Festa della donna: le manifestazioni da tutta l’Asia

Tanti gli eventi contro la discriminazione della popolazione femminile nel continente asiatico. In Turchia arrestate alcune attiviste che si stavano dirigendo verso piazza Taksim. In Bangladesh le principali figure governative sono donne, ma l’inclusione nei partiti è ancora molto bassa. In Pakistan proteste contro i rapimenti e i matrimoni forzati.

Milano (AsiaNews) – Libertà religiosa, inclusione, partecipazione politica: sono solo alcuni dei temi toccati dalle centinaia di manifestazioni che hanno avuto luogo ieri in tutta l’Asia in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne.

“Se le donne avanzano, il Paese andrà avanti”, ha affermato Nirmol Rozario, presidente dell’Associazione cristiana e del Consiglio di unità indù, buddista e cristiano a Dhaka, in Bangladesh: “Se vogliamo affermare i diritti delle donne, dobbiamo cambiare l’atteggiamento di tutti”, ha detto in occasione di un evento organizzato ieri dalla Christian Cooperative Credit Union a cui ha partecipato anche la ministra dell’Istruzione del Bangladesh Dipu Moni: “Le nostre donne sono oppresse in vari modi nella società; sono oppresse dal fondamentalismo, per cui dobbiamo prendere posizione contro di esso”, ha affermato durante l’incontro.

“Il primo ministro di questo Paese è una donna, il leader dell’opposizione è una donna e anche lo speaker è una donna”, ha aggiunto Pankaj Gilbert Costa, presidente della Christian Cooperative Credit Union. “Le donne si sono fatte avanti in vari settori, tra cui lo sport e gli affari, ma nonostante ciò continuano a essere discriminate”.

La normativa sulla rappresentanza prevede che un terzo delle donne ricopra incarichi di partito, ma nessuna formazione politica del Bangladesh è finora riuscita a rispettarla. La direttiva del 2008 chiedeva ai partiti politici che i loro comitati fossero formati per almeno il 33% da donne entro il 2020. Nella Lega Awmi sono il 23%, nel Bangladesh Nationalist Party il 13,6% e nel Jatiya Party, il principale partito di opposizione in parlamento, il 12,3%.

Richieste di inclusione vengono anche dalla vicina India, dove suor Dorothy Fernandes, a capo della Commissione delle donne per l’arcidiocesi di Patna, ha organizzato una marcia per rendere la città più inclusiva (v. foto). Dal 1997 la religiosa lavora nelle periferie affinché nessuno venga lasciato indietro.

Ma quest’anno le donne sono anche scese in strada per marciare in solidarietà alle compagne ucraine: “Siamo qui per dire no alla guerra. Migliaia di donne e bambini ucraini sono rimasti senza casa. Sono le prime vittime della guerra”, ha detto Nazan Karacabey, portavoce dell’Ankara Women’s Platform, in Turchia. A Istanbul l’ufficio del governo aveva annunciato che non avrebbe consentito alla Femminist Night March (la più grande manifestazione che da 20 anni si tiene ogni 8 marzo nella seconda città turca) di entrare a piazza Taksim, nel 2013 teatro delle proteste contro il presidente Recep Tayyip Erdogan poi brutalmente represse. Da allora tutte le manifestazioni e i trasporti pubblici sono stati deviati dal luogo diventato simbolico. Le attiviste hanno fatto sapere che ieri 38 manifestanti che si stavano dirigendo verso la piazza sono state arrestate.

Altro Paese, altra protesta, altre richieste: a Lahore, in Pakistan, decine di membri di diverse fedi religiose dell’organizzazione per i diritti umani Rwadari Tehreek si sono riuniti davanti al Lahore Press Club per chiedere al governo federale l’attuazione di meccanismi che impediscano le conversioni forzate delle ragazze, che in Pakistan sono spesso vittime di rapimenti, conversioni e matrimoni forzati. I manifestanti hanno intonato slogan contro la negligenza dello Stato nonostante l’esistenza di più organi governativi che dovrebbero occuparsi della tutela delle minoranze. 

“Purtroppo ogni anno centinaia di ragazze appartenenti alle minoranze religiose vengono convertite e poi date in sposa ai loro rapitori. È un problema serio ignorato dallo Stato”, ha dichiarato Samson Salamat, presidente di Rwadari Tehreek. Secondo Naveed Walter, presidente di Human Rights Focus Pakistan, sono più di 1.000 le ragazze delle minoranze religiose che ogni anno vengono rapite in Pakistan. “I genitori poi non possono nemmeno incontrare le figlie perché sono diventate ‘musulmane’”, spiega l’esperto. “L’uguaglianza di genere sarà possibile solo quando i pregiudizi, gli stereotipi e i comportamenti discriminatori nei confronti delle donne saranno scoraggiati e impediti nelle scuole e nei luoghi di culto”.

(hanno collaborato Sumon Corraya, Nirmala Carvalho, Shafique Khokhar)

Fonte : Asia