Monsters & Co compie 20 anni: il lascito del geniale capolavoro Pixar

Può un film d’animazione essere un ritratto fedele della realtà sociale, economica e culturale contemporanea? Sì, e per quanto possa sembrare sorprendente, la prova risiede in uno dei primi successi della Pixar, la Fabbrica dei Sogni 2.0, capace di spingere verso confini inesplorati la realtà.

Uscito esattamente vent’anni fa per la regia di Pete Docter, Lee Unkrich e David Silverman, Monsters & Co. fu un grandissimo successo di critica e pubblico e conquistò ben quattro candidature agli Oscar, oltre a una marea di altri premi. Eppure, in pochi colsero la sua carica innovativa e audace, la capacità di andare oltre il classico racconto per ragazzi, parlandoci del mondo reale, della nostra vita quotidiana e di una società governata da paura e classismo. Un tentativo che Pixar non è riuscita a replicare in formato seriale, come è evidente dalla nostra recensione di Monsters & Co Lavori in Corso.

Una fabbrica molto speciale

Monsters & Co. aveva come protagonisti il colossale James “Sulley” Sullivan e il piccolo ma inarrestabile Mike Wazowksi, suo migliore amico, coinquilino ma, soprattutto, assistente presso la Monsters & Co., la più importante fabbrica della città di Mostropoli, dove si produce l’energia elettrica da cui dipende ogni cosa, ricavata dalla paura dei bambini, dalle grida causate dalle continue visite notturne di Sulley e degli altri mostri in un’altra dimensione.

Tuttavia, gli stessi professionisti del travestimento hanno un vero e proprio terrore degli infanti, sicuri che ogni contatto diretto possa generare infezioni o anche peggio. Nel film, Sulley viene descritto come un fuoriclasse dello spavento, un grande interprete del terrore in grado di raggiungere picchi di rendimento incredibili, di terrorizzare i bambini come nessun altro, neppure il suo rivale Randall Boogs, che ha come unico sogno superarlo nella classifica della fabbrica. Tutto cambia nel momento in cui accidentalmente una bambina giunge nel mondo dei mostri, mettendo in moto una serie di eventi che porteranno in breve Sulley e Mike a mettere in discussione la loro vita, la loro visione del mondo e lo stesso concetto che alimenta la società di Mostropoli. Apparentemente, Monsters & Co. è una storia in cui regna una dimensione comica e tenera, incentrata sul concetto di diversità come risorsa e non come minaccia. In fin dei conti, già dai tempi di Shrek (qui la nostra recensione di Shrek) si era cercato di rovesciare la classica visione buoni/cattivi anche dal punto di vista estetico. Gran parte della critica vide in questo film una perfetta linea narrativa parallela al mondo dell’orco della palude. Ma c’era molto, molto di più.

La metafora dell’ultraliberismo

Monsters & Co. era soprattutto il racconto di una gigantesca bugia creata dal boss della fabbrica, Henry J. Waternoose III, figura paterna per Sulley, carismatico leader e mostro apparentemente tutto d’un pezzo.

Nella realtà, tutto ciò che gli interessa è mantenere il suo potere e rinnegare ogni cambiamento, anche a costo di mentire e sacrificare la vita di Sulley e Mike, nonché quella della bambina che sa perfettamente non rappresentare una minaccia per nessuno. In lui rivediamo tanti capitalisti, capitani d’industria e magnati – una minoranza per fortuna – che non sono disposti a scendere a compromessi in nome del profitto. La stessa fabbrica in cui i mostri lavorano, dietro l’apparenza amichevole e al team building, è in realtà una dittatura del concetto di performance, un regno di arrivismo e narcisismo in cui si viene considerati solo per i risultati professionali.
Sulley non è ammirato in quanto generoso, simpatico o altruista, ma perché è il migliore nel suo lavoro, diventando così la declinazione inquietante del credo ultra liberista, in base al quale si esiste e si è degni di attenzione solo se si è performanti e produttivi. Il fatto più incredibile è che tale dittatura del profitto viene accettata e indicata come il miglior sistema possibile, quando in realtà è il motore di un individualismo totalizzante, di una mancanza di spirito comunitario che il film mostra come imperante non solo nel malvagio Boogs ma persino nei due protagonisti.

Il regno della paura e dei mostri

Monsters e Co. era un film dominato dal concetto di paura. Un terrore che era prismatico, trasversale, universale. Sulley e gli altri suoi simili vivono grazie a questo sentimento; è l’energia con cui Mostropoli va avanti, quindi viene da pensare che non dovrebbero temerla. Invece anche loro la provano, sicuri che gli umani possano infettarli con virus terribili.

I maestri dello spavento, che lo padroneggiano e lo creano, ne sono comunque afflitti. La paura è ciò che mantiene l’ordine nel loro mondo, a ben vedere.Tutti fanno ciò che Waternoose e i suoi sottoposti ordinano, la gerarchia viene sempre rispettata grazie a una bugia che deve alimentare la paura stessa. Bene o male qualcosa che già un regista come M. Night Shyamalan ci aveva indicato come la perfetta tattica per mantenere l’ordine costituito, in un’opera incompresa che fu The Village (qui la nostra recensione di The Village).

Uno squarcio in quella menzogna potrebbe rappresentare la fine del mondo conosciuto, finché non si scopre che le risate sono molto più potenti della paura e che non bisogna per forza terrorizzare i bambini per sopravvivere.

Il concetto stesso di mostruosità viene così alterato. I mostri sono tali nei nostri sogni perché costretti da una sorta di motore invisibile che, una volta dissolto, svela la propria illusione. Perché noi necessitiamo di qualcosa con cui esorcizzare il male; lo abbiamo sempre fatto, abbiamo bisogno dei mostri creati dalla nostra fantasia. Monsters & Co. vent’anni fa non fu quindi una semplice storia su buffe creature salvate da una bambina, ma un invito a considerare il diverso, l’altro. A vedere non un nemico, ma una risorsa, e il cambiamento come un evento necessario per migliorare noi stessi e ciò che ci circonda.

Fonte : Everyeye