Che cosa non funziona a Facebook, secondo una ex dipendente

A settembre 2020, l’analista di dati Sophie Zhang veniva licenziata da Facebook. Poche ore dopo, Zhang (che si occupava anche di individuare le attività fraudolente che avvengono sul social) pubblicava un lungo documento interno pieno di accuse verso la piattaforma: nel testo, poi pubblicato da BuzzFeed, Zhang accusava Facebook di aver ignorato, o di essere stato colpevolmente lento, nel reagire agli account fasulli e alle armate di bot utilizzati da varie organizzazioni e istituzioni nel tentativo di influenzare le elezioni. E non solo.

Dall’Honduras all’Azerbaigian, dove sarebbero stati direttamente capi di governo e dirigenti di partito a usare account fasulli per sviare l’opinione pubblica, fino ai casi più complessi di India, Ucraina, Spagna, Brasile, Bolivia, Ecuador e altri, Zhang ha parlato di vere campagne di disinformazione organizzate anche a livello governativo. Il caso dell’Azerbaigian è emblematico: in un’inchiesta pubblicata ad aprile sul Guardian (sempre grazie alle sue rivelazioni) è stato mostrato come la quasi totalità dei commenti presenti su Facebook in difesa dell’autoritario governo azero fossero legati ad account fasulli.

Un’attività fraudolenta così smaccata avrebbe facilmente potuto essere identificata (come effettivamente ha fatto Zhang) e debellata dal social network, che però avrebbe preferito ignorare i problemi. Accuse molto gravi,  secondo le quali il social network avrebbe agito in maniera lenta e negligente in tutti i casi in cui riteneva di non rischiare una vasta eco mediatica. Accuse che Facebook ha sempre respinto.

In un’intervista concessa al Whistleblower Network, Zhang ha spiegato che questo atteggiamento non sarebbe limitato alla vicenda che l’ha vista protagonista: “Penso che il sito si comporti in maniera molto sciocca e contraria ai suoi stessi interessi, e che in generale non sia in grado di anticipare le crisi. Il lavoro che veniva fatto relativamente alle attività fraudolente era sempre in reazione a report giunti da fuori o a lamentele di terzi”.

Insomma, l’accusa è che Facebook non voglia (o non sia in grado di) contrastare le attività che sfruttano la piattaforma a fini illegali o poco etici, a meno che queste non diventino di pubblico dominio: “Se mai si fosse saputo che non abbiamo fatto nulla per oltre un anno (per combattere gli account fasulli di stampo governativo, ndr.) avremmo dato un’impressione orribile – ha aggiunto Zhang – Ovviamente, anche se al tempo non potevamo saperlo, alla fine sono stata io la fonte del leak, per cui si è trattato di una sorta di profezia che si autoavvera”.

Ma perché Facebook sarebbe così poco propenso ad agire prontamente quando si trova ad affrontare problemi di questo tipo? Secondo Zhang, un aspetto cruciale è quello del conflitto d’interessi in cui si trovano alcuni dirigenti: “Le persone che sono incaricate di prendere decisioni importanti su cosa va cancellato o sui contenuti verso i quali bisogna agire sono le stesse che hanno il compito di andare d’accordo con tutti e di mantenere buone relazioni con persone importanti”. Secondo Zhang, quindi, i dirigenti che si occupano di come affrontare le attività fraudolente sono gli stessi che devono mantenere rapporti amichevoli con i governi e le aziende, ritrovandosi ovviamente in una situazione discutibile.

Sempre a sentire Zhang, ci sarebbe però anche del buono nel colosso di Zuckerberg, che sarebbe molto ben disposto nei confronti del dissenso espresso dai dipendenti: “È un’azienda molto trasparente, nel senso che i dipendenti sono incoraggiati a dissentire apertamente”. E allora perché le lamentele di Zhang non sono state ascoltate e hanno anzi portato al suo licenziamento? A questa domanda, la ex dipendente ha risposto in una precedente intervista concessa alla Associated Press: “Nonostante l’eco mediatica delle mie rilevazioni, ero una dipendente di basso rango. Inoltre, il lavoro che svolgevo (contro le attività fraudolente, ndr) non era quello ufficiale e lo eseguivo nel tempo libero, ovviamente con il benestare della dirigenza. All’inizio, l’azienda mi supportava, ma con il passare del tempo hanno perso la pazienza perché avevo un rendimento inferiore al previsto”.

Inoltre, la situazione era sempre più conflittuale, visto che “dovevo cercare disperatamente qualcuno cui importasse ciò che stavo scoprendo: parlare con i miei superiori e con i loro superiori, parlare con il team che si occupa dell’intelligence, parlare con altri gruppi che si occupano dell’integrità della piattaforma. È servito quasi un anno perché avvenisse qualcosa”.

Probabilmente, la domanda da porsi è questa: come può Facebook risolvere i tanti problemi che da anni lo attanagliano, se allontana e licenzia i dipendenti che se ne vogliono davvero occupare?

Fonte : Repubblica