Undine, recensione: in streaming il romantico film di Christian Petzold

Le ondine sono come sirene greche, ma bagnate dal freddo mare germanico. Creature leggendarie elencate fra gli elementali dell’acqua nelle opere sull’alchimia di Paracelso, descritte come creature affini alle fate. Cantano, si muovono, attirano gli sguardi di marinai ammaliati, ma sono prive di anima.
Per loro il paradiso è un universo inaccessibile, a meno che il loro cuore non batta all’unisono con quello di un mortale.
Undine è una donna che vive a stretto contatto con l’acqua e da quell’elemento è fortemente influenzata. Il nome che porta la protagonista dell’omonimo film di Christian Petzold è dunque profetico anticipatore di eventi della propria esistenza, e sadico manipolatore di un destino che tanto offrirà, chiedendo in cambio il dolore del sacrificio e della privazione.

Un viaggio tra gioie e dolori, quello vissuto dalla giovane freelance che lavora come storica presso il Märkisches Museum di Berlino. Se dal punto di vista professionale la vita va a gonfie vele, lo stesso non può dirsi per quella sentimentale.
Undine è appena stata lasciata da Johannes. All’improvviso, però, nel bar del museo compare il sommozzatore Christoph, ed è amore a prima vista.
Undine ricostruisce la sua vita come Berlino ha ricostruito molteplici volte sé stessa, raggiungendo un barlume di felicità, ma tutto cambia quando una sera Christoph la chiama dopo averla vista con Johannes. Come farà Undine a ricucire con Christoph?

Berlino e Undine, sinfonia di un amore

La città di Berlino è una silenziosa e invisibile testimone della nascita di un amore. Lascia che sia l’acqua che la lambisce a farsi portatrice del suo potere che modella l’estro e il carattere delle persone che tra quelle strade vi abitano, respirano, urlano, piangono, vivono.

Berlino c’è, si sente, ma compare nel suo doppio in reductio. Si mostra nel modellino di una città in espansione, distrutta e ricostruita, piena di vita ma vuota di spazi. Nell’assenza si fa largo così una presenza, quella di due cuori che iniziano a battere all’unisono, bagnati per caso da un acquario distrutto e destinati a viversi per sempre.
Il nuovo film di  Christian Petzold (La donna dello scrittore) non vuol di certo presentarsi come un documentario sulla città di Berlino, quanto una cartolina sentimentale che vede la capitale tedesca fare timidamente capolino tra gli inframezzi di visione.
Undine, come suggerisce lo stesso titolo, non ha una portata didascalica o urbanistica; non è Berlino sinfonia di una grande città, quanto uno sguardo poetico, lirico ma mai retorico, sulla potenza dell’amore cullata dal ricordo del mito.
Edifici dai tratti simulacrali si fanno pertanto doppi architettonici della presenza e assenza dell’amato, una costruzione lanciata verso il possibile e l’infinito, nell’attesa che qualcuno ponga finalmente quei mattoncini che andranno a sostituire l’eventuale perdita dell’altro, riflettendosi nelle acque circostanti nell’attesa di scorgere quel viso che fa battere tanto il cuore.

Acqua, culla degli amanti

In Storia del nuovo cognome, Elena Ferrante parlava dell’amore come “un mare in un giorno di sole. È cipria passata sopra l’orrore”.
E l’acqua, in tutte le sue declinazioni, è davvero la culla dell’amore: quello primario e materno, che abbraccia il bambino nel sacco amniotico della pancia della mamma, o quello che accarezza giovani amanti che corrono liberi, abbracciandosi, sotto la pioggia d’estate.

Ma l’acqua, quando filtrata dalla macchina del cinema, è anche anello di congiunzione, o separazione, nello spazio tra due amanti.
È l’elemento entro cui il protagonista rivede la propria amata ne L’atalante di Jean Vigo (film esplicitamente citato negli attimi conclusivi di Undine), o lo scrigno che abbraccia per sempre Eliza e la creatura nell’emozionante La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, o che bagna, unendoli in un bacio, i corpi di Peter Parker e Mary Jane in Spider-Man, o che li divide per sempre nel dilaniante addio tra Susan ed Edward nel lancinante Animali Notturni.

In Undine l’acqua si eleva a inframezzo di abbracci, sguardi, baci. La follia d’amore, quella accecante, improvvisa, ti colpisce come un acquario che si rompe in mille pezzi senza preavviso, per poi bagnare come lacrime, migliaia di farfalle nello stomaco che non volano più, ma nuotano.
Il liquido, nell’accezione sociologica di Bauman, è una caratteristica necessaria dei soggetti post-moderni chiamati ad adattarsi, come i liquidi, ai diversi contenitori che li ingabbiano, siano essi contesti sociali, economici, culturali o sentimentali.

E i personaggi di Undine sono soggetti posti in contenitori urbani, che trovano nella forma dell’acqua il modello da seguire per unirsi con facilità e senza ostacoli al corpo dell’altro, immergendosi tra i reciproci respiri, nuotando tra le acque calme di petti che respirano e braccia che stringono.
Quelli di Undine sono personaggi che si muovono in punta di piedi nel mondo, perché timorosi di disturbare.
Un uomo e una donna sospesi in un tempo tanto reale quanto indefinito, contemporaneo ed eterno, sospinti da una forza emotiva che li tiene uniti per sempre, una lega inossidabile forgiata con la forza dell’acqua.
Un mondo di ossimori e ribaltamenti, come capriole bagnate, che si riflettono anche nell’uso fotografico delle scelte cromatiche. Le sfumature verdi e bluastre, tendenti a un predominio di tonalità fredde, non vogliono rimandare a un raffreddamento delle emozioni, quanto alle acque dolci, di laghi e fiumi, che circondano e accompagnano la storia d’amore di Undine.
Mentre i colori caldi, solitamente associabili al calore dei corpi e all’esplosione delle emozioni, dipingono gli ambienti quando il cuore prende un sussulto e le distanze si esacerbano, lasciando un varco allo spettro della solitudine e della perdita.

Il film non si crogiola nella retorica lacrimogena, o nell’ipercinetismo visivo, ma predilige le atmosfere sospese e l’osservazione fenomenologica.
La macchina da presa risulta alquanto immobile; lascia che siano i personaggi a muoversi, come uno sguardo nascosto, che spia a debita distanza e senza intromettersi la nascita, lo sviluppo e un apparente epilogo di un amore destinato all’eternità.
Quello di Petzold è uno stile aggraziato e classico ma mai lezioso, pronto a esplodere nelle vesti di un composto dramma sentimentale fatto di silenzi e non detti sotto forma di sguardi immortalati costantemente sul punto di deflagrare in una forma di gioia e dolore.

Un abbraccio tra Eros e Thanatos costruito con il peso di tanti, impercettibili passi progressivi verso l’abisso della solitudine incastonata nell’eterna presenza dell’amato.
L’universo immortalato dalla cinepresa di Petzold è dunque uno scarto tra il desiderio di sicurezza e il terrore legato alla perdita, che sfugge ed eccede i confini del montaggio.
Un percorso esperenziale privo di commento musicale, sordo, come un corpo immerso nel profondo degli abissi, circondato da rumori ovattati che lo costringono a scendere a patti con se stesso, tra timori, emozioni e barlumi di felicità.

Undine: rime di una poesia liquida

È una poesia fatta di rime interne, Undine. I gesti che la compongono sono versi che si reiterano secondo uno schema preciso, che vuole ripetersi in maniera speculare con azioni precise (distruzione di oggetti), situazioni e inquadrature attirate dai corpi di Paula Beer e Franz Rogowski, ora ripresi frontalmente, adesso di spalle.

Analogamente a quel “palazzo del XXI secolo che – come sottolinea la protagonista a proposito dell’Humboldt Forum – ancora non esiste” e che “sarà la replica di uno del XVIII, perché nulla evolve”, così la storia tra Undine e Christoph è un legame senza rivoluzione.

Un gioco dei sensi e dei sentimenti copia ordinaria di mille altri abbracci e baci, figlio di un tenero passatempo mai evoluto nel tempo ma sempre uguale a se stesso, e forse proprio per questo incredibile.
Un amore che genera dalla potenza di corpi bagnati, che crea e distrugge, per poi creare di nuovo, come la forza modellante dell’acqua sulle pareti delle scogliere, o la mano di un architetto che lascia nei propri modelli la propria potenza creativa.
La storia d’amore di Undine è un Uroboros che rigenera e distrugge se stesso, simbolo della natura ciclica delle cose, energia universale che si consuma e si rinnova ad libitum.
Simbolo del tutto, dell’eterno, dell’infinito, proprio come l’amore sostenuto dal peso di un cuore che palpita, batte, anche quando gli occhi si chiudono, e il ricordo vive, bagnato dalle acque del sentimento.

Fonte : Everyeye