La Roma di Pippo Franco

Nella corsa al Campidoglio è sceso in campo anche Pippo Franco, candidato nella lista civica di Enrico Michetti. Attore, storico showman del Bagaglino, punta all’Assessorato alla Cultura. Nessuna ragione politica dietro a questa scelta, semplicemente “un servizio all’arte” quasi doveroso da parte sua, che ha vissuto gli anni culturalmente più ferventi di Roma, quando era ancora “una città poetica”, piena di gallerie d’arte e “bar che stavano ovunque”. “Quella che cercava di descrivere Califano”, amico di gioventù e compagno di notti “molto movimentate” nei locali di via Veneto. L’infanzia nella casa di via Pavia, “due famiglie con un bagno solo”, l’appartamento di via Federico Cesi condiviso con altri artisti quando aveva 16 anni, gli inizi del Bagaglino con Gabriella Ferri in una cantina di vicolo della Campanella, dove “c’entravano 120 persone”. Un’epoca che non c’è più, “la Roma der Monnezza”, per la quale oggi prova molta nostalgia.

La sua candidatura alle Comunali di Roma ha lasciato di stucco molti. Non quelli che la proposero come Presidente della Repubblica. E’ stato corteggiato più dalla politica o dai cittadini?
“Non sono stato corteggiato da nessuno in verità. Conosco Enrico Michetti da tempo, mi ha chiesto se volevo presentarmi per spalleggiarlo come sindaco e mi sono offerto di essere utile per l’Assessorato alla Cultura. L’ho fatto esclusivamente per questo. Penso che dopo Sgarbi posso essere utile. Nasco come pittore e musicista, ho disegnato fumetti per tre anni, poi ho fatto il cantautore, l’attore, lo sceneggiatore e tutto il resto. Ho attraversato diversi mondi e mi appartiene questa realtà. Nel momento in cui Michetti mi ha offerto questa possibilità ho accettato. Ripeto, limitatamente per la cultura, perchè ritengo che Roma sia abbastanza abbandonata sotto questo profilo”.

Un po’ impolverata?
“Mi pare che non accada nulla. Faccio un esempio. Io ho studiato con Guttuso e anche con Giulio Turcato, un altro grande, antesignano della pittura astratta. La mostra che ho visto di Turcato era a Santa Severa. Non a Roma”.

Se dovesse vincere quindi ha una mission ben precisa…
“Se dovessi vincere ho una infinità di idee che se si possono realizzare, ribadisco relativamente alla cultura e all’arte. Tutti conoscono Roma come caput mundi, perché la storia dice questo, e penso che si possa fare tutto quello che non è stato fatto finora”.

A Roma l’ultima amministrazione di centrodestra risale a 8 anni fa e la vittoria di Alemanno fu un’impresa quasi epocale. Questa città è di sinistra secondo lei?
“E’ una domanda che non mi sono posto e non mi pongo. Ognuno risponde per sé. Le epoche poi sono diverse. Possono dirlo i sondaggi qual è la tendenza, io non me ne occupo perché non sono interessato alla politica in quanto tale. Io cerco di rendere un servizio all’arte, è quella la cosa che mi interessa”.

Ad aprile dichiarò di stimare Virginia Raggi. La pensa ancora così?
“Quello è stato un refuso del titolista. In verità io avevo tirato fuori un paradosso, che era ‘Stimo la Raggi in quanto ancora governa malgrado tutti i problemi che ha Roma e che sono rimasti tali'”.

Lei ha una memoria storica importante di questa città. Chi è stato secondo lei il miglior sindaco di sempre?
“Francamente non lo so dire. Si sono avvicendate tante di quelle realtà. Alcuni hanno fatto quello che potevano, altri un po’ meno, ma non ricordo, se non nell’antichità, una figura preminente che ha fatto parecchio. Certo, ci sono stati anni in cui i locali hanno aperto, in cui hanno dato permessi alle strutture, ma quel periodo ormai è dimenticato”.

Dove è nato?
“Sono nato in viale Regina Margherita, ma da piccolo per anni sono stato a via Pavia e non posso dimenticare quella casa perché è stata estremamente importante per me. Ci vivevamo in dieci. Eravamo due famiglie con un bagno solo, eppure è stato un periodo particolarmente felice. Poi ci siamo trasferiti a Corso Rinascimento, davanti al Senato. Sono cresciuto lì, ci ho trascorso tutta la mia fanciullezza, tra Piazza Navona e Campo de’ Fiori. Mi ricordo che a Piazza Navona si poteva ancora giocare col pallone. Quella è la mia zona di appartenenza culturale e di crescita interiore”.

Anche di formazione immagino. Ha studiato in un liceo importante.
“Con il liceo artistico, che ho fatto a via di Ripetta, sono esploso perché ho trovato me stesso. Ero nato evidentemente per fare quel mestiere”.

Che Roma era quella?
“Era una Roma particolarmente poetica. Quella che cercava di descrivere Califano. Era la Roma della Dolce Vita di Fellini, dei bar che stavano ovunque. Una Roma piena di gallerie d’arte, di fermento. Tutti i miei amici artisti, come Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, che hanno bruciato velocemente la loro esistenza, hanno però avuto modo di esprimersi. Era una Roma anche letterariamente importante, ricordo Antonello Trombadori, erede dei grandi poeti romani, e tante altre realtà. La Roma anche di Moravia e di tutto quello che accadeva nel cinema. Di quella meraviglia adesso non c’è nulla, perché questa città non è più poetica”.

Sono cambiati anche i romani?
“Io ho attraversato quattro generazioni, dipende di quale generazione parliamo. Oggi i romani sono cambiati perché è cambiata la tendenza: ci si riconosce negli aperitivi più che nella profondità, nel modo di essere e nel cercare di capire cosa rappresenta Roma. A Roma c’è tutta la storia del cristianesimo, è una città che ha dominato il mondo, a suo tempo, sotto tutti i profili. Tutto questo è stato dimenticato”.

La prima casa in cui ha vissuto da solo?
“Sono andato a vivere da solo molto presto, avevo 16 anni. Presi un appartamento a via Federico Cesi insieme ad altri artisti. Andavo al liceo e avevo questa stanza. Ogni tanto tornavo a casa, ma era una vita del tutto libera. Poi verso i 18 ho iniziato a suonare nei locali, la notte. Vivevo sempre in centro, non lontano dal Bagaglino”.

Un altro capitolo importante della sua carriera e di Roma.
“Sicuramente. Il Bagaglino era l’interpretazione del nostro tempo. Mostravamo la politica, o certi aspetti della politica, senza prenderne parte. Non eravamo né di destra né di sinistra, ma ci fermavamo a un certo punto e cercavamo di tirare fuori le incongruenze e i paradossi con delle macchiette e caricature della realtà di allora, man mano che si muoveva. Ricordiamo Andreotti, per esempio, uno degli esempi di quella realtà”.

Che ricordo ha di quel periodo?
“Mi ricordo 23 anni di televisione, facevamo 14 milioni di ascolto. Noi però cominciammo in una cantina con Gabriella Ferri, in vicolo della Campanella. C’entravano 120 persone. Poi nel ’75 ci siamo trasferiti al Salone Margherita e da lì è esploso tutto ed è andata avanti una storia indimenticabile”.

Un monumento che non c’è più, possiamo dirlo?
“Certo che si può dire. Sono cambiati i tempi. Prima si aveva tempo di organizzare spettacoli, lo facevamo una volta a settimana, in diretta, raccogliendo tutto quello che era accaduto. Adesso in una settimana sono talmente tante le cose che succedono, le contraddizioni, i paradossi, che forse non si riuscirebbe nemmeno a stargli dietro. Bisognerebbe fare un Bagaglino giornaliero”.

Oggi dove abita?
“A Roma nord. Preferisco non dire il quartiere, ma sto benissimo lì. C’è verde, spazio, mi piace molto”.

Il luogo del cuore?
“Non ce n’è uno in particolare, sono tutti luoghi del cuore. L’ho attraversata tutta Roma, sotto ogni profilo. E poi è tutto cambiato. Ti potrei dire via Veneto, ma non c’è più niente di quello che c’era prima: quasi tutti i locali di una volta sono chiusi, ma pur sempre mi è rimasta del cuore. Come anche Trastevere”.

Invece il posto dove provava a conquistare una donna?
“No, per carità. Bisogna essere romantici per conquistare le donne? Io ho seguito sempre l’istinto, non ho mai pensato ‘porto una donna in un posto romantico e la corteggio’. Per me la vita è interiore”.

Delle notti trascorse a suonare nei locali di Roma cosa ricorda?
“Sono talmente tante, tutte bellissime. Ho vissuto una vita lavorando nei locali notturni fino alle 4 del mattino. Spesso con la mia band suonavamo al Royal, che stava in una traversa di via Veneto ma non esiste più, come tutti gli altri. Erano molto movimentate quelle serate. Mi ricordo tutti i momenti vissuti con Califano, perché facevamo lo stesso mestiere. Ci conoscevamo da quando avevamo 19 anni, io scrivevo e lui aveva appena iniziato a fare canzoni, abbiamo fatto anche diversi spettacoli insieme. Se parliamo di Roma non possiamo non parlare di lui”.

E’ tifoso?
“Sì, ma non sono un ultrà. Mi piace la Roma ma quando la Lazio gioca bene mi piace lo stesso. Sono amico di Lotito”.

Bipartisan…
“Bipartisan. Però ad essere sincero sono romanista”.

Roma in una frase?
“Penso che l’unica frase possibile sia Roma caput mundi. Non ce n’è un’altra”.

Speriamo possa tornare ad esserlo.
“Lo è sempre stata, solo se ne è dimenticata. Questa non è la Roma der Monnezza (Tomas Milian, ndr), per intenderci, per il quale ho nostalgia. Mi manca quell’epoca”.

Fonte : Roma Today