I giornalisti, i robot e la guerra

Lo sciopero dei giornalisti di Repubblica e dell’Espresso è forse l’occasione perfetta per sottolineare il ruolo fondamentale dei giornalisti in questa guerra. Non era scontato. Dieci anni fa erano di moda saggi sulla fine del giornalismo, sorpassato dal dilagare dei blog e degli smartphone che per la prima volta consentirono a chiunque di improvvisarsi giornalista, ovvero dare notizie: era il momento dei citizen journalist.

Poi i miglioramenti dell’intelligenza artificiale ci hanno provato a convincere che non sarebbero stati i blogger e i citizen journalist a prendere il posto dei giornalisti, ma i software, in grado di scrivere articoli a raffica a partire da un testo, oppure da una serie di numeri, come l’andamento di borsa di un titolo o il tabellino di una partita di calcio. Era il momento del robo-journalism, il giornalismo fatto dalle macchine. In tutto ciò il giornalismo è sprofondato, anche per sue colpe, nelle classifiche sulla fiducia ed è diventata una moda sui social trattare i giornalisti, tutti, da pennivendoli in via di estinzione.

Poi è arrivata la guerra in Ucraina e giornalisti, fotografi e video operatori di tutto il mondo sono andati al fronte dove rischiano la vita per raccontarci quello che accade. E lo fanno quasi sempre da dio. A volte si fanno aiutare da quello che gli ucraini e i russi postano sui social, certo; altre volte l’intelligenza artificiale consente loro di tradurre al volo un messaggio in cirillico o ucraino; Insomma, la tecnologia li aiuta a lavorare meglio, ma non li sostituisce. Il loro lavoro resta quello di sempre. Pericoloso, appassionante, indispensabile. Senza i giornalisti in Ucraina e in Russia, saremmo al buio. Non sapremmo delle vittime e i carnefici avrebbero già vinto. 

Fonte : Repubblica