La storia della prima donna lombarda che ha denunciato le violenze subite dal marito mafioso

25 Novembre 2021

Per la prima volta in Lombardia è scattato il protocollo Liberi di scegliere: una donna ha denunciato il marito mafioso per maltrattamenti, salvando così la sua vita e quella della figlia.

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In Italia sono oltre 150 le donne uccise dalla mafia. Tra queste c’è Luisa Fantasia, uccisa a 32 anni a Milano il 14 giugno del 1975 perché suo marito, il brigadiere dei carabinieri Antonio Mascione, che indagava sotto copertura sull’arrivo di una grossa partita di eroina di una delle prime ‘ndrine calabresi presenti nel capoluogo lombardo. Luisa fu uccisa per vendetta. Nell’elenco c’è anche Cristina Mazzotti, la 18enne rapita a Eupilio, nel Comasco, e uccisa qualche settimana dopo, proprio nel giorno in cui il padre pagò il riscatto ai sequestratori. E ancora: nell’elenco c’è anche Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese che aveva raccontato agli inquirenti fatti di ‘ndrangheta riconducibili alla sua famiglia è stata uccisa a Milano il 24 novembre del 2009 dal suo ex compagno. Lea aveva deciso di scappare, di allontanarsi dalla sua famiglia mafiosa. Perché tra le donne vittime di mafia ci sono anche mogli, figlie, sorelle imprigionate in un contesto mafioso che non le appartiene. Vittime di continui maltrattamenti e violenza.

Lea aveva cercato di scappare, di allontanarsi dal mondo criminale in cui era cresciuta e di regalare un futuro migliore a sua figlia Denise. Molte altre donne venendo a conoscenza della sua storia hanno trovato il coraggio di denunciare e di allontanarsi: salvando così anche i loro bambini. Ad accoglierle ci sono forze dell’ordine, Procure e associazioni del terzo settore, come Libera. Ma da due anni c’è molto di più: dal 2019 in Italia è attivo il protocollo “Liberi di scegliere”, voluto fortemente da Roberto Di Bella, Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, e d’associazione Libera: “Il Protocollo vuole offrire un sostegno educativo, formativo e psicologico ai minori, provenienti da famiglie protagoniste della criminalità organizzata, che sognano di crescere in altre realtà”. In Calabria in questi anni sono arrivate segnalazioni di donne e figli che hanno trovato riparo nel sistema di protezione dello Stato.

Il caso della donna lombarda che ha denunciato il marito mafioso

E in Lombardia? Dal momento che anche al Nord le organizzazioni criminali agiscono allo stesso modo, anche qui donne e figli sono vittime di un sistema che utilizza la violenza per imporsi sugli altri? Sì, anche le donne lombarde che fanno parte di una famiglia mafiosa possono essere vittime di violenza. Qui qualche mese fa è scattato per la prima volta il protocollo Liberi di Scegliere: vittima è una donna lombarda che per anni ha subito la violenza del marito e della sua famiglia mafiosa. Ha scoperto l’appartenenza del marito all’organizzazione criminale solo dopo il matrimonio e solo dopo essere stata portata nel paese natale dall’uomo. I maltrattamenti sono andati avanti fino a quando per lui non sono scattate le manette. La donna ha trovato il coraggio di denunciare il marito dopo aver conosciuto la storia di Lea Garofalo: ha paura che l’uomo una volta scontata la pena torni ad esercitare su di lei maltrattamenti e violenza. Così entra nel sistema di protezione e, con sua figlia, riesce a scappare: intanto per il marito è iniziato il processo dove è accusato di maltrattamenti. “Piano piano ora questa mamma e la sua figlia si stanno ricostruendo una vita”, precisa l’avvocato della donna Enza Rando, che non rivela nessun altro particolare sulla vicenda per (giustamente) tutelare il più possibile la donna e la sua bambina. Poi l’avvocato, che è stata anche il legale di Lea Garofalo, invita tutte le donne vittime della propria famiglia mafiosa a denunciare. Ad affidarsi alla Procura. Così come al Sud, così come al Nord. Perché come precisa Enza Rando, “questo è il primo caso in cui in Lombardia si è venuti a conoscenza. Ce ne possono essere molti altri”.

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Cos’è il protocollo Liberi di scegliere

A spiegare il protocollo Liberi di scegliere è anche Ciro Cascone, procuratore capo del Tribunale per i minorenni di Milano, intervenuto nel caso della donna lombarda che ha denunciato in quanto era coinvolta anche la figlia minorenne: “Il protocollo dà la possibilità a ragazzi che vengono da famiglie strutturate all’interno della criminalità organizzata di scegliere il proprio futuro. Importante è offrire a questi ragazzi la possibilità di scegliere, di offrire loro un’alternativa alla strada obbligata dal padre. Così il giudice minorile, una volta accolta la richiesta, può allontanare il minore. Ma attenzione, non vuol dire togliere i figli ai mafiosi. Qui non togliamo i figli a nessuno: la maggior parte di questi provvedimenti sono richiesti solitamente dalla madre. Il figlio così viene allontanato fisicamente non solo dalla famiglia ma anche dal territorio”. E dal momento che al Nord la presenza della mafia è ormai accertata questo protocollo può essere adottato anche qui: “Deve però arrivarci la richiesta. Che qualcuno chieda aiuto: solo così madre e figli possono andare sotto protezione o in una struttura protetta”. Spesso poi il procuratore precisa che a subire la violenza è la donna: “I figli però vedendo la madre maltrattata sono vittimi di violenza indiretta. Il minore percepisce la violenza e ne vive con paura le conseguenze”. Infine Cascone tiene a sottolineare ancora una volta che l’unica via per salvarsi è quella della denuncia: “Se non sapete dove andare, rivolgetevi direttamente in Procura e chiedete aiuto”.

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Fonte : Fanpage