Cosa c’è dietro il tangping, la protesta dei giovani lavoratori tech in Cina

Sfinite da ritmi di lavoro impossibili, competizione sfrenata e assenza di prospettive, le nuove generazioni non credono più nel sogno cinese. Il governo censura la resistenza sui social ma non basta

Negli ultimi mesi, il vocabolario cinese si è arricchito di una nuova espressione: tangping, ovvero stare sdraiati. Tangping però non è solo un neologismo ma anche un termine che definisce “una sorta di resistenza passiva ai ritmi sfrenati della vita lavorativa in Cina, vissuta soprattutto dai giovani lavoratori delle aziende tech o legate alla nuova economia”, spiega Ivan Franceschini, ricercatore dell’Australian National University, esperto dei diritti dei lavoratori in Cina.

Non è un movimento”, precisa, “non ha niente di organizzato, è più una reazione spontanea”. Una protesta contro il modello socio-economico imperniato sulla spasmodica ricerca del successo e ritmi lavorativi impossibili, cui non corrisponde una reale soddisfazione economica né personale. La soluzione è drastica: rifiutare la logica del successo, lavorare meno, o non farlo proprio, dedicarsi a sé stessi, consumare solo lo stretto necessario.

La censura non basta

Tutto è partito da un messaggio apparso ad aprile su Tieba, uno dei forum più utilizzati in Cina. Il giovane autore, Luo Huazhong, ha condiviso la sua esperienza: disoccupato da due anni, riesce a vivere ugualmente bene senza assecondare i ritmi e lo stress imposti dalla società e bollati come inutili oltre che “prodotto della mentalità antiquata delle precedenti generazioni”. A maggio il post è diventato virale, trasformandosi in un vero e proprio manifesto.

Dopo “involuzione”, “rat race”, “996” ora “tangping”. Termini che spopolano nella blogosfera cinese e tentano di trasformarsi in movimenti, filosofie, resistenza. Prendono piede nel giro di poche settimane e ancor più rapidamente vengono censurati. Infatti, dopo la presa di posizione di alcuni media vicini al partito, come il Guangming Daily o il Nanfang Daily che ha definito il tangpingvergognoso”, il post originale è scomparso, sono stati chiusi i gruppi sui social Weibo e Douban. Inoltre, magliette e adesivi sul tangping non sono più acquistabili sulle piattaforme ecommerce, come Taobao.

Il malcontento però non si è sopito. Anzi, nelle ultime settimane su Tieba sembra ricomparsa una pagina dedicata al tangping  e sulla piattaforma Zhihu sono migliaia le discussioni aperte. Lo stesso sta avvenendo su Telegram, dove aumentano quotidianamente i canali in lingua cinese ispirati al tema.

Sui social l’unica resistenza possibile

Non è la prima volta che i lavoratori cinesi tentano di avviare una protesta dalla rete. Nel 2019, un utente anonimo su Github lanciava il movimento anti-996, contro il modello di lavoro adottato da sempre più aziende tecnologiche, dalle 9 di mattina alle 9 di sera per 6 giorni settimanali. Quello che Jack Ma, fondatore di Alibaba, definiva “un’ enorme benedizione”, invitando i giovani a cogliere l’opportunità (“Se non lavori 996 quando sei giovane, quando mai potrai farlo?”), secondo i lavoratori digitali non portava ad altro che alla morte: per questo il repository su Github si chiamava 996.Icu, acronimo di intensive care unit (terapia intensiva).

Secondo Franceschini i lunghi orari di lavoro e la competizione sfrenata stanno portando a una situazione di disperazione: “Probabilmente è un sentimento diffuso a livello globale, ma i cui effetti si vedono maggiormente in uno Stato come la Cina, dove ci sono sempre meno associazioni e l’unico sindacato è ormai sganciato dalle richieste dei lavoratori”. Oggi in Cina gli spazi per l’attivismo sono ridotti ai minimi storici. Ecco perché, secondo il ricercatore, questi fenomeni sono in realtà una regressione, ciò che resta di altre forme di resistenza più attiva che stavano prendendo piede, ma che dal 2015 sono state sradicate. “In assenza di altri canali e in un contesto in cui le autorità sono sempre meno disponibili ad accettare il dissenso, i social restano l’unica alternativa e la passività l’unica soluzione”, sostiene Franceschini.

Suicidi e morti per overwork

Uno studio sulla salute dei dipendenti delle aziende digitali cinesi, pubblicato il 16 luglio, collega i lunghi orari di lavoro e l’insonnia a disturbi psichici, come la depressione. Un tempo diffuse soprattutto in Giappone con il nome di karoshi, oggi le morti causate dal troppo lavoro, per malattie, stress o suicidi, sono sempre più frequenti anche in Cina: sarebbero oltre 600mila ogni anno.

Dopo le morti di due dipendenti della top player dell’ecommerce Pinduoduo a dicembre 2020 e gennaio 2021 l’ultimo caso è stato riportato dal China labour bullettin di Hong Kong, che monitora la situazione dei lavoratori nel Paese. A Shenzhen, una delle città cinesi più altamente tecnologiche, il 25 giugno un diciassettenne si sarebbe lanciato dal balcone del suo dormitorio perché non sopportava più il trattamento degradante e le troppe ore di lavoro cui era obbligato durante il tirocinio. La pressione per i ragazzi infatti inizia già all’università, spesso alimentata dai genitori. Una ricerca del 2019-2020 ha evidenziato che l’83,5% dei ragazzi laureati si era sentito sotto forte o notevole pressione durante gli studi.

A rischio il sogno cinese?

Dopo l’esplosione del settore nel primo quindicennio degli anni Duemila, il sogno di fare carriera o denaro facile nelle grandi aziende tecnologiche è svanito. La Cina oggi si trova a far fronte alla crescita di una classe media urbana sempre meno ricca e a un aumento della disuguaglianza sempre più marcato. E la pandemia ha peggiorato la situazione: il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 16 e i 24 anni a giugno 2021 è al 15,4%, i prezzi delle case sono aumentati, i salari sono stagnanti.

Secondo Li Xiaotian, giovane sociologo dell’università di Hong Kong, è naturale che le nuove generazioni tentino di alzare la testa, sia perché sono sproporzionatamente impiegate nell’industria tech, sia per motivi culturali. “Credo stia crescendo una coscienza di classe, cosa abbastanza naturale nel contesto cinese perché abbiamo avuto un’educazione marxista fin dalla scuola media”, osserva. E aggiunge : “Attualmente il tangping è più sui social che nella vita reale, ma l’esperienza collettiva dell’essere sfruttati e alienati è reale, il risentimento collettivo per l’attuale rapporto di lavoro è reale. Quindi andrà avanti”. E proprio i social potrebbero aiutare i più giovani a organizzarsi.

L’idea del presidente Xi Jinping per la Cina del futuro è stata già delineata nella visione 2025 prima e nel documento China Vision for 2035 poi. Tutto si gioca sulla supremazia tecnologica: big data e intelligenza artificiale dovranno garantire al Paese l’autarchia. Se da un lato il “sogno cinese” potrebbe trovare nelle nuove generazioni non più disposte a sacrificarsi un intoppo non da poco, dall’altro però il dissenso potrebbe diventare anche uno strumento per quella che sembra profilarsi come una guerra alle aziende digitali, con lo scopo di ricondurle sotto i dettami del partito. Ed è solo l’inizio.

Fonte : Wired