C’è una verità scomoda sulla morte di Mario Paciolla, ma nessuno ha fretta di trovarla

Quella di Mario Paciolla è ancora una morte senza verità. Sono passati poco più di sedici mesi dal tragico ritrovamento del cadavere. Il 15 luglio 2020 il giornalista napoletano di 33 anni e cooperante delle Nazioni Unite è stato trovato senza vita, impiccato ad un lenzuolo, nella sua abitazione di San Vicente del Caguán, alle porte dell’Amazzonia colombiana.

Anna Motta, mamma di Mario, è tornata a chiedere che sulla morte del figlio si faccia chiarezza. “Nessuno ci ridarà nostro figlio – ha detto -, ma il percorso verso la verità che abbiamo intrapreso lo porteremo a termine in nome di quella ‘meglio gioventù’ italiana che parte veramente con l’intenzione di migliorare la vita del prossimo e porta in alto il nome dell’Italia nel mondo”. “L’Onu, proprio l’organismo che si occupa di garantire i diritti umani nel mondo, non è riuscito a garantire il diritto alla vita di mio figlio – ha continuato la mamma di Paciolla -, derubricando la sua morte come un suicidio pochissime ore dopo il ritrovamento del suo corpo e senza neanche garantire l’autopsia. Il nostro appello è chiaro: chi sa, nella sua squadra di lavoro, parli”.

Mario Paciolla impiccato a un lenzuolo. “Non è stato suicidio”

La vita di Anna Motta e Pino Paciolla, il papà di Mario, è sospesa nella sofferenza e nel dolore dal luglio del 2020. I familiari sono fermamente convinti che non si sia trattato di suicidio. E tentano di sgretolare il muro di omertà finora inscalfibile, chiedendo di non spegnere i riflettori sulla vicenda e rivolgendosi a chi sa ma non parla, amici e colleghi del ragazzo, finendo per essere “complici di questo delitto”. “Ci rivolgiamo a chi sorrideva con lui nelle fotografie: parlate, non tradite ancora Mario. Non soffocate la vostra coscienza, non siate pavidi – hanno scritto in una lettera-appello -. Vi chiediamo di dirci quello che sapete con tutte le dovute cautele, contattando in via assolutamente riservata i nostri avvocati”.

Cos’è successo e perché la sua morte è ancora un giallo? Sulla vicenda è calato il silenzio. Le avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta che stanno seguendo il caso hanno spiegato che le indagini vanno avanti, ma che l’omertà anche tra i colleghi di Mario sta rallentando le operazioni dei magistrati. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva assicurato il massimo impegno della Farnesina “per un caso che ha coinvolto un giovane brillante impegnato in una missione delicata”, ma oggi non si sa ancora con esattezza come il 33enne sia morto. La versione delle autorità colombiane – si sarebbe trattato di un suicidio – viene messa in discussione anche da un’inchiesta giornalistica, mentre proseguono nel più stretto riserbo le indagini della procura di Roma.

mario paciolla ansa (2)-2-2-2-2I genitori di Mario Paciolla. Foto ANSA/CIRO FUSCO

Cosa faceva in Colombia

Mario era un giovane attivista. Dopo la laurea in Scienze politiche all’università Orientale di Napoli, aveva lavorato alcuni anni all’estero, viveva in Colombia dal 2016 e dall’agosto del 2018 collaborava con la missione Onu sulla verifica degli accordi di pace tra il governo locale e le Farc (le Forze armate rivoluzionarie della Colombia). Un lavoro molto delicato, in una regione martoriata da oltre mezzo secolo di guerra civile, con migliaia di vittime. Insieme ad altri colleghi, il giovane si occupava della stesura del report della missione nell’ambito di un programma di reinserimento sociale per gli ex guerriglieri, monitorando l’evolversi della situazione sul campo. Cinque giorni dopo quel maledetto 15 luglio sarebbe dovuto tornare in Italia, nella sua Napoli. Il giorno prima di morire aveva già comprato il biglietto aereo. Il 24 luglio a rientrare a Roma dall’aeroporto El Dorado di Bogotà è stata solo la sua salma.

Mario aveva confidato ai genitori di temere per la sua incolumità: proprio per questo si stava preparando a rientrare in Italia. Inizialmente classificata come suicidio tramite impiccagione dalle autorità colombiane, la sua scomparsa assume sempre più i contorni di un omicidio, l’ipotesi di reato su cui la procura di Roma ha aperto un’inchiesta. I familiari sono fermamente convinti che non si sia trattato di suicidio. “Sappiamo che la verità su nostro figlio è nascosta negli ultimi cinque giorni della sua vita. Non ci fermeremo mai”, ha detto la mamma Anna. Le indagini vanno avanti: gli investigatori italiani si sono recati nei mesi scorsi in Sudamerica per acquisire documenti utili e chiedere la collaborazione del governo colombiano. Ma c’è il massimo riserbo, e per ora una svolta sembra purtroppo lontana. Sono ancora tante, troppe, le domande intorno alla morte di Mario Paciolla.

Il ritrovamento del corpo, il sangue e i poliziotti in casa

La mattina del 15 luglio 2020, un’amica e collega di Mario non lo vede arrivare in ufficio e, preoccupata, va a cercarlo a casa, nella sua abitazione a San Vicente del Caguán. Lo trova senza vita. Il corpo del 33enne fu rinvenuto impiccato con un lenzuolo, ma nella stanza erano presenti tracce di sangue. Non solo, perché i poliziotti colombiani intervenuti nell’appartamento (e poi finiti sotto indagine) non impedirono l’alterazione della scena della morte, permettendo ad alcuni membri della missione Onu di entrare in casa per raccogliere gli effetti personali del ragazzo e pulire il luogo dell’appartamento, rendendo così ancor più complicate le operazioni di ricostruzione di quanto avvenuto.

In una petizione lanciata dagli amici di Mario su Change.org, diretta al ministro Di Maio, si legge: “Da giorni il dottor Paciolla si sentiva con la famiglia confessando la sua apprensione per strani comportamenti di gente a lui nota che lo facevano sentire minacciato. Era chiuso in casa per le misure del contenimento del contagio Covid-19, aveva appena comprato il biglietto aereo per tornare in Italia, ma i sicari lo hanno raggiunto prima. La scena è stata ricostruita come suicidio per impiccagione. Più di un elemento smentisce questa ricostruzione. Per favore indagate su questa ennesima morte di un giovane italiano all’estero per mano di criminali”.

La seconda autopsia

Fin dal primo momento la polizia locale ha riferito che il ragazzo era stato ritrovato impiccato ad un lenzuolo e con ferite di arma da taglio in varie parti del corpo (autoinferte, secondo le autorità colombiane), ipotizzando un suicidio. Un’ipotesi scartata subito dai familiari e da chi conosceva Mario. In Italia è stata effettuata una seconda autopsia. L’équipe medico-legale che ha ripetuto gli esami – guidata dal professor Vittorio Fineschi, che si è occupato anche dei casi di Stefano Cucchi e Giulio Regeni -, ha eseguito una tac sulle ferite trovate sul corpo di Mario. Un esame trascurato in Colombia. I medici italiani hanno anche rilevato che la ferita riscontrata sul collo della vittima non sarebbe compatibile con l’impiccagione e non avrebbe potuto procurare il decesso. Neppure questa seconda autopsia, tuttavia, ha dato una risposta definitiva.

Il contesto storico e sociale

Chi indaga ha ben chiare le condizioni difficoltose del contesto colombiano. Gli accordi di pace tra il governo di Bogotà e le Farc (quelli da verificare secondo la missione Onu alla quale il ragazzo partecipava) sono stati ratificati nel novembre 2016, ma hanno posto fine solo sulla carta a una guerra civile durata più di mezzo secolo e costata la vita a migliaia di persone, senza contare i desaparecidos i cui cadaveri non sono mai stati ritrovati. Oggi la Colombia non è affatto un Paese “pacificato”: gruppi paramilitari infiltrati negli apparati statali, narcotrafficanti, politici corrotti e guerriglieri detengono ancora il potere, e a farne le spese sono soprattutto la popolazione civile e gli attivisti per i diritti umani.

Claudia Julieta Duque è una di loro e proprio per questo è stata costretta ad abbandonare più volte il suo Paese. Claudia è una giornalista investigativa che scrive sul quotidiano locale El Espectador, era amica di Paciolla e ha provato ad indagare sul caso del 33enne. Secondo la sua ricostruzione, l’omicidio sarebbe connesso alla fuga di notizie legata a un rapporto che avrebbe portato alle dimissioni nel 2019 dell’allora ministro della Difesa del governo colombiano, Guillermo Botero. Botero fu costretto a dimettersi di fronte al rischio di una mozione di sfiducia in preparazione contro di lui in Parlamento, dopo un bombardamento dell’esercito in cui morirono diciotto bambini legati ad un gruppo dissidente delle Farc. Il rapporto al quale aveva lavorato Mario Paciolla insieme ad altri colleghi della missione Onu, e che doveva restare riservato, riguardava proprio quel bombardamento avvenuto nel dipartimento di Caquetá. Una verità scomoda.

“So dei tuoi malumori interni nei confronti di un’organizzazione che nel 2019 nel suo rapporto ha dedicato soltanto un paragrafo di sei righe al bombardamento militare nel quale sono morti 18 bambini e bambine reclutati dalla dissidenza delle Farc, dove si è infierito su alcuni corpi già morti, un evento che ha determinato le dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Guillermo Botero – scrive Claudia Julieta Duque -. So che hai documentato altri casi del genere, come il dislocamento forzato delle famiglie dei bambini uccisi e dell’assassinio di altre persone. So che ti dava fastidio la leggerezza dei toni dei rapporti dell’Onu – continua la giornalista investigativa -, la complessa relazione di alcuni membri della missione con l’esercito e la polizia, la contrattazione di civili che avevano lavorato per le forze militari, la passività di questa organizzazione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta (regione a nord del Caquetá) e l’aumento degli omicidi selettivi degli ex combattenti delle Farc”.

Il rapporto di Mario Paciolla non rimase riservato, ma venne usato dal senatore dell’opposizione Roy Barreras in un dibattito parlamentare che mise in gravi difficoltà il ministro Botero, che si dimise il 7 novembre 2019. Le conclusioni della verifica, redatte da Paciolla e da altri dipendenti della missione Onu sugli accordi di pace, sarebbero giunte attraverso il responsabile Onu regionale, Raúl Rosende, nelle mani di Barreras, che però ha smentito questa versione. Il quotidiano locale El Espectador sottolinea che per questo Paciolla “si sentiva in pericolo, tradito, usato e arrabbiato con i suoi superiori, al punto da chiedere un trasferimento ad altra sede, mai ottenuto”.

Le paure di Mario

Fatto sta che il ragazzo aveva iniziato a parlare apertamente delle sue preoccupazioni proprio a novembre 2019, quando era rientrato in Italia per una vacanza: da allora, a seguito di alcuni attacchi informatici subìti anche dai suoi colleghi, aveva reso privato il suo profilo Facebook, cancellato i suoi tweet e chiesto a un amico di copiare il contenuto del suo pc. Il ragazzo aveva confidato le sue paure anche alla famiglia, tanto da voler rientrare in Italia al più presto. El Espectador rivela poi che nella sede della missione Onu a Bogotà “è stato trovato un mouse del computer di Paciolla che alcuni dipendenti delle Nazioni Unite hanno sottratto nel suo domicilio all’indomani della morte”.

Un accesso all’appartamento che, come detto prima, era stato consentito da alcuni poliziotti colombiani, ora indagati per “ostacolo alla giustizia”. Il mouse “appare nell’inventario inviato alla famiglia della vittima che però finora non ha ricevuto assolutamente nulla”. Ciò che non si sapeva finora, sostiene la giornalista, “è che una prova tecnica realizzata da alcuni funzionari della procura ha indicato che il mouse era impregnato di sangue, ma nonostante questo fu pulito e prelevato dall’Onu”. È solo uno dei tanti misteri che ruotano intorno alla scomparsa del giovane cooperante napoletano. “Aiutateci a scoprire la verità sulla fine di nostro figlio”, chiedono a gran voce i genitori di Mario Paciolla. Ma è necessario che qualcuno parli.

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Fonte : Today