La Roma di Gianmarco Tognazzi

Un ragazzo di campagna. Gianmarco Tognazzi è cresciuto a Velletri, nella casa di famiglia – allora, quando c’era suo padre Ugo, frequentata dai più grandi del cinema italiano – oggi un’azienda vitivinicola a cui ama dedicarsi. “Negli anni ’70 e ’80 vivere ai castelli voleva dire essere emarginati da Roma”, città che vedeva solo “per andare a trovare i nonni materni e dal dentista”. “Le scuole dai preti”, a Castel Gandolfo e Albano, poi a 18 anni la fuga nell’ufficio del papà, vicino a via Giulia, dove dormiva “su un soppalco” e “alle 8 di mattina arrivava la gente a lavorare”. Quelli i ricordi più belli della sua gioventù, quando “si passava dall’Hemingway alle Cornacchie. Tutto ruotava tra piazza Navona e Campo de’ Fiori” e “ti spostavi un po’ dal centro se dovevi andare al Piper”. Le nottate con gli amici Sergio Cammariere e Luca Vianello, finché non ha incontrato Valeria, sua moglie, con cui 15 anni fa ha deciso di tornare a vivere a Velletri. Torvaianica il luogo del cuore, che per tutto agosto omaggerà il mattatore della commedia italiana – scomparso trent’anni fa – con il festival ‘TrentUgo’. Lì “le estati più belle”, nel residence a cui il papà ha dato il nome “per consuetudine, non per proprietà”, dove capitava di vedere “Ugo e Paolo Villaggio travestiti da donne nel doppio misto in coppia con Panatta e Pietrangeli”.

Dal 20 al 22 agosto, a Torvaianica, torna TrentUgo Tognazzi con la direzione artistica di voi figli. Regalo più bello a vostro padre non potevate farlo…
“Il regalo gliel’hanno fatto soprattutto il comune di Pomezia e la città di Torvaianica, che hanno sempre restituito a Ugo il grande affetto che lui gli ha dimostrato in tempi non sospetti, quando Torvaianica era un piccolo centro poco conosciuto. Lui scelse di vivere lì, agli inizi degli anni ’60, e di prendere la residenza in quello che poi è diventato il Villaggio Tognazzi per consuetudine, non per proprietà. Veniva chiamato così dalla gente perché c’era lui, alla fine è diventato Villaggio Tognazzi ufficialmente, anche per il comune di Pomezia”.

Che ricordi hai di quelle estati lì?
“Sono state le estati più belle. Ho passato tutta la mia vita al Villaggio e ci siamo ancora, così come gran parte dei villeggianti sono figli o nipoti degli amici e dei colleghi di papà. C’è la famiglia di Ruggero Mastroianni, grandissimo montatore, la famiglia Gherarducci, Garrani, Fantoni, la famiglia Garrone, i Delli Colli. La cosa più bella di quelle estati era sicuramente il torneo di tennis, che si è fatto per trent’anni”.

Evento sportivo ma anche mondano…
“E’ nato tutto sul campo da tennis di Ugo, mentre giocava coi suoi amici che vivevano lì. Alla fine è diventato un punto di riferimento da cui è passato chiunque, da Pavarotti a Nicola Pietrangeli, Mario Vittorio Cecchi Gori, Vittorio Gassman, Raimondo Vianello, Renato Rascel. Divenne un appuntamento incredibile, c’era anche chi non andava a presentare il film a Venezia perché doveva giocare al torneo. C’erano mille persone al giorno, più o meno, che venivano a vedere le partite di tennis tra attori quando manifestazioni del genere non esistevano. La sera invece c’erano cene con trecento, quattrocento persone, ospiti, proiezioni, giochi pirotecnici, numeri da circo”.

Numeri da circo?
“Quello che succedeva al torneo era irripetibile. Gente che atterrava con la mongolfiera sul campo da tennis, Anthony Quinn che faceva i numeri con la frusta perché era entrato in competizione con Philippe Leroy che faceva il mangiafuoco e spaccava le catene coi muscoli, le partite di tennis con Ugo e Paolo Villaggio travestiti da donne nel doppio misto in coppia con Panatta e Pietrangeli”.

Quella del Villaggio Tognazzi è la spiaggia più bella del litorale romano?
“Non so se è la spiaggia più bella, ma certamente è il luogo del cuore della nostra famiglia e di una comunità che si identifica in quel posto. E’ un microcosmo che non ha eguali lì intorno”.

Un’altra importante casa di famiglia è la Tognazza, a Velletri, oggi un’azienda agricola che ami gestire.
“In realtà è nata con Ugo ma non come azienda agricola in quanto tale. Lui credeva nell’importanza della materia prima e della qualità come fondamenta della cucina, parlava di Km 0 negli anni ’60, quando la gente scappava nei supermercati a comprare gli scatolati. Era un grande avanguardista che si basava sulla tradizione. La sua idea era trovare una campagna che gli potesse dare la materia prima per cucinare e coltivava tutto. Non nasce come azienda agricola, ma come ‘Ugoismo’, ovvero avere tutto dalla terra”.

Un altro luogo del cuore…
“E’ un altro mio luogo del cuore perché ci sono nato, cresciuto e ci sono tornato a vivere da 15 anni. Poi la mia passione per il vino mi ha portato a concentrare i miei sforzi su quelle vigne e a creare in quel luogo, che lui chiamava la Tognazza, un brand che è un’azienda vitivinicola”.

E’ poco conosciuta la campagna romana per le ricchezze che offre?
“Non solo è poco conosciuta, ma non è sfruttata adeguatamente. E’ un territorio considerato depresso, inspiegabilmente. Basta pensare alla bellezza dei Pratoni del Vivaro, oppure a posti come Rocca Priora, Velletri, Frascati, Grottaferrata, Genzano, Ariccia, Cori. I castelli romani sono la culla di Roma, la genesi. Purtroppo la città eterna, conosciuta in tutto il mondo, accentra l’attenzione, ma la provincia intorno è ricchissima. Lanuvio è un paesino meraviglioso, come Nemi, ma anche Tivoli. Ci sono posti da far riscoprire culturalmente”.

Ad esempio?
“Pochi sanno che a Velletri c’era la residenza di Eduardo De Filippo che poi è diventata quella di Anna Magnani, dove ha vissuto anche Gian Maria Volonté. A 800 metri da casa nostra c’era la residenza di Vittorio Gassman, a Cecchina quella di Antony Quinn, sempre a Velletri Franco Nero, Aldo Fabrizi. Altro che strada dei vini, ci sarebbe da fare anche la strada delle case della memoria”.

La passione per la cucina è un’altra eredità che ti ha lasciato papà. Il tuo cavallo di battaglia qual è?
“I miei cavalli di battaglia non sono quelli che cucino, ma quelli che magno. Amo tutta la cucina romana, dalla carbonara al pollo alla cacciatora, la gricia, i rigatoni con la pajata”.

Un amatore come te dove va a cena?
“Vado spesso al Casale della Mandria, sotto Lanuvio, dove si mangia la storica pizza con cinque farine diverse. Oppure al Casale della Regina, vicino Velletri”.

Tu sei cresciuto a Velletri?
“Ci ho vissuto fino a 18 anni, segregato in quelle che una volta erano considerate le campagne. Negli anni ’70 e ’80 vivere ai castelli voleva dire essere emarginati da Roma. Avevo una vita isolata rispetto ai miei coetanei, la città l’ho conosciuta tardi. La frequentavo solo per andare a trovare i miei nonni materni e dal dentista. Queste erano le mie escursioni a Roma”.

Anche le scuole le hai fatte lì quindi.
“Tutte ai castelli romani. Alle elementari sono andato alla Paolo VI a Castel Gandolfo, dai preti, poi sono passato al collegio ecclesiastico Leonardo Murialdo di Albano e dopo ho fatto l’istituto d’arte a Marino”.

E poi?
“A 18 anni sono andato a vivere a Roma per scappare dalla campagna che mi teneva ostaggio. Approfittavo dell’assenza di Ugo, che quel periodo lavorava spesso in Francia, per dormire nel suo ufficio al centro, vicino via Giulia. Sul soppalco. Alle 8 di mattina arrivava la gente a lavorare”.

Vivevi lì di nascosto?
“Sì. Quando ho iniziato a lavorare, dopo un paio d’anni, la prima cosa che ho fatto è stata prendere un mutuo. Nel ’90 ho comprato questa casetta sulla Cassia, dove ho vissuto fino al 2003, quando ho conosciuto mia moglie Valeria. Si è trasferita dalla Sardegna a Roma, poi abbiamo deciso di andare a vivere a Velletri per far rinascere la Tognazza in una chiave diversa, concentrandoci sulla passione per il vino”.

Che anni sono stati quelli romani?
“Gli anni della libertà. Ho recuperato tutto quello che non avevo fatto da adolescente. Quelli erano gli anni dei grandi locali a Roma: si passava dall’Hemingway alle Cornacchie, il Talent Scout, il Gilda. L’Olimpo, per dirne un altro. Tutto ruotava tra piazza Navona, al Bar del Fico o al Bar della Pace, e Campo de’ Fiori. Ti spostavi un po’ dal centro se dovevi andare al Piper”.

Chi erano i tuoi compagni di scorribande?
“Sergio Cammariere e Luca Vianello. Ho comprato casa sulla Cassia anche per stare più vicino a loro: Sergio viveva sulla Flaminia, all’altezza dell’Euclide, Luca sempre sulla Cassia. Abbiamo fatto degli orari… Ci svegliavamo alle due del pomeriggio e andavamo a dormire alle sei del giorno dopo. Dopo vent’anni di Roma, dove mi sono ripreso con gli interessi quello che non avevo vissuto prima, anche esagerando, sono tornato a Velletri. Quando cresci riapprezzi delle cose che da ragazzo ti vanno strette”.

Hai interpretato Spalletti nella serie tv su Francesco Totti. Tu però non sei romanista…
“Il calcio è una malattia che prendi da bambino. I primi due anni di vita vivevo con i miei genitori vicino a Varese, dove c’è la casa dei miei nonni, a 10 Km da Milanello. Ugo in quegli anni era una star assoluta, amico dei giocatori del Milan, e mi sono innamorato dei colori rossoneri, come tutti i miei fratelli. Siamo rossoneri di famiglia: il Milan è sempre stato il nostro anello di congiunzione”.

Per molti romanisti Totti è l’ottavo re di Roma. Sei d’accordo?
“Parlando di calcio sì. Penso che ci siano dei valori nelle bandiere che dovrebbero andare oltre tutto. Mi rendo conto che le nuove generazioni non sono riuscite a far tesoro neanche di questo. Ne ho avuto un esempio in famiglia rossonera quest’anno, di poca lungimiranza da parte di un giocatore che poteva avere l’occasione più unica che rara di fare un percorso come hanno potuto fare quelli che restano nella storia indipendentemente da quanti scudetti vincono. Totti rimarrà sempre l’ottavo re di Roma perché è stata la bandiera di Roma. Quando ci fu la possibilità di venire al Milan, ero ben felice che non venisse perché le bandiere devono restare dove sono. La grandezza di Totti è stata quella: ha vinto meno di ciò che avrebbe potuto vincere ma è rimasto fedele alla sua scelta e alla sua passione”.

Al di là del calcio, i tuoi miti romani chi sono?
“Nell’ambiente cinematografico sono Sordi, Proietti e Verdone. Tre di tre generazioni diverse. Ti potrei dire anche Vittorio Gassman, che non era romano ma aveva acquisito una certa romanità”.

A Velletri c’è una piazza dedicata a tuo padre, a Torvaianica c’è il villaggio. A Roma cosa gli intitoleresti?
“A Roma c’è via Ugo Tognazzi. E’ davanti a Spinaceto, in una zona residenziale dalla parte opposta. Ben venga che c’è, ma perché lì? A Roma c’è lungotevere Vittorio Gassman, c’è piazzale Marcello Mastroianni, Galleria Alberto Sordi. Ma farlo finire fuori dal raccordo anulare mi sembra eccessivo. Però va bene anche che stia lì, perché Ugo era un uomo di provincia”.
 

Fonte : Roma Today