordinanza. “Il venerdì e il sabato – conferma Islam – c’è chi arriva alle 23 per comprare il latte o il pane, magari mentre porta il cane a fare pipì sotto casa. Da quando abbiamo l’obbligo della chiusura anticipata ho perso tra il 30 e il 40% dei miei introiti perché molti dei clienti fissi hanno dovuto trovare una soluzione alternativa”. 

“Mai venduto alcol ai minorenni”

Ovviamente Islam non nega che qualche suo collega abbia fatto il furbo: “Certo, ma il 95% delle attività come la mia ha sempre chiuso a mezzanotte – sottolinea – quindi chi la fa la malamovida? Di chi sono i bicchieri in mano ai ragazzini alle quattro di mattina? Io non ho mai venduto una birra o altri alcolici senza vedere un documento d’identità, non mi faccio bastare nemmeno la tessera sanitaria, voglio vedere la foto. E a mezzanotte, pur rinunciando a parecchi introiti data la folla di persone che c’è ogni sera qui a Trastevere, ho sempre abbassato le saracinesche”. 

“Ordinanza su base etnica”

L’imprenditore bengalese non ci sta a pagare per tutti: “Perché non vengono fatte chiudere anche paninerie, enoteche, pizzerie – lamenta – dove i ragazzini fanno avanti e indietro acquistando birra e altro ogni sera? Mi sembra una decisione su base etnica. Se Gualtieri proroga l’ordinanza un altro mese, non so che fine facciamo come mini-market. Pago 2.700 euro di affitti, domani vado a pagare 1.000 euro di Iva, ne ho quasi 1.000 di contributi a trimestre, poi le bollette, gli stipendi. Così non va bene”. Infine sui controlli: “Da quando c’è l’ordinanza non sono mai passati – dice quasi ridendo – mentre prima anche due a settimana. Mi chiedevano i documenti di identità, come se mi vedessero per la prima volta”. 

Fonte : Roma Today