Il rinascimento della plastica aggrava la crisi climatica

30 luglio 2021 10:19

Qualche anno fa un ricercatore dell’US Geological Survey (Usgs, l’agenzia federale statunitense che si occupa di risorse naturali e del rischio geologico) stava analizzando alcuni campioni d’acqua piovana raccolta sulle Montagne Rocciose. L’ultima cosa che pensava di trovare erano delle microplastiche. “Sta piovendo plastica”, ha scritto Gregory Wetherbee insieme a due colleghi.

Altri scienziati, in Europa, hanno scoperto che cadono, ogni giorno, circa 365 particelle di microplastica per metro quadrato sui Pirenei, nel sud della Francia. I ricercatori hanno trovato plastica ovunque, negli oceani, nell’aria, negli stomaci degli animali marini, persino nella placenta umana. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, stima che gli esseri umani consumino decine di migliaia di particelle microplastiche all’anno. Secondo gli statunitensi, le stime si aggirano tra le 39mila e le 52mila particelle microplastiche all’anno. Questi numeri aumentano a 74mila e 121mila quando si considera anche l’assorbimento tramite inalazione. Ulteriori 90mila particelle microplastiche all’anno sono da considerare se si consuma acqua in bottiglia. Possiamo ingerirle mangiando pesce, respirarle nell’aria, assorbirle da cibi e bevande che sono state a contatto con imballaggi. Ma da dove viene la plastica?

“Oggi il 99 per cento della plastica prodotta deriva dalla raffinazione di gas e petrolio, ovvero gli stessi materiali il cui sfruttamento ha determinato la crisi climatica”, ha detto Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.

Un problema complesso
Il rapporto The plastic waste makers index (indice dei produttori di rifiuti plastici) afferma che solo venti aziende sono fonte di più della metà di tutti i prodotti di plastica usa e getta. La statunitense ExxonMobil – tra le principali emittrici di CO2 al mondo – è la maggiore produttrice di plastica monouso, dice il rapporto, seguita dalla Dow, dalla Sinopec, dall’Indorama Ventures, dalla Saudi Aramco, dalla PetroChina e altre aziende. Il rapporto ha analizzato la catena di approvvigionamento della plastica per collegare i rifiuti di plastica monouso alle aziende che per prime producono i polimeri, “i mattoni” di tutte le materie plastiche, e a chi le finanzia.

La questione della plastica è un problema complesso, ma la ricerca ha rivelato che, in realtà, sono solo poche aziende a rappresentare la maggior parte della produzione mondiale di polimeri destinati a finire tra i rifiuti di plastica monouso. Secondo lo stesso studio, i grandi investitori globali e le banche “stanno agevolando la crisi della plastica monouso”. Si stima che venti delle più grandi banche al mondo, tra cui la Barclays, l’Hsbc e ka Bank of America, abbiano prestato quasi trenta miliardi di dollari alla produzione di polimeri di plastica monouso dal 2011.

La produzione di plastica si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking

Alla sua radice, quindi, la crisi globale della plastica è il risultato di un sistema fondato sull’uso di combustibili fossili. In particolare, non può essere considerata un problema a sé stante, separata dalla crisi climatica: inquinamento da plastica e collasso climatico sono due facce della stessa medaglia. Il processo di produzione della plastica e le sue conseguenze, una volta prodotta e dispersa nell’ambiente, sono entrambi fonti di emissioni di gas serra. Una nuova ricerca condotta con il dall’University of Hawaii suggerisce anche che la plastica rilasci gas serra quando si degrada nell’ambiente. Secondo il Center for international environmental law, le emissioni globali legate alla plastica potrebbero raggiungere 1,3 miliardi di tonnellate entro il 2030, tanto quanto quasi 300 centrali elettriche a carbone. E, se la produzione crescerà come previsto, la plastica occuperà tra il 10 e il 13 per cento delle emissioni di carbonio “consentite” dagli obiettivi climatici per tenere il riscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.

La produzione di plastica, inoltre, si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking, la tecnica estrattiva di petrolio e gas che richiede perforazioni e fratturazioni continue e che, secondo gli esperti, pone grossi rischi per il pericolo di perdite di gas, sismicità indotta e contaminazione delle falde acquifere. Il National Geographic riferisce che secondo il gruppo industriale American chemistry council, dal 2010 sono stati programmati o portati a compimento all’incirca 350 progetti petrolchimici con autorizzazione al fracking per un costo totale di oltre 200 miliardi di dollari. Le aziende di fracking statunitensi vendono il gas etano “in eccesso” ai produttori di plastica in Europa dove l’etano viene sottoposto a un processo che utilizza grandi quantità di energia e che “rompe” il gas in etilene, a sua volta poi trasformato in resina plastica.

Un falso assunto
Tra i grandi produttori di plastica, però, non ci sono solo le aziende petrolifere e i giganti petrolchimici, ma anche le multinazionali di bevande e packaging come la Coca-Cola, la Nestlé e la Unilever e quelle del tabacco. Si tratta di alcune tra le più grandi e potenti aziende del mondo che hanno unito le loro forze per la propria convenienza.

L’inchiesta Plastic wars di National public radio (Npr) e Public broadcasting service Frontline del 2020 ha rivelato che queste industrie hanno venduto al pubblico un’idea sapendo già in partenza che non avrebbe funzionato, e cioè che il problema si sarebbe risolto perché la maggior parte della plastica poteva essere e sarebbe stata riciclata. Ma non è così. I produttori di plastica l’hanno sempre saputo ma hanno speso milioni di dollari per comunicare il contrario. Come ha detto a NPR un ex funzionario dell’industria: “Vendere la possibilità del riciclo faceva vendere la plastica, anche se era una possibilità non vera”. L’indagine mostra come i consumatori siano stati ingannati, dall’industria petrolifera in particolare, a pensare che il riciclo avrebbe risolto il problema dei rifiuti. “Se il pubblico pensa che il riciclo funziona, allora non sarà così preoccupato per l’ambiente”, ha dichiarato a NPR Larry Thomas, ex presidente della Society of the plastics industry, conosciuta oggi come Plastics industry association, uno dei gruppi commerciali più potenti del settore.

I documenti interni mostrano che negli Stati Uniti i dirigenti delle aziende conoscevano questa realtà sul riciclo della plastica già negli anni settanta. Queste strategie di manipolazione, infatti, risalgono soprattutto agli anni settanta e ottanta, quando prevaleva il negazionismo climatico dell’industria, promosso dalle lobby con l’obiettivo di ritardare e ostacolare il più possibile le politiche di protezione ambientale.

Responsabilità individuale
Le aziende di combustibili fossili finanziavano esperti di comunicazione per creare campagne pubblicitarie che potessero far arrivare il loro messaggio al pubblico. Il più conosciuto tra questi è “l’Indiano che piange”, da Crying Indian Ad, uno spot pubblicitario degli anni settanta il cui slogan recitava “Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento”. Lo spot era parte di una campagna pubblicitaria messa su da Keep America Beautiful, un’organizzazione fondata da aziende leader nel settore di bevande e packaging con l’obiettivo di prevenire i divieti statali sugli imballaggi monouso.

La campagna pubblicitaria, inoltre, introdusse l’idea della responsabilità individuale. L’obiettivo era distogliere l’attenzione dall’attività delle industrie e dalla produzione, in modo tale che potessero continuare ad agire indisturbate. Il messaggio all’opinione pubblica statunitense, e poi mondiale, era che la soluzione dell’inquinamento dipende dalle singole persone e non dal sistema. E che finché ci fosse stata la possibilità di riciclarla, la plastica non sarebbe mai stata un problema.

Eppure, una ricerca della fondazione Ellen MacArthur suggerisce che solo il 2 per cento della plastica è riciclato in prodotti con la stessa funzione. Un altro 8 per cento è trasformato in qualcosa di qualità inferiore, un processo detto “down cycling”. Il resto finisce in discariche, disperso nell’ambiente o incenerito. La maggior parte degli esperti fornisce cifre simili.

“Di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni cinquanta è stato riciclato solo il 9 per cento. Il resto è finito in discariche e inceneritori sparsi nel territorio. E oggi i numeri globali indicano che, della plastica immessa in commercio in tutto il mondo, si riesce a riciclarne meno del 20 per cento”, ha spiegato Ungherese, aggiungendo che diversi elementi complicano lo smaltimento della plastica. “Innanzitutto, non tutta la plastica si ricicla, ma se ne ricicla solo una parte. In secondo luogo, alcune tipologie di materie plastiche, pur essendo tecnicamente riciclabili, non hanno domanda sul mercato quindi piuttosto raramente riescono a essere riprocessate per dare luogo a un prodotto che abbia delle caratteristiche qualitative paragonabili a quello di partenza. Quindi c’è un grosso problema”.

La plastica, infatti, si “degrada” ogni volta che viene riutilizzata, il che significa che non può essere riutilizzata infinite volte. Inoltre, la plastica nuova è economica e di qualità migliore. “Quindi tutti i proclami delle aziende che dicono ‘ricicla ricicla e ricicla’ si devono scontrare con la realtà dei fatti che non tutta la plastica effettivamente è riciclabile”, ha spiegato Ungherese.

Le aziende del settore, in sostanza, hanno speso decine di milioni di dollari per promuovere i benefici di un prodotto sapendo già quali sarebbero stati i problemi per lo smaltimento e l’inquinamento.

Rifiuti spediti oltremare
Ma questi sforzi di pressione e lobby non riguardano solo il passato. In una recente inchiesta, Unearthed, Greenpeace UK ha mostrato come la Exxon lavori usando gruppi di facciata per sottrarsi alla regolamentazione sulle sostanze chimiche tossiche e la plastica. L’azienda, svela Unearthed, ha lavorato con gruppi come l’American chemistry council che comprende le operazioni petrolchimiche della Exxon Mobil, della Chevron e della Shell, così come le principali aziende chimiche tra cui la Dow, per influenzare la politica sui rifiuti di plastica e sulle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) ultimamente sottoposte a un maggiore controllo al livello globale perché legate a problemi di salute come danni al fegato, cancro e disturbi alla nascita e allo sviluppo. I Pfas sono soprannominati “prodotti chimici eterni” (forever chemicals) perché non si decompongono nell’ambiente. I giornalisti di Unearthed sono andati sotto copertura, fingendosi reclutatori aziendali per assumere un lobbista della Exxon, Keith McCoy, per conto di un cliente. Secondo McCoy, le strategie delle aziende sulla plastica sono estrapolate dallo stesso “manuale” che la Exxon ha usato per ritardare l’azione sul cambiamento climatico.

Un altro grande problema è che, spesso, la responsabilità per la gestione dei rifiuti di plastica viene scaricata su paesi terzi. Molti paesi europei esportano tonnellate di rifiuti di plastica l’anno. Il rapporto Trashed di Greenpeace, per esempio, sottolinea che quelli del Regno Unito, finiscono in Turchia, in Malaysia e in Polonia. Per molti anni, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno inviato molti dei loro rifiuti in Cina fino a che, nel 2018, il paese ha imposto dei limiti sui rifiuti “importati”, così come ha fatto anche la Turchia nel 2020. Queste restrizioni, tuttavia, non hanno impedito ai paesi occidentali di trovare strade alternative per sbarazzarsi dei loro rifiuti e scaricarli oltremare.

Secondo alcuni documenti esaminati dal New York Times, un gruppo industriale che rappresenta i più grandi produttori di prodotti chimici del mondo e le aziende di combustibili fossili sta facendo pressione per influenzare i negoziati commerciali degli Stati Uniti con il Kenya al fine di capovolgere la regolamentazione del paese sulla plastica, compreso il divieto sui sacchetti di plastica. Il gruppo sta anche facendo pressione affinché il Kenya continui a importare rifiuti plastici stranieri. Nel 2019, le esportazioni in Africa sono più che quadruplicate rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2019, gli esportatori statunitensi hanno spedito più di 450 milioni di chilogrammi di rifiuti plastici in 96 paesi tra cui il Kenya, apparentemente per essere riciclati, sostiene l’indagine del New York Times.

Il punto è che la plastica è enormemente redditizia. L’industria petrolifera guadagna più di 400 miliardi di dollari all’anno producendo plastica. E adesso, con la domanda di combustibili fossili che continua a scendere, il settore deve trovare un modo per restare a galla. Per questo, sta puntando sempre più sulla plastica. E sta convincendo gli azionisti che i profitti deriveranno da lì. Secondo Greenpeace Italia, se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà “l’ancora di salvezza” per aziende come la Shell, la Exxon e laBP che potranno perseverare nelle loro attività inquinanti basate sui combustibili fossili. Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico “sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica”, sostiene Greenpeace Italia.

“Se osserviamo alcuni dati, soprattutto per il sudest asiatico e l’Europa, registriamo degli investimenti nel settore petrolchimico e per la produzione di plastiche che non si vedevano dalla fine degli anni settanta”, ha detto Ungherese.

Per l’industria fossile si tratta di un “rinascimento della plastica”. Il World economic forum prevede che la produzione di plastica raddoppierà nei prossimi vent’anni, in un momento in cui invece, soprattutto quella di plastica monouso, dovrebbe essere ridotta ai minimi.

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Secondo Ungherese, la soluzione è fare in modo di ridurre l’uso della plastica a partire dall’usa e getta: “Oggi non ci sono ancora le condizioni per rimanere al 100 per cento senza plastica perché ci sono tantissimi ambiti in cui questo materiale è efficace e non può essere sostituito. Però l’usa e getta rappresenta il contrario di come dovrebbe essere usato perché si tratta di un materiale economico, leggero ma anche resistente e non biodegradabile. Noi invece lo usiamo per oggetti che restano nelle nostre mani da alcuni secondi a pochi minuti. È questo il paradosso di un oggetto che poi determina grandi danni sugli ecosistemi e sul mare. Una bottiglia, per esempio, è un contenitore che impiega centinaia di anni per degradarsi e noi l’abbiamo usato per pochissimo tempo”.

Soprattutto, è importante che si arrivi presto alla “responsabilità estesa al produttore”, cioè “chi immette nel mercato un prodotto deve essere responsabile dell’intero riciclo di vita”, ha aggiunto Ungherese. È poi è fondamentale che i governi stabiliscano una regolamentazione sulla produzione, senza ripetere il mito negazionista secondo cui agire contro la crisi climatica non conviene sul piano economico. “Arrivare prima alle soluzioni è un vantaggio competitivo non da poco, invece qui si continua ad adottare sempre la logica del meno peggio per lasciare alle aziende la possibilità di conservare le attività tradizionali”, ha commentato Ungherese. Anche perché, questo percorso agevolerebbe l’offerta dei posti di lavoro. Un’altra soluzione, infatti, sarebbe trasformare i prodotti in servizi, spiega il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. “Bisogna abbandonare un’economia lineare in cui compri un prodotto lo usi e lo getti via e andare verso un sistema in cui i prodotti diventano servizi. Per esempio, se voglio andare a fare il picnic con gli amici anziché comprare piatti o bicchieri di plastica li noleggio da una stoviglieria. Questo produce molti più posti di lavoro”.

L’azione dei singoli individui è necessaria ma non risolverà il problema. È necessaria un’azione urgente da parte dei governi e delle istituzioni, soprattutto se le aziende continuano a dare priorità al profitto sul resto. “Non vogliamo rivivere uno stesso film già visto con il clima,” ha dichiarato Ungherese “Queste aziende fanno enormi profitti vendendo il mito del riciclo e scaricando sulle singole persone la responsabilità, mentre continuano a incassare enormi profitti a scapito degli esseri umani e del pianeta su cui viviamo”.

Fonte : Internazionale