Gli ostacoli alla trasformazione digitale che la politica deve rimuovere

La riduzione delle disparità infrastrutturali e informative, ma anche l’armonizzazione delle regole, al centro del dialogo promosso dal B20

(Foto: Getty)

Troppe disparità, a partire da quelle infrastrutturali, limitano il vero potenziale della trasformazione digitale e spetta ai decisori lavorare per rimuoverle. Il verdetto, e diversi suggerimenti per agire, arrivano dal meeting B20 – G20 Dialogue on Digital Transformation, un’iniziativa promossa da B20 Italy.

Proposte e visioni che aspettano di essere accolte alla conferenza ministeriale sulla digitalizzazione in programma il prossimo 5 e 6 agosto a Trieste. Il G20, che da dallo scorso dicembre è a presidenza italiana, farà tappa nella città ospitando 35 delegazioni da tutto il mondo per parlare di trasformazione digitale. L’evento sarà presieduto dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e dal titolare del dicastero per l’Innovazione tecnologica Vittorio Colao.

In vista di questo appuntamento, il virtual meeting dell’engagement group che riunisce aziende e organizzazioni imprenditoriali, articolato in due panel, ha dato voce ai diversi rappresentanti della B20 Digital trasformation task force, guidata da Maximo Ibarra (a inaugurare l’appuntamento la presidente Emma Marcegaglia: la B20 italiana è ospitata da Confindustria, ndr).

A discutere sulla trasformazione digitale, Borje Ekholm, ad di Ericsson; Klaus Rosenfeld, ad di Schaeffler Group; Diane Wang, founder di DhGate.com; Dan Bryant, senior vice president for Global public policy and government affairs di Walmart; Hans Paul Buerkner, global chair di Boston Consulting Group; Rob Shiter, ad di Enterprise BT; Giuseppina Di Foggia, ad di Nokia Italia. In ascolto, ma anche protagonista di un intervento, il ministro Colao.

Il lavoro della task force consegna diversi punti di vista sui bisogni connessi alla trasformazione digitale, tanti quanti gli attori presenti al tavolo della discussione (gruppi industriali, società di consulenza globali, attori del retail).

Il riconoscimento del digitale come driver per favorire inclusione, creare lavoro, promuovere sviluppo li accomuna tutti, così come la consapevolezza degli ostacoli che ne limitano la piena esplosione. In primis, come sottolineato anche da Ibarra, miliardi di persone non sono ancora connesse e restano ai margini. Anche dove il problema infrastrutturale non esiste, è presente però una forte mancanza di fiducia all’interno dell’ecosistema digitale. A crearla, differenze di regolamentazione tra paesi; danni collaterali fisiologici (cybersecurity), una mancata consapevolezza dei vantaggi concreti, in particolare nell’ambito delle piccole e medie imprese.

Ecco quindi quattro priorità di base su cui agire subito: ridurre le disparità in termini di connessione e accesso alle diverse tecnologie; armonizzare  i principi che regolano l’ecosistema digitale, promuovendo sicurezza, protezione e incoraggiando l’adozione di policy di interoperabilità attraverso standard comuni. Bisogna  inoltre supportare gli attori gli attori pubblici e privati, superando i gap informativi dovuti a un’assenza di use case e creare una società digitalmente pronta grazie al reskilling e alla formazione.

Un tema, quello della condivisione di esperienze e di crescita della consapevolezza digitale, che il B20 ha deciso di affrontare in maniera pragmatica, partendo dall’assunto che ormai le tecnologie ci sono ma non tutti sanno ancora come usarle al meglio. Ecco quindi la creazione di una vera e propria Use Case Library con differenti esempi di successo provenienti da molteplici ambiti industriali (dieci in totale): applicazioni pratiche destinate ad un’ampia audience. La library sarà pubblicata sui canali di B20 e sarà  disposizione della community e sempre aperta a nuovi contribuiti.

Se come sottolineato da Ibarra, quella digitale è una trasformazione all’interno di altre (ambientale, formativa) e il fattore infrastrutturale fa la differenza: come rimarcato da Borje Ekholm, ad di Ericsson nel suo intervento, infrastrutture di rete e connettività sono i requisiti prioritari per ogni ulteriore discorso. Per attrarre capitali utili agli investimenti nelle infrastrutture bisogna semplificare le regole, cambiare le dinamiche competitive, creare collettivamente un buon clima per gli investimenti, restringere il campo del pubblico intervento solo ai casi di fallimento di mercato.

Numerosi altri però sono le raccomandazioni dei leader del business, considerato che la digitalizzazione non investe solo la comunicazione e il commercio ma anche le industrie tradizionali e più piccole. Di vitale importanza, il coinvolgimento di lungo termine del pubblico su ricerca e sviluppo sulle nuove tecnologie ma anche la forte cooperazione con il settore privato; auspicabili un più marcato scambio di informazioni ed esplorazioni di opportunità di collaborazione così come road map e piattaforme comuni sui grandi temi.

Il great enabler per eccellenza richiede però competenze e quindi un investimento molto più forte sulle persone che deve partire dai primissimi gradi scolastici. In età adulta invece è questione di reskilling ma in profondità: i soli dispositivi non bastano, serve il training, un bisogno che si afferma nel pubblico e nel privato anche nei contesti piccoli. Le tecnologie vanno applicate lungo tutta la catena del valore e le competenze devono consentire ai dipendenti di andare verso nuove occupazioni. Il digitale non è automaticamente inclusivo; ecco quindi il bisogno di promuovere lo sviluppo di “entry point” per gli esclusi.

I suggerimenti non mancano, in alcuni casi ritornano. Ad accoglierli, in ascolto, Vittorio Colao, ministro della Trasformazione digitale, concorde su numerosi punti. Colao riconosce la necessità di agire e concretizzare, di spingere la cultura dello sharing delle best practice, di modellare il processo di policy making per creare le migliori condizioni per chi investe. Tuttavia, è lo stesso Colao, da “ex executive” (cit.) ad ammettere che certi distinguo sono necessari e che, soprattutto quando si parla di reskilling della forza lavoro, bisogna ragionare diversamente per ogni categoria.

Fonte : Wired