Conversazione con Zerocalcare: l’universo narrativo, il successo all’estero e il “finchè dura”

Cosa aspettarsi da Strappare lungo i bordi, come si inserisce nel mondo di Zerocalcare e cosa succede adesso

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Dal 17 Novembre sarà su Netflix Strappare lungo i bordi, la prima serie di Zerocalcare, la prima serie animata italiana per Netflix e in un certo senso la prima serie animata italiana (da molti anni a questa parte) ad avere un profilo alto e ambizioni che non si fermino al pubblico più infantile ma voglia poter parlare a tanti. A 10 anni dalla sua esplosione Zerocalcare ha macinato successi, vendite e riconoscimenti, è abituato ad essere apprezzato ma rimane sempre terrorizzato del giudizio del pubblico. Nonostante le prime ottime impressioni delle anteprime quando lo incontriamo è qualche ora prima della prima proiezione con il pubblico e “non la vedo rosea. Non la vedo rosea per niente. Sono terrorizzato e c’ho i crampi. Però oh se non altro, benché possa andare male e possa fare schifo alla gente, potranno dire tutto ma non la cosa che mi spaventava di più cioè: “Zerocalcare ha venduto i suoi personaggi a Netflix che ha fatto una cosa per cavoli propri che non ha niente dello spirito originale” questo non lo potranno dire, la voce mia sta ovunque”.

Questa descrizione che hai fatto mi ricorda un’altra produzione che porta il tuo nome, La profezia dell’armadillo, il film del 2018 che avendone i diritti usa i tuoi personaggi ma del quale non hai mai parlato e alla cui promozione non hai partecipato…

“Ahahah! Non dirò niente su questo”.

Dai primi episodi si capisce che devi un po’ ricominciare da capo e spiegare tutto del mondo di Zerocalcare. Praticamente rifai la origin story. Hai approfittato per cambiare qualcosa?

“Dici una cosa tipo retcon? Diciamo che questo lavoro l’ho fatto già nei fumetti con il tempo. Ho aggiustato alcune cose che nei primi entravano in contraddizione. Il fatto è che ad ogni volume pensavo che sarebbe stato l’ultimo e quando questo è diventato un mestiere ho cercato di trovare un quadro coerente narrativo. Ad ogni modo Strappare lungo i bordi nella mia testa è un capitolo della mia produzione narrativa fumettistica, non vorrei che si svolgesse in un universo a parte, vorrei fosse coerente e se mai andrà bene si potesse intersecare con i fumetti. Insomma è canone ufficiale”.

Se la prima stagione va bene e si fa la seconda, le due saranno legate da una trama o sarà come le tue graphic novel, ognuna con una sua storia autoconclusiva?

“Tendenzialmente vorrei che fossero tutte stagioni autoconclusive. Voglio raccontare una storia, mi servono tot puntate e lo faccio. Fine”

Però così di fatto è una serie che non ha niente di quello che distingue le serie tv. Non ha i grandi misteri, non ha episodi con cliffhanger che ti spingono a vedere il successivo, non ha una grande narrazione tra stagioni…

“Beh un po’ la trama orizzontale comincia ad arrivare verso metà. Del resto se vogliamo nemmeno i libri miei hanno propriamente l’andamento classico del viaggio dell’eroe”.

Quand’è che ti sei detto che quello del disegnatore di fumetti era definitivamente il tuo lavoro?

“Tardi. Prima era un hobby per amici, poi è diventato un affiancamento al reddito delle ripetizioni e traduzioni, poi la mia principale fonte di reddito, poi l’unica e dopo un po’ che era l’unica ho cominciato ad accettare l’idea che fosse un lavoro. Su 10 anni di carriera l’ho accettato al quinto anno, era più o meno il momento di Kobane Calling”.

Nei fumetti parli più di serie e film di quanto non parli di fumetti. Ora che hai pensato una serie che idee avevi su cosa una serie tv dovesse essere o dovesse fare?

“Deve intrattenere in maniera vivace, non volevo avesse momenti di lentezza, volevo fosse una cosa che ti sveglia. Di certo non una che guardi lavando i piatti con la coda dell’occhio. La volevo visivamente accattivante, da guardare più volte per capire tutto, perché la seconda volta magari puoi leggere cosa c’è scritto nel giornale che quello ha aperto o cosa c’è scritto nei poster mettendo in pausa. Volevo più livelli di lettura insomma. E volevo che fosse una cosa per adulti non perché dicono parolacce, ma più come Bojack Horseman. Certo quello è stupendo, grande narrativa a cartoni, non avevo quell’ambizione lì ma sicuramente volevo un pubblico grande”.

Tu fai tutte le voci tranne quella dell’armadillo che è di Valerio Mastandrea. Solitamente nel doppiaggio dell’animazione ognuno legge da solo le sue battute. È andata così?

“No io e lui molti scambi li abbiamo registrati insieme, con botta e risposta in saletta. Il punto è che Mastandrea non la sa fare una cosa come gli viene detta, ci deve mettere del suo, arricchisce continuamente e lo fa bene! Molte delle cose più divertenti dell’armadillo sono venute fuori cazzeggiando con lui”.

Ti ha corretto la recitazione?

“No perché quando si è reso conto che questa roba ha quella cifra lì, la mia, e che se provi a farmi recitare in modi più canonici e impostati veniva una monnezza, ha capito che io dovevo fare io e lui doveva fare lui”.

L’hai sempre immaginata così, con il tuo personaggio che fa le voci di tutti?

“No all’inizio no, l’ho pensato quando ho capito che mi piaceva l’idea che fosse un dialogo diretto con lo spettatore, io che ti racconto una storia dall’inizio alla fine come se fossimo uno davanti all’altro”.

Con Netflix sarai in 160 paesi. Che ricezione pensi possa avere all’estero?

“Non riesco ad immaginarlo. Ma non mi pongo il problema nemmeno quando traducono i miei fumetti, se piacciono bene se no no. Kobane Calling ad esempio è andato bene in molti paesi, in Francia così tanto che ha fatto andare bene anche gli altri. Ma in linea di massima negli altri paesi tolto Kobane Calling non mi si fila nessuno. Chi lo sa magari in Francia la serie troverà un po’ un suo pubblico…”

Pensi mai ai lettori o spettatori? Pensi se gli piacerà quel che stai facendo?

“Sempre! E penso anche che tutto può fregare a tutti se lo racconti bene, anche una fila all’Inps. Alla fine io su ste stronzate ci ho fatto una carriera. Però non devi mai dare niente per scontato non devi lasciare i lettori indietro, anche a costo di essere didsacalico e prenderli per mano come fossero il fratello scemo. Altrimenti il lettore si sente che è rimasto indietro mentre l’autore è andato avanti”.

Alla fine stai portando avanti una carriera quasi da mangaka, cioè lavori ad un solo grande racconto, un solo mondo narrativo che poi declini in modi diversi per produzioni diverse. Ti viene voglia di fare qualcos’altro che non preveda Zerocalcare e i suoi personaggi?

“Ma io so fa’ solo questo!”.

No ma magari qualcosa di vicino che però abbia…

“SO FARE SOLO QUESTOOO!!!

“No davvero quando ho provato a fare cose con altri personaggi è venuto una merda. Nelle storie di Zerocalcare ci sto buttando tutte le energie perché non ho un piano B. Finchè dura ci faccio tutto”.

Quand’è che smetterai di dire “finchè dura”?

“Penso mai”.

Fonte : Wired