Perché la transizione energetica delle piccole imprese va a rilento

Incentivi non adeguati, regole troppo complesse e in perenne trasformazione, assenza di competenza: così le pmi rischiano di essere tagliate fuori dalla rivoluzione verde

Installazione di impianti fotovoltaici (Getty Images)

La transizione energetica va alla stessa velocità per tutti? Non per la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che in uno studio recente con la Confederazione nazionale per l’artigianato (Cna) ha rilevato che i piccoli imprenditori tricolore lamentano di essere solo sfiorati dagli incentivi. E questo nonostante le piccole e medie imprese siano responsabili del 60% delle emissioni totali in due settori chiave dell’economia italiana, come manifattura e costruzioni.

Per Andrea Barbabella, responsabile energia e clima della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, questo avviene “perché molti incentivi sono stati pensati e disegnati su misura per i colossi, le cosiddette ‘idrovore energetiche’, e segnano il passo quando si tratta delle pmi, nonostante queste ultime costituiscano l’ossatura del sistema industriale italiano. Dal punto di vista dei costi dell’energia, il Paese ha privilegiato la tutela di grande industria e cittadini. Nel primo caso, perché la bolletta energetica costituiva una parte consistente dei costi aziendali e ne influenzava la competitività;  Nell’altro per una forma di tutela delle famiglie con consumi medio-bassi”.

Il problema è che, anche quando gli incentivi ci sono, molte realtà di piccole dimensioni non posseggono i requisiti per accedervi.

I ‘certificati bianchi’ (uno dei principali strumenti di promozione dell’efficienza energetica in Italia, ndr) hanno funzionato abbastanza bene – prosegue Barbabella -. E infatti il comparto industriale è praticamente l’unico che ha ridotto le emissioni negli ultimi 30 anni. Ma utilizzarli è difficile per le pmi”. Anche il decreto di incentivazione delle Fer (Fonti energetiche rinnovabili, altro caposaldo della transizione energetica), secondo Barbabella, richiede una capacità progettuale dai costi molto alti. Il risultato è che  nelle pmi gli interventi nella metà dei casi non vengono eseguiti, e quando si fanno, tre volte su quattro vengono realizzati interamente a proprie spese. “E il primo ostacolo, ancora una volta, è un eccesso di burocrazia” puntualizza il ricercatore.

Regole incerte

La tendenza italiana alla complicazione normativa è proverbiale ma “il tema è  noto a livello globale”, commenta Dario Di Santo, direttore generale della Federazione italiana per l’uso razionale dell’Energia (Fire), che propone: “Considerato che mancano le competenze giuste, perché non mettere in piedi hub territoriali in grado di offrire servizi in comune?” Un modo per bloccare i furbi, che si avvantaggiano delle difficoltà burocratiche ai danni dei più onesti.

Tuttavia, le piccole e medie aziende non hanno risposto bene nemmeno a politiche disegnate su misura, come i bandi regionali destinati a finanziare diagnosi energetiche e sistemi di gestione energia. La soluzione? “Trovare il modo di intercettare l’interesse delle imprese. Spiegando che il percorso verso la transizione comincia con piccoli passi all’apparenza poco rileventi, come la diagnosi energetica“, dice Di Santo.

E poi c’è il tema della stabilità delle regole. Le imprese, dice Di Santo “preferiscono la  stabilità, persino a fronte di incentivi alti, perché l’imprenditore  pianifica e ragiona pressapoco così: se dopo un anno e mezzo cambiano le norme, perché dovrei correre il rischio di investire?”. Ma a volte nel tritacarne finiscono anche i cittadini.  Come nel caso della storia di un condominio in provincia di Varese, raccolta da Wired. Grazie all’azione di un inquilino ingegnere, l’assemblea aveva votato per installare un impianto fotovoltaico nel 2009. Il piano prevedeva di ripagarlo grazie a incentivi e risparmi sulla bolletta. Ma con il governo Monti le norme sono cambiate, spiega il promotore, e qualche anno dopo la potenza è stata giudicata troppo elevata. Come se si trattasse di un’attività commerciale tout court. “Ci siamo trovati a dover aprire addirittura una società per gestirlo – dice il promotore del progetto -. Il risultato? Da pionieri che eravamo, proprio noi oggi ci troviamo a essere scettici”.

Fonte : Wired