La strana storia degli youtuber pagati per fare disinformazione sui vaccini

Lo youtuber e divulgatore scientifico francese Leo Grasset ha rivelato su Twitter a metà maggio di avere ricevuto una strana proposta. Un’agenzia di marketing gli aveva offerto una cifra ragguardevole per pubblicare un video a tema, con una consegna ben precisa: mostrare, numeri alla mano, l’aumento della mortalità fra le persone che avevano ricevuto il vaccino di Pfizer in Francia.

Nello stesso periodo, l’influencer scientifico tedesco Mirko Drotschmann riceve un’email con un’offerta analoga a quella di Grasset. La stessa agenzia di influencer marketing (si chiama Fazze) gli chiede di pubblicare un video sul suo canale da quasi 1,5 milioni di follower in cui si dimostra la pericolosità del vaccino Pfizer rispetto a quello di AstraZeneca.

Il brief dell’agenzia sembra uscito da un manuale sulla disinformazione mirata: l’agenzia chiede di partire da un articolo uscito su Le Monde avente per oggetto l’hackeraggio dei server dell’Ema, l’Agenzia europea per i Medicinali, e di collegare il fatto (realmente accaduto) a una tabella con i dati sulla mortalità dei pazienti ottenuti da fonti diverse, presi fuori contesto, e aggregati ad arte per dimostrare la pericolosità del vaccino Pfizer. Lo scopo, fin troppo ovvio, è suggerire un collegamento fra il furto di dati e quella tabella.

Non appena Drotschmann e Grasset svelano l’offerta di Fazze, gli articoli segnalati dall’agenzia ai due youtuber spariscono dal Web. Solo quello di Le Monde, usato come involontaria testa di ponte, rimane consultabile online. Nel frattempo altri 4 influencer tra Francia e Germania seguono l’esempio dei colleghi e rivelano pubblicamente di avere ricevuto la stessa proposta.

Due youtuber accettano l’offerta
In Europa la campagna salta, ma va a segno in India e in Brasile: il giornalista tedesco Daniel Laufer, indagando sulle segnalazioni di Drotschmann e Grasset per Netzpolitik, scopre i video degli youtuber Everson Zoio e Ashkar Techy, che solitamente non condividono alcun tipo di contenuti scientifico. In due video pubblicati a metà maggio, entrambi escono dal loro personaggio per mostrare ai follower i dati che Fazze stava cercando di diffondere sui canali degli influencer tedeschi e francesi. In entrambi i casi, non rivelano in alcun modo di essere stati pagati né la provenienza reale di quei dati. Proprio come Fazze aveva chiesto di fare a Drotschmann e Grasset, invitandoli di fatto a violare le leggi tedesche e francesi sulla pubblicità occulta.

La chiave di volta dell’intera operazione è la tabella con il numero dei morti legati alle vaccinazioni che Ashkar Techy ed Everson Zoio mostrano nei video. Secondo i dati relativi alla Germania, quelli che Fazze aveva inviato a Drotschmann, su un milione di dosi di vaccino Pfizer ci sarebbero stati 29,9 morti, contro i 6,5 decessi registrati fra chi aveva ricevuto un vaccino AstraZeneca. Contattati da Laufer, i due youtuber non hanno risposto e hanno prontamente cancellato i video incriminati.

Nessuna correlazione
Secondo il Paul Ehrlic Institute, organismo tedesco che si occupa della regolamentazione sui vaccini, i dati della tabella sono grossolani e fuorvianti: “Le cifre per la Germania, che sono apparentemente basate su dati forniti al pubblico dal Pei dall’inizio di aprile, non dicono quante persone sono morte a causa della vaccinazione, come sostiene il titolo, ma solo quante persone sono morte entro 40 giorni dalla vaccinazione”, ha spiegato Laufer nell’inchiesta.

I numeri, in sostanza, non mostrano alcuna correlazione diretta fra il vaccino e le morti registrate dall’ente tedesco. Come illustrato dal Pei, tra i morti registrati l’età media era superiore a 80 anni e quasi tutti erano ad alto rischio per la loro storia clinica. In altre parole, quei morti della tabella sono persone che sono sì decedute entro 40 giorni dalla somministrazione del vaccino, ma generalmente per cause naturali, per malattia o per incidenti. E allora perché quella differenza così netta nel numero di morti tra Pfizer e Astrazeneca? Semplice, perché come mostra il grafico che si vede qui sotto (che arriva da Impfdashboard.de) in Germania il Comirnaty di BioNTech/Pfizer è di gran lunga il vaccino più utilizzato.

Insomma, un’altra trovata da manuale della disinformazione: i numeri sono reali, ma vengono presentati in maniera fuorviante per arrivare a creare una fake news a partire da fatti concreti, ma completamente scollegati fra loro.

Chi c’è dietro
Fazze, l’agenzia di influencer marketing che ha gestito la campagna, è in realtà solo una facciata di un’operazione che ha evidenti legami con la Russia. L’indirizzo della sede londinese di Fazze, il numero 5 di Percy Street nel quartiere di Fitzrovia, appartiene a una cosiddetta corporate mailbox, cioè una sede virtuale cui sono collegate centinaia di imprese. Una ricerca con Google Street View mostra all’indirizzo la placca della Company Formation Advice (già Company Advice): la società, secondo un report di BellingCat sul riciclaggio internazionale, ha registrato nel Regno Unito centinaia di Ltd con legami alla Russia, incluse molte aziende che hanno a che fare con il gioco d’azzardo, il trading e il forex, e in generale altre attività sospette.

Dal sito del Registro delle Imprese britannico, dove Fazze non è però registrata, si scopre poi che allo stesso indirizzo era stata fondata nel 2014 anche un’altra azienda di marketing, la AdNow Llp. Nel corso della sua inchiesta per Netzpolitik, Laufer ha scoperto che il legame fra AdNow e Fazze non è poi così difficile da rilevare: molti dei domini da cui opera l’agenzia, infatti, rimandano a proprietà Web che fanno capo ad AdNow, e così pure le email inviate a indirizzi di Fazze.

Qui i legami con la Russia si fanno ancora più evidenti: AdNow è stata fondata da un inglese e dal russo Stanislav Fesenko nel 2014. Uno dei dipendenti, Vyacheslav Usoltsev, era indicato su un profilo LinkedIn ora rimosso come l’Ad di Fazze. Non solo: fino al 2018 la direttrice della divisione russa di AdNow era Yulia Serebryanskaya, una veterana delle campagne politiche e responsabile di marketing per United Russia, il partito di maggioranza che sostiene Putin. Serebryanskaya, come illustrato da un’inchiesta di RadioFreeEurope, ha inoltre fondato e dirige un’organizzazione chiamata Russian Initiative, che si propone di “promuovere la cultura della Russia e di rappresentarne le tradizioni e i successi sociali, anziché tollerare un’idea distorta della madre patria”.

Il committente ignoto
Quale sia il fine ultimo di questa campagna, nonostante questi collegamenti evidenti con la Russia, si può però solo ipotizzare, perché non ci sono tracce dirette di un coinvolgimento di altri mandanti istituzionali. La teoria più accreditata è che l’iniziativa faccia parte di una serie di operazioni volte a promuovere il vaccino Sputnik V, visto che alcuni dati della campagna di Fazze sono curiosamente simili ai materiali ufficiali per la promozione del farmaco di produzione russa. Intanto le autorità francesi e tedesche hanno avviato indagini indipendenti per provare a capire chi sia il cliente di AdNow che ha commissionato l’intera operazione.

Quel che già sappiamo è che la campagna che ha visto coinvolti i due youtuber europei è solo la punta di un iceberg. La piattaforma video di Google e gli altri social sono ormai diventati in tutto il mondo i target perfetti per operazioni di disinformazione a pagamento su larga scala, e non solo quelle incentrate sui vaccini anti-Covid. Un mercato che secondo gli esperti di sicurezza e gli analisti è esploso negli ultimi anni, grazie a un numero crescente di società e agenzie internazionali capaci di condurre campagne globali che un tempo erano appannaggio degli enti di spionaggio.

Corrompere influencer e comprare visibilità sui social per posizioni divisive o per diffondere disinformazione mirata, è solo una delle tattiche. Ci sono i network di bot su Twitter, gli account falsi su Facebook, gli interventi anonimi su Reddit, in un trend la cui genesi, secondo molti esperti di settore, si può ricondurre allo scandalo Cambridge Analytica del 2018. La vera differenza fra le campagne pro-Cina a Taiwan, per esempio, o la disinformazione pro-francese o pro-russa in Repubblica Centrafricana e la campagna di Fazze è che finora in pochi avevano provato a coinvolgere dei pesi massimi del calibro di Drotschmann e Grasset. Un errore grossolano per un gruppo disinformatori esperti, ma che lascia inevitabilmente aperta una domanda: in quanti altri casi la stessa tattica è andata a buon fine e nessuno se n’è accorto?

Fonte : Repubblica