Quando i videogame giocano con la nostalgia. Il ritorno di Age of Empires

Maledetti indiani. Nemmeno il tempo di arrivare a costruire le mura in pietra e sono già ai confini con i loro elefanti da guerra e le macchine d’assedio. In un attimo abbattono la palizzata difensiva dilagando. Mentre la battaglia infuria nel nostro accampamento del Sacro Romano Impero, vediamo un prete correre insensatamente verso i pochi soldati e contadini rimasti per dispensare cure e benedizioni. Poco dopo è riverso a terra, falciato da un lancere bengalese. Ormai chiaro che non finirà bene.

Ecco cosa significa giocare con Age of Empires IV, che dal 28 ottobre è disponibile per pc e Xbox Game Pass. Un salto indietro, a tratti doloroso, nel tempo. Non tanto nel passato fantasioso che mette in scena il videogame, ma nel 1997, quando uscì il primo capitolo di questo gioco di strategia in tempo reale, o “real time strategy (Rts) che dir si voglia, che in breve divenne famoso in tutto il mondo.

Ve lo ricordate il 1997? E’ stato l’anno di Titanic, Jurassic Park, Man in Balck e Jackie Brown, di Contact e L.A. Confidential. Ed è stato anche l’anno del tormentone Barbie Girl degli Aqua e Bitter Sweet Symphony dei The Verve, dell’album Ok computer dei Radiohead e del primo romanzo della saga di Harry Potter. Il Congo si chiamava Zaire, Hong Kong passò alla Cina a luglio, in Algeria infuriava la guerra civile e a settembre moriva Madre Teresa di Calcutta. Uscirono anche alcuni capolavori per console e pc: Final Fantasy VII, Oddworld: Abe’s Oddysee, Tekken 3, Grand Theft Auto e, appunto, Age of Empires.

L’ascesa e il declino di questa saga hanno preso dal 1997 al 2005, quando Microsoft ha pubblicato il terzo capitolo. Poi più nulla, perché il dominio delle console sembrava aver messo la parola fine al mondo dei giochi per pc. E gli rts sono cosa da pc non da console. O almeno così è sembrava allora.

Age of Empires IV si rifà al medioevo e al rinascimento visto nel secondo gioco della saga, ma è soprattutto un ritorno agli anni Novanta: la grafica nuova, le 35 missioni da giocare che rievocano grandi battaglie del passato come quelle combattute dai Normanni in Inghilterra, la possibilità di sfidare altri online o condurre match solitari contro l’intelligenza artificiale, sono tutti strumenti usati per mantenere l’impronta originale. E alla fine sembra lo stesso videogame, attualizzato senza stravolgerlo per ricreare l’effetto nostalgia senza però apparire antico.  

Otto le civiltà presenti: inglese, francese, rus, mongola, cinese, abbaside, con l’aggiunta del sultanato di Delhi e del Sacro Romano Impero. Ognuna, ovviamente, con i suoi punti di forza e le sue debolezze. Si mandano gli abitanti a raccogliere legname, a scavare cave per estrarre pietra e oro, a coltivare campi per accumulare derrate. E con queste risorse si costruiscono edifici che permettono di avere fanti, cavalleria, arcieri e nuove tecnologie per accedere ad altre strutture, altri armamenti, altre unità militari. Un piccolo villaggio che si fa diorama, rappresentazione approssimativa di un’intera civiltà storica che vive ed evolve. E se non si è abbastanza rapidi nel farla progredire, si finisce con l’esser invasi dal vicino che nel frattempo è riuscito a mettere in piedi un esercito più potente.    

La modalità narrativa, nella quale si ripercorrono alcune campagne militari fra alto e basso medioevo intervallate da brevi sequenze che hanno il piglio del documentario, tenta di somigliare a tratti ad altri giochi di strategia come Total War. Senza riuscire però ad avvicinarsi minimamente a quel livello di dettaglio nelle dinamiche degli scontri. E’ vero che le singole unità hanno delle abilità specifiche e che bisognerebbe usarle al tempo giusto e contro il giusto avversario, ma è tutto un po’ grossolano sul piano della tattica e l’intelligenza artificiale non aiuta. Come spesso capita nei videogame è troppo abile in certe cose e troppo poco in altre. Nel complesso lo schema di fondo è al vicino a rts di altro genere come StarCraft, uscito nel 1998, o a Command & Conquer, che invece è del 1995. Un grande classico di venti anni fa riproposto con una certa abilità filologica. Con tutto quello che ne consegue nel bene come nel male.  

A proposito di nostalgia. Colpisce che Age of Empires IV sia stato sviluppato da Relic Entertainment. Venne fondata proprio nel 1997 a Vancouver, in Canada e due anni dopo pubblicò uno dei giochi di strategia in tempo reale più ispirati nella storia dei videogame intitolato Homeworld. Raccontava dell’esodo di quel che restava dell’umanità, dopo la distruzione delle Terra, attraverso lo spazio profondo. Accompagnati dalle note di Agnus Dei del compositore Samuel Barber, si viaggiava fra nebulose e campi di asteroidi illuminati dalla luce fredda di qualche stella lontana e sempre braccati dalle forze nemiche delle quali non si conosceva nulla se non l’ostinazione e la potenza militare. Fu un fulmine a ciel sereno, l’unico vero colpo di genio della Relic. Del resto erano altri anni. A quei tempi i videogame sapevano ancora come stupire.

Fonte : Repubblica