11 manager che non hanno preso il treno dell’innovazione

Da Ibm a Blockbuster, da Polaroid a Victoria’s Secret ecco i casi di amministratori delegati che non sono stati in grado di fiutare per tempo le trasformazioni del mercato

Un uomo corre per prendere un treno (foto: Getty Images)

Con un mercato sempre più competitivo sul piano delle innovazioni in diversi settori e aziende che cambiano vertici in tempi sempre più rapidi, negli Stati Uniti anche gli amministratori delegati non hanno vita facile, e pagano le loro scelte sbagliate. La società di consulenza e ricerca Cb Insights ha ripercorso i peggiori fallimenti ad opera di alcuni amministratori delegati negli ultimi trent’anni. Ecco dieci casi “esemplari”.

1. John Akers (Ibm)

Negli anni ’80 la posizione quasi monopolistica di Ibm nel settore tecnologico fu insidiata da marchi come Intel, Microsoft, Hp e Apple, così l’allora amministratore delegato John Akers decise che era il momento di puntare su un nuovo personal computer.

Anziché sviluppare tecnologie al proprio interno, però, Ibm acquistò le licenze per i microprocessori Intel e per i software di Microsoft, spianando la strada a quelle compagnie verso lo sviluppo di propri hardware. Nel 1992 la società riportò perdite per 5 miliardi di dollari, soprattutto a causa delle scelte sbagliate di Akers nella riorganizzazione dell’azienda, e l’anno dopo l’amministratore si dimise dall’incarico.

2. Robert Nakasone (Toys ‘R’ Us)

Robert Nakasone diventò amministratore delegato di Toys ‘R’ Us nel 1998, quando il colosso americano dei giocattoli aveva già ridotto la sua quota di mercato dal 25,4% del 1990 al 16,8%. Durante i diciotto mesi della sua carica la compagnia dovette anche misurarsi con l’avvento dell’ecommerce e con la nascita della startup eToys, specializzata nella vendita di giocattoli online.

L’incapacità di adattarsi ai nuovi modelli di business e di interpretare il mercato fecero scendere le azioni di Toys ‘R’ Us del 45% durante l’era Nakasone, che fu licenziato nel 1999, anche se la strada verso la bancarotta, ufficialmente dichiarata dal gruppo nel 2018, era ormai segnata.

3. Gary DiCamillo (Polaroid)

Un altro amministratore caduto vittima di una rivoluzione tecnologica a cui non voleva rassegnarsi è stato Gary DiCamillo, amministratore di Polaroid dal 1995 al 2001. L’avvento delle macchine fotografiche digitali, che nel 2001 erano possedute da un americano su quattro, fu tra le ragioni del fallimento di Polaroid.

DiCamillo ebbe una responsabilità diretta in questa crisi perché decise di puntare sulla classica forma istantanea, anche se proprio Polaroid fu tra le prime a fare ricerca sulle macchine fotografiche digitali già a partire dagli anni ’60.

4. John Antioco (Blockbuster)

Tra le “occasioni perdute” va invece archiviata la storia di John Antioco, amministratore di Blockbuster dal 1997 al 2007, che nel 2000 rifiutò di acquistare l’allora giovanissima startup Netflix per la cifra di 50 milioni di dollari.

Le insidie rappresentate dal mercato online portarono come risultato il fatto che nel 2010 Blockbuster fu costretta dichiarare fallimento dopo oltre sette anni di calo di fatturato e con un valore stimato di 24 milioni di dollari, mentre Netflix era già valutata 13 miliardi di dollari e oggi è un colosso da 150 miliardi.

5. Mike Lazaridis e Jim Balsillie (BlackBerry)

Mike Lazaridis e Jim Balsillie rivestirono la carica di amministratori delegati di quello che fu uno dei colossi degli smartphone, il gruppo BlackBerry.

Negli anni della loro amministrazione, però, conclusa nel 2012, i due dovettero vedersela con l’avanzata di Apple, con i suoi iPhone, e di Google, con il sistema Android. Dal 2009 al 2012 la quota di mercato di BlackBarry nel settore smartphone passò da oltre 20% a meno del 5%, e gli investitori accusarono soprattutto la guida di Lazaridis e Balsillie, incapaci di creare prodotti per competere con gli altri colossi.

6. Ronald Boire (Barnes & Noble)

Quando Ronald Boire fu nominato amministratore delegato della storica catena americana di librerie Barnes & Noble nel 2015 decise che per contrastare l’avanzata di un gigante come Amazon era il momento di diversificare la proposta puntando oltre i libri.

Purtroppo la strategia non diede i risultati sperati e nel 2016 la compagnia chiuse il quarto trimestre con 30 milioni di dollari di perdite, il 57% in più dell’anno prima, così i vertici decisero che per Boire era giunto il momento di lasciare il suo posto.

7. Mark Fields (Ford)

Quando Mark Fields arrivò in Ford come amministratore delegato nel 2014 il mercato automobilistico mondiale stava affrontando diverse sfide: l’auto elettrica, i servizi di mobilità condivisa e le auto a guida autonoma.

Fields decise che per Ford era tempo di buttarsi in questi nuovi settori ma le azioni del gruppo persero oltre il 40% durante la sua amministrazione e nel 2017 i vertici della casa automobilistica, in accordo con gli investitori, sollevarono Fields dal suo incarico.

8. Jeff Immelt (General Electric)

Un altro amministratore delegato che ha deciso di puntare sull’innovazione senza successo è Jeff Immelt, alla guida del colosso tecnologico General Electric dal 2000. Immelt adottò una strategia aziendale che guardava al modello delle startup e si dedicò soprattutto allo sviluppo di software e all’internet of things, ma durante la sua amministrazione il titolo della compagnia perse quasi un terzo del suo valore, e così gli azionisti decisero di chiedere le sue dimissioni nel 2017.

Mickey Drexler (J. Crew)

Mickey Drexler fu amministratore delegato del marchio di abbigliamento J. Crew dal 2003, ma non riuscì a tenere testa alle sfide lanciate dall’ecommerce, soprattutto per quanto riguarda i prezzi, che online erano sempre più bassi mentre restavano uguali nei negozi del suo gruppo. Questa incapacità di adeguarsi ai cambiamenti in atto costò a Drexler il posto di amministratore nel 2017.

10. Jan Singer (Victoria’s Secret)

Anche per il marchio di intimo più famoso al mondo, Victoria’s Secret, ci sono stati problemi nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato e soprattutto alle richieste dei consumatori, che volevano prodotti meno sofisticati. L’incapacità di ascoltare i desideri dei clienti costò a Jan Singer il posto da amministratrice delegata del gruppo nel 2018, dopo che il brand aveva ridotto drasticamente la sua quota mercato, e nel 2017 le azioni erano scese di oltre il 29% anche a causa dell’avanzata di marchi concorrenti.

Fonte : Wired