Il Wandering dietro il caso Manna: cos’è e quali sono le proposte per combattere l’emergenza

Il caso che ha avuto più risonanza negli ultimi mesi è stato sicuramente quello di Giovanni Manna, il pensionato trovato morto quattro giorni dopo essersi allontanato dal Policlinico Gemelli. Prima di Giovanni però ce ne sono stati altri a Roma e provincia, persone con problemi psichici o cognitivi che si sono allontanate dalle strutture sanitarie in cui erano ricoverati o in attesa di visita e si sono persi. Alcuni, come il pensionato 73enne, con esito tragico.

Il cosiddetto “wandering” è un fenomeno molto comune negli anziani affetti da Alzheimer e demenza senile, una spinta a vagare da un luogo all’altro senza reale consapevolezza di dove si sta andando, ma con il desiderio di tornare a luoghi familiari, quasi sempre casa, ma anche un posto in cui si è lavorato per molto tempo o comunque un ambiente familiare. È quello che è successo a Giovanni Manna, che giovedì 16 novembre, dopo avere atteso un’ora e mezza di essere visitato, è uscito dal pronto soccorso del Gemelli, ha chiamato i figli chiedendo che lo andassero a prendere perché voleva tornare a casa e poi si è diretto verso la strada, nel buio, smarrendosi: quattro giorni dopo è stato trovato senza vita in un angolo del parco dell’Insugherata, a qualche chilometro di distanza dal Gemelli. Manna deve avere vagato per diverse ore, in cerca di casa e in stato confusionale, impossibilitato a chiedere aiuto, finendo all’interno di un’area verde che può rivelarsi soprattutto di notte un vero labirinto anche per chi è in pieno possesso delle capacità cognitive.

Il suo caso, su cui ora indaga la procura, ha riacceso i riflettori su episodi molto simili accaduti in passato. Il numero di persone che sono riuscite ad allontanarsi dagli ospedali e si sono poi smarrite è elevato, e la pandemia di coronavirus ha contribuito a complicare ulteriormente la situazione. Gli ospedali e i pronto soccorso sono diventati luoghi di attività frenetica in cui i volti nascosti dalle mascherine possono passare inosservati, e per le persone fragili il caos e la mancanza di punti di riferimento familiari aumentano il senso di smarrimento e la confusione alla base del wandering.

Persone scomparse dagli ospedali, i precedenti

Nel 2021 i casi di wandering negli ospedali romani sono stati numerosi. Alcuni hanno avuto esito positivo nel giro di pochi giorni, addirittura poche ore, grazie allo sforzo delle forze dell’ordine. Per citarne alcuni: Giuseppe Brinchi, il pensionato di 85 anni che lo scorso 20 ottobre si è allontanato dal San Camillo ed è stato ritrovato il giorno dopo sulla Salaria; il giorno successivo un’altra donna è stata notata vagare per il quartiere San Giovanni dagli agenti di Roma Capitale, e gli accertamenti hanno confermato che si era allontanata dal Policlinico Umberto I; di Saverio Cerbara, 86enne scomparso l’11 giugno da una rsa di Riofreddo, ancora oggi non si hanno notizie.

Ancora, andando indietro di qualche mese, ad aprile una ragazza di 19 anni si era allontanata dall’ospedale San Giovanni Addolorata e aveva fatto perdere le sue tracce per tre giorni, prima di tornare da sola a casa; nello stesso mese, un uomo di 82 anni è stato ritrovato sulla Colombo, in stato confusionale e a rischio investimento, dopo essere uscito dall’ospedale dove era ricoverato “per tornare a casa”; a gennaio una donna di 48 anni  ha vagato per 10 km finendo sulla Roma Fiumicino dopo essersi allontanata da un centro di riabilitazione in zona Pisana ed è stata salvata dalla polizia Locale di Roma Capitale.

Ci sono poi i casi che finiscono nel modo peggiore. Oltre a quello di Giovanni Manna c’è, per esempio, quello di Sauro Vitali, pensionato affetto da problemi psichiatrici scomparso dall’ospedale dei Castelli di Ariccia il 4 agosto: a oggi il suo caso è ancora aperto nonostante che un mese dopo sia stato ritrovato il corpo senza vita di un uomo che corrisponde alla sua descrizione a circa un chilometro e mezzo dall’ospedale. Le condizioni del cadavere erano però talmente compromesse da rendere impossibile un riconoscimento ufficiale, e la famiglia ancora oggi attende il via libera per poter celebrare il funerale.

L’associazione Penelope: “Ai familiari sia concesso di stare in sala d’attesa”

“A volte questo tipo di pazienti arrivano al pronto soccorso trasportati da ambulanze provenienti da altre strutture dove sono in cura per i loro disturbi, senza avere al seguito i loro familiari – spiega Maria Gaia Pensieri, presidente di Ricerca Scomparsi, comitato cui fa capo Penelope Scomparsi, pagina Facebook che raccoglie e rilancia gli appelli per le persone scomparse – A peggiorare la situazione il fatto che in alcuni casi ai parenti sia stata vietata la permanenza in sala d’attesa causa emergenza covid, nonostante a il DPCM n.52 del 2 marzo 2021 art.11 comma 5 disponga che i familiari di pazienti con disabilità comprovate possano restare in questi luoghi compresi i reparti di degenza”.

“Nel tempo abbiamo gestito le scomparse di pazienti usciti dal reparto di psichiatria, come Cristian Varone scomparso nell’agosto del 2017 dal nosocomio “San Rocco” di Sessa Aurunca e mai ritrovato – prosegue Pensieri – Nei giorni in cui si cercava Giovanni Manna, dal pronto soccorso del San Filippo Neri faceva perdere le tracce una ragazza con disturbi psichiatrici, per fortuna in questo caso rintracciata in vita”.

Pensieri ha avanzato una serie di proposte da sottoporre al ministero della Salute per contribuire ad arginare il fenomeno del wandering, ma la questione è diventata quantomai di attualità soprattutto in periodo di pandemia. I ripetuti lockdown hanno esacerbato i disturbi psichici e le difficoltà psicosociali dei più fragili, gli ospedali sono diventati luoghi cui i parenti difficilmente possono accedere per ragioni di sicurezza e il personale sanitario è spesso esausto e insufficiente a gestire tutti i casi. Una persona con il viso coperto dalla mascherina può scivolare fuori dalla stanza o dal pronto soccorso non vista, e una volta uscita dalla struttura, in una città come Roma, che si estende su una superficie di 1300 chilometri quadrati e conta su milioni di abitanti, la situazione inevitabilmente si complica. 

Localizzatori gps e campagna informativa, le proposte dell’associazione

“Chiediamo intanto che venga fatta una diffusa campagna informativa da parte dei medici di base, degli specialisti neurologi, psichiatri, che hanno in cura questi soggetti fragili affinché spieghino ai caregiver che una possibile conseguenza della malattia potrebbe essere l’allontanamento – sottolinea Pensieri –  L’informazione è parte della prevenzione e può salvare la vita, oggi in commercio per pochi euro ci sono dei dispositivi GPS che hanno diverse forge, orologi, spille, braccialetti o addirittura da inserire nei tacchi delle scarpe, nelle cinture: con un’applicazione si può monitorare e avere sott’occhio la posizione della persona. Come altri ausili medici, chiediamo che questi piccoli GPS vengano riconosciuti dal Sistema Sanitario come dei salva vita”.

Una proposta simile riguarda le Asl: “Le aziende ospedaliere che già utilizzano il braccialetto sanitario, monouso in plastica e non facile rimuovere si dotino di questi piccoli dispositivi da inserire con un passante nei bracciali – conclude Pensieri – È una soluzione che avrebbe costi limitati e la possibilità di riutilizzare i localizzatori previa disinfezione. Siamo pronti a discutere di queste proposte con il ministero della Salute e con chiunque abbia compreso l’urgenza di risolvere questa necessità”.

Parenti in pronto soccorso anch per forme lievi di demenza: odg approvato alla Camera

La Camera, nell’ambito della discussione del Dl Capienze, ha infatti approvato un ordine del giorno che impegna il governo a rendere esplicito che i pazienti che soffrono di malattie come l’Alzheimer – è il caso di Manna – o altre forme di demenza possano essere accompagnati da una persona di fiducia, che sia un parente o un care-giver, anche al pronto soccorso. Anche se hanno sintomi lievi o moderati, e non solo portatori di disabilità grave (per cui a oggi è consentito).

A presentare un’interrogazione al ministero e il relativo ordine del giorno è stata la deputata di Fratelli d’Italia Maria Spena: “Poter contare su un accompagnatore al proprio fianco in un ambiente che può risultare caotico e poco familiare a chi soffre di queste malattie è una garanzia di sicurezza per tutti – ha detto Spena – Nel decreto Riaperture, poi convertito in legge, viene riconosciuto il diritto di chi ha una disabilità grave ad avere un accompagnatore nel passaggio ospedaliero. Ho chiesto al Governo un impegno ad esplicitare inequivocabilmente a livello normativo il diritto dei pazienti con Alzheimer ed altre demenze ad avere un accompagnatore nei reparti del pronto soccorso”.

Fonte : Roma Today