Perché non possiamo più accettare che si parli di femminicidi come ha fatto Barbara Palombelli

La conduttrice di Forum alimenta una narrazione che è colpevolizza le vittime. Qualcosa che non possiamo più accettare in un’Italia che ha registrato 83 femminicidi dall’inizio dell’anno

Barbara Palombelli a Forum

Il 5 settembre Chiara Ugolini, 27 anni, viene uccisa durante l’aggressione a sfondo sessuale subita dal vicino di casa. Il 7 settembre Piera Muresu viene ferita, quasi mortalmente, da due colpi di arma da fuoco sparati dal compagno. Il giorno dopo Ada Rotini viene uccisa a coltellate dal marito, il giorno del divorzio. È la stessa sorte di Angelica Salis, accoltellata a morte dal marito il 9 settembre, e di Giuseppina Di Luca, morta il 13 settembre. Lo stesso giorno, Sonia Lattari muore sotto i colpi del marito durante un litigio. Il 10 settembre: Rita Amenze viene uccisa a colpi d’arma da fuoco in un parcheggio. Il principale sospettato è l’ex marito. Mentre il 15 settembre Alessandra Zorzin viene uccisa da un uomo che aveva conosciuto da poco che le ha sparato in pieno volto. 

Sono alcuni degli 83 casi di femminicidio avvenuti in Italia dall’inizio del 2021. Casi palesi di violenza di genere portata ai massimi termini, dietro ai quali si cela (per nulla velatamente) l’incapacità, da parte di un uomo, di riconoscere che una donna sia libera di fare le proprie scelte, di allontanarsi da una relazione, di rifiutare avances, di sostenere la propria posizione all’interno di un litigio.  Come sapete, negli ultimi sette giorni ci sono stati sette delitti”, ha riassunto allora di fronte a questa recente serie di femminicidi la storica conduttrice di Forum Barbara Palombelli durante la sua trasmissione: “Sette donne uccise, presumibilmente da sette uomini. Questo soltanto per dire l’ultima settimana”. Fino a qui tutto corretto. 

Poi, però, Palombelli, nell’introdurre la trasmissione, ha assunto una considerazione: “A volte però è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati, oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda, dobbiamo farcela per forza, perché dobbiamo, in questa sede soprattutto che è un tribunale, esaminare tutte le ipotesi”. 

L’ipotesi che Palombelli avanza, nella sua sede che non è un tribunale, ma uno studio televisivo in cui al massimo vengono ricostruiti casi giudiziari, è lecita quanto è lecito domandare a una persona sopravvissuta a una violenza sessuale com’era vestita. Come sottolinea la femminista Carlotta Vagnoli su Instagram: “Non solo si chiama victim blaming, ma è anche l’invisibilizzazione di un fenomeno di stampo culturale disastroso e universale. Non solo è colpevolizzazione, ma è anche dare un enorme assist alla cultura dello stupro”.

Una narrazione da demolire

A portare avanti questa narrazione – a suon di descrizione degli assassini come uomini per bene che hanno avuto un raptus inspiegabile, che sono usciti di testa, che amavano troppo, che non sapevano più cosa fare – non è certo la sola Palombelli. Ci troviamo di fronte a un fenomeno mediatico e culturale profondamente ingranato nel modo in cui siamo abituati a raccontare i femminicidi, che si ripropone in maniera sempre identica di fronte a ogni nuovo dramma.

E a ogni nuovo dramma si ripropone la richiesta pressante, da parte di chi si occupa di contrasto della violenza di genere a tutti i livelli ma anche solo di chi si è stancato di vedere incolpate le vittime incolpate della propria morte, di fare maggiore attenzione. Di sfuggire a quella che nei migliori dei casi è la voglia di scrivere un articolo acchiappa-clic, e nel peggiore dei casi è davvero la dimostrazione che una parte non indifferente dei protagonisti del giornalismo italiano non vuole capire di cosa parliamo quando parliamo di femminicidio.

Ovvero, per scomodare il prestigioso Centro per i diritti umani dell’Università di Padova, delle uccisioni che colpiscono la donna perché donna, che “non costituiscono incidenti isolati, frutto di perdite improvvise di controllo o di patologie psichiatriche, ma si configurano come l’ultimo atto di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico, fisico o sessuale”. “Gesti estremi di violenza che sottendono una realtà complessa di oppressione, di disuguaglianze, di abusi, di violenza e di violazione sistematica dei diritti delle donne”, aggiungono gli studiosi. Non certo raptus improvvisi nati dallo stesso tipo di rabbia che ti sale “al semaforo, quando non si accende la televisione o quando non esce l’acqua dal rubinetto”, come sembra credere Palombelli.

Fonte : Wired