Il caotico Gunpowder Milkshake arriva su Prime Video: la recensione

Non c’è niente di dolce nella ricetta del Gunpowder Milkshake. L’essenza inebriante della vaniglia lascia spazio all’odore acre del sangue, agitato ma non mescolato con un succo di girl power e un tocco di vendetta. Eppure qualcosa è andato storto nell’esecuzione di questa bevanda dissacrante e non certo dissetante.

Il film intrattiene nel breve raggio, incantando lo spettatore con i suoi colori accesi e i pochi sprazzi di lotta e adrenalina, ma una volta fatto un passo indietro e analizzato il prodotto nel suo complesso, quella che corre dinnanzi allo spettatore è una galleria di immagini infarcita di attimi lasciati vuoti, spazi non colmati che portano chi sta guardando a distrarsi, per cercare intrattenimento altrove, su uno schermo del cellulare, o su oggetti posti a lui vicino.

Gunpowder Milkshake e il Girl Power in ralenti

Le donne, lo ha dimostrato Quentin Tarantino con Kill Bill, non hanno paura di colpire, far male. Brucia in loro un fuoco particolare, una fucina mortale che le tramuta in angeli della morte, portatrici di sonni eterni abbigliate da innocenti fanciulle.

Red Sparrow, Atomica Bionda, Salt fino al più recente Black Widow, l’Oscar per Una donna promettente e Anna: sono una pinacoteca di quadri in movimento dove la donna si sveste dell’abito dell’angelo del focolaio e si eleva a vendicatrice, portavoce di cambiamento tinto di sangue.
Ultimo di questo elenco di eroine badass è Gunpowder Milkshake, disponibile adesso su Prime Video. Quella diretta dall’israeliano Navot Papushado è un’opera che vive di rimandi dei propri predecessori, che abbraccia e segue la scia di Sucker Punch di Zack Snyder.
Una successione di attimi trascinati da ralenti tirati all’estremo, che finiscono così per indebolire la potenza dell’azione che precedono, piuttosto che esacerbarne la potenza. Sipari sbrindellati, questi ralenti, su un teatro dell’azione su cui sembra non avere mai luogo lo spettacolo del sangue e dell’adrenalina.
Promette senza mantenere, Gunpowder Milkshake, lasciando lo spettatore in perenne attesa di una lotta, o un momento di azione che pare non sopraggiungere mai, come una montagna russa che sale lungo una salita infinita, senza correre giù in picchiata.

Il film di Papushado si trascina come un corpo crivellato, ferito ma non ancora abbattuto. Una catena di momenti sospesi, uniti da dialoghi che nulla offrono alla componente visiva.
Una mancanza prevedibile e alquanto normale per un film nato per stuzzicare gli occhi, ma quando anche l’azione, i movimenti dei corpi, con mani che tengono strette pistole, lame, e strumenti di morte, e le menti che elaborano veloce la condanna finale ai danni dei propri nemici non soddisfano la componente voyeuristica dei propri spettatori, allora si ricerca nella potenza delle parole un lasciapassare diretto nei meandri della propria fantasia.
La componente dialogica si limita a essere dunque solo un debole collegamento, una commistione di verbi e sostantivi gettati nel caos di una scia di calci e pugni confusionaria e mai veramente d’impatto.

Gunpowder Milkshake, tra immaginare e non realizzare?

Papushado ci prova a donare compattezza alla propria opera, tessendo le fila di una regia fatta di piani ristretti – così da cogliere l’essenza altrimenti nascosta dei personaggi – e campi più ampi nelle scene dettate dall’azione.
Eppure anche in questo caso il tentativo di immergersi nella psiche e nelle ossessioni delle proprie eroine, scavando sotto la superficie epidermica di quei corpi eretti ad amazzoni contemporanee, si rivela del tutto vano.
Non riesce a stare al passo della propria creatività il regista israeliano, lasciando ogni scelta alla superficie della teoria e dell’immaginato, piuttosto che della pratica e del realizzabile.

Lo spettacolo e la bellezza di visione di Gunpowder Milkshake si ritrova piuttosto nella fotografia e nell’impostazione di colorazione figlia di quelle attuate da Seamus McGarvey in 7 sconosciuti a El Royale.
Una scelta cromatica determinante, reminiscenza di una componente videoludica che fa delle immagini una giostra per lo sguardo, capace di accendere ogni più piccola goccia di sangue; un sangue rosso, come rossi sono i capelli di una Karen Gillan pienamente in parte.

Karen Gillan, parlami o Musa dell’ira di Samantha

Giocata in sottrazione, la sua Samantha è una donna enigmatica, fredda, imperscrutabile; una macchina da guerra che una volta affiancata alla madre (Lena Headey) e al temibile trio composto da Carla Gugino, Angela Bassett e Michelle Yeoh si tramuta in un meccanismo funzionante, perfettamente oliato.

Meccanismo pronto a ribellarsi al (pre)dominio del padre putativo Nathan (Paul Giamatti) e con lui – simbolicamente – a tutto il sistema maschilista e patriarcale che soffoca ancora oggi l’universo femminile e, con esso, quello della parità di genere.
Quella portata in scena dalla Gillan è dunque una versione femminile, ma non per questo meno letale, del Ryan Gosling di Drive, un gioco associativo confermato da quel bomber insanguinato così simile dei due.
Una performance, quella dell’attrice di origine inglese, memore e ibrido nata dall’astuzia di Amy Pond di Doctor Who, all’agilità della Ruby di Jumanji, fino alla freddezza di Nebula de I guardiani della galassia. Ma se la Gillan brilla nel suo minimalismo espressivo, il resto del cast appare fuori fuoco e poco ispirato. Soldatini di piombo posti sul campo di battaglia da un regista che tanto vuole fare, senza riuscire a concludere.
Ogni interprete si limita a compiere i gesti previsti e a pronunciare le battute trascritte su un copione imparato a memoria, senza offrire un’anima ai propri personaggi. Sono solo copie di mille altre creature di celluloide lasciate a navigare nell’oceano del cinema mondiale.

Ma qui non c’è nessuna bussola a indicare la retta via da seguire a questi interpreti. Nuotano a fatica in mari in tempesta per la durata di due ore, abbattuti dal peso di un’opera prolissa, incapace di essere controllata dal punto di vista consequenziale come invece ci si aspetterebbe.
Gunpowder Milkshake è uno di quei bellissimi pacchetti regalo incartati con eleganza e attenzione, ma che una volta aperti con foga e curiosità contengono al proprio interno un anonimo portachiavi comprato nel negozietto in tempo di saldi. Un’estetica illusoria che rivela un vuoto di contenuto.

Fonte : Everyeye