Ma ci dobbiamo proprio “smartizzare”?

L’altro giorno la sindaca della mia città dal podio di un evento ha usato più volte la parola “smartizzare”. Lì per lì mi sono chiesto cosa volesse dire, ma era abbastanza evidente. Parlavamo di smart cities, di città smart, ovvero connesse e quindi intelligenti, perché in grado, tramite sensori, di generare in tempo reale dati sul loro funzionamento e avere computer in grado di proporre o addirittura prendere decisioni con sistemi di intelligenza artificiale.

Avete visto quanto ci ho messo a spiegare il significato? Con “smartizzare” la sindaca intendeva esattamente questo, rendere la nostra città smart. Dopo di lei sul palco si sono avvicendati altri relatori e tutti usavamo “smartizzare” come noi diciamo buongiorno o che ore sono. Non sono un conservatore, neanche sul linguaggio. E più volte davanti a quelli che protestavano per le troppe parole inglesi che usiamo ho spiegato che le parole sono conseguenza della cose, e che usiamo quelle parole perché certe cose sono state create da persone che parlavano quella lingua, di solito l’inglese. Il software è il software e i computer sono i computer, c’è poco da tradurre.

Poi ci sono le parole, di solito i verbi, derivate da parole inglesi. Come brandizzare, riferito per esempio a un evento, quando applichi i loghi e l’immagine di una sponsor, e quindi rendi visibile un brand. Usatissimo. E fra i più giovani anche dissare, che deriva da dissing, un termine che viene dal rap e che vuol dire mancare di rispetto non per forza con un significato negativo (per capirci, la risposta di Fedez e Renzi è un tipico dissing).

Potrei andare avanti all’infinito: postare, twittare e persino laikare per mettere un like. Capisco l’orrore dei puristi e lo condivido, ma è una battaglia persa. La forza di queste parole è invincibile per una ragione semplicissima: per renderle in italiano servono concetti, a volte addirittura un paio di frasi. Se una cosa puoi dirla con una parola, brutta, invece che con dieci, inevitabilmente lo farai.

Ci dobbiamo “smartizzare”. O comunque, anche non volendo, lo faremo.

Fonte : Repubblica