Kate recensione: su Netflix un film di vendetta con Mary Elizabeth Winstead

Le nuove generazioni difficilmente conosceranno Due ore ancora (1949), classico della Hollywood che fu in cui il protagonista interpretato da Edmond O’Brien si trovava impegnato in una lotta contro il tempo: l’uomo, avvelenato e con pochi giorni di vita rimanenti, si metteva sulle tracce di chi l’aveva incastrato. Una premessa spesso riutilizzata in diverse forme dal cinema di genere, applicata di volta in volta a contesti ambientali e narrativi differenti.Nel caso di Kate, nuovo original del catalogo di Netflix tutto da recuperare (a tal proposto qui trovate 10 film da recuperare nel weekend su Netflix), l’azione è collocata in Giappone, con la tenace eroina di Mary Elizabeth Winstead che si trova ad affrontare intrighi e tradimenti nel losco mondo della yakuza.

Il film vede tra i produttori anche una figura di spicco della “new-wave action” degli ultimi anni, ossia quel David Leitch che dopo una carriera da stuntman si è seduto dietro la macchina da presa, contribuendo al successo di cult come John Wick, Atomica Bionda e Deadpool 2. E proprio sulla scia di suddetti titoli si inserisce anche questa nuova incursione nel filone diretta da Cedric Nicolas-Troyan, già autore del sequel Il cacciatore e la regina di ghiaccio (per approfondire ecco a voi la nostra recensione de Il cacciatore e la regina di ghiaccio del 2016).

Kate: una vendetta a tempo

Kate è un’infallibile sicaria che, su mandato del mentore Varrick che l’ha cresciuta, non esita mai quando deve premere il grilletto. E dopo aver ricevuto l’ordine, ma con un’iniziale titubanza, elimina un leader della yakuza nonostante questi fosse in compagnia della figlia in età pre-adolescenziale.

Scossa dall’evento e dalla reazione della ragazzina, Kate si è ripromessa di abbandonare quello sporco lavoro per iniziare a vivere una vita normale. Un ultimo incarico la attende, sempre nel Paese del Sol Levante, ma la ragazza viene avvelenata con del polonio e in ospedale scopre che le restano soltanto ventiquattr’ore prima di morire. La protagonista deciderà di trascorrere il suo ultimo giorno alla ricerca di chi l’ha incastrata e così facendo avrà modo di saldare i conti con il suo recente passato, mentre ai piani alti della yakuza stanno accadendo eventi imprevisti.

Il classicismo che non guasta

Un’assassina letale che sogna di lasciare per sempre la sua realtà fatta di violenza per condurre un’esistenza come tutti gli altri. Lo schema narrativo è quello stra-abusato dal filone, con Nikita (1990) quale principale fonte di ispirazione per le dinamiche a venire.

Se soltanto qualche giorno fa vi avevamo parlato nella nostra recensione di The Protégé di una produzione molto simile, quella volta esclusiva di Prime Video, ecco che ci troviamo di fronte a una storia molto simile, con solo alcuni accorgimenti a variare la struttura classica.
La sceneggiatura ha la furbizia di sfruttare il contorno nipponico, con alcuni riferimenti al folklore e alla musica locale – concerto della rock band femminile Band-Maid incluso – che oltre a essere una calamita per gli appassionati del Sol Levante permettono di garantire un pizzico di varietà in più. Il resto si mantiene invece perfettamente in linea con quanto uno può attendersi: sviluppi da revenge-movie intessuti in un contesto metropolitano e notturno, tra inseguimenti su quattro ruote, furiose sparatorie e combattimenti a mani nude che guardano per l’appunto al moderno stile del già citato Leitch.
Il divertimento semplice e veloce è garantito nel corso dei cento minuti di visione, tra sventagliate pop e luci al neon, con tanto di Maneki neko in chiusura a suggellarne l’anima esotica.

Fonte : Everyeye