La super sorveglianza ci rende sempre più conformisti. E non è una buona notizia

Il proliferare di telecamere di sicurezza blocca comportamenti “eccentrici”. Un limite alla libertà di sperimentare che toglie ossigeno al progresso delle comunità

In Olanda varata una legge sulla sorveglianza di massaIn Olanda varata una legge sulla sorveglianza di massa

Nel 2013, improvvisamente, alcune specifiche ricerche su Google iniziarono a calare di frequenza. Ad aver subito il maggiore declino erano termini come Al Qaeda, jihad, armi chimiche, bombe sporche e altri. Che cos’aveva causato questo crollo nelle ricerche su argomenti collegati (o collegabili) al terrorismo? Secondo lo studio effettuato da Jon Penney del Center for Internet and Society di Harvard, la ragione di tutto ciò era da ricercare nelle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa compiuta dalla Nsa sui cittadini statunitensi (e non solo).

In poche parole, dopo aver saputo di poter essere sottoposti a sorveglianza, gli utenti di internet avevano smesso di curiosare in rete su temi che temevano potessero destare l’attenzione di qualche funzionario governativo troppo zelante. Meglio evitare di fare troppe ricerche sulla jihad, se si teme di dare l’impressione sbagliata a chi su di noi detiene un potere coercitivo. Per evitare di correre qualche rischio teorico, si preferisce l’autocensura.

Un secondo studio, condotto su scrittori e giornalisti sempre in seguito allo scandalo della Nsa, aveva analizzato le abitudini di navigazione di chi esegue ricerche online anche per lavoro, ottenendo risultati molto simili. C’era veramente motivo di autocensurarsi per non correre il rischio di svegliare i mastini della Nsa? Difficile a dirsi: in linea teorica, non si può escludere che qualche ricerca di troppo su temi delicatissimi possa aver condotto a ulteriori indagini, ma è più probabile che nella quasi totalità dei casi si sia trattato di un eccesso di scrupolo ingiustificato.

Poco importa, perché questi due studi miravano a dimostrare qualcos’altro: come i nostri comportamenti, anche se perfettamente legali e legittimi, tendono a subire delle modifiche quando sospettiamo di essere osservati. Sono i “spaventosi effetti legati alla sorveglianza”, ha scritto Jon Penney, che “dissuadono le persone dall’esercitare i loro diritti, inclusa la libertà di leggere, pensare e comunicare privatamente”Lo studio di Penney ha quindi dimostrato statisticamente gli effetti della sorveglianza online sulle persone.

Datagate2Una maschera di Edward Snowden, l’uomo che ha svelato al mondo le tecniche di sorveglianza Usa

Un esercito di telecamere

E che cosa succede quando invece la sorveglianza è offline? Quando, per esempio, ci sentiamo costantemente osservati dall’occhio elettronico delle telecamere di sicurezza? Il tema è di assoluta attualità, visti i recenti avvenimenti italiani – ampiamente documentati proprio su Wired – legati al tentativo di installare videocamere dotate di riconoscimento facciale nella città di Como o a quello del governo italiano di far entrare in funzione uno strumento di sorveglianza (anche in questo dotato di riconoscimento facciale) come Sari real time

A tutto ciò vanno aggiunte le dichiarazioni del sindaco di Firenze, desideroso di rendere la sua città la più sorvegliata d’Italia, o quelle dell’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che ambiva a mettere videocamere fin dentro le scuole facendo sapere che i contrari alla sua proposta o spacciano o si drogano. Poniamo allora il caso che le fortissime pressioni che giungono da ogni tipo di istituzione per assoggettare la popolazione a un controllo sempre maggiore abbiano infine successo. Che il governo italiano, i sindaci e le forze dell’ordine riescano finalmente a realizzare il loro sogno di videosorvegliare l’intera cittadinanza. Come cambierebbe, anche da un punto di vista psicologico, la nostra vita?

“La crescente presenza di videocamere causa cambiamenti sottili ma profondi nel modo di vivere gli spazi pubblici”, si legge in uno studio dell’Associazione per le libertà civili statunitense. “Quando i cittadini vengono osservati dalle autorità – o sono consapevoli che potrebbero esserlo in qualunque momento – diventano meno liberi di fare ciò che vogliono – prosegue lo studio -. Sapere di essere osservati mette un freno ai nostri comportamenti. Stiamo molto più attenti a fare qualcosa che potrebbe offendere o richiamare l’attenzione di chi ci sta osservando. Potremmo imparare a essere più attenti a ciò che leggiamo ed evitare di soffermarci su titoli che potrebbero mettere in allarme i possibili osservatori. Potremmo anche pensare un po’ più a lungo a come vestirci, per evitare un look che possa renderci sospetti. Gli studi effettuati in Gran Bretagna, in effetti, hanno mostrato come le persone che sembrano ‘fuori luogo’ sono quelle che vengono sottoposte alla sorveglianza più prolungata”.

A causa degli onnipresenti occhi elettronici che si punta a disseminare per le città, un immigrato o una persona che può comunque apparire sospetta ai sorveglianti (magari solo per un vestiario eccentrico) potrebbe decidere di evitare di passeggiare in un quartiere di lusso per non attirare attenzioni sgradite.

Potremmo anche scegliere di non partecipare a un corteo antigovernativo, se sapessimo che tutti i manifestanti sono sorvegliati con sistemi di riconoscimento facciale e quindi potenzialmente identificabili. Non si tratta di esempi eccessivi, se si considera che il garante per la privacy, motivando la sua decisione di bocciare Sari real time, ha scritto che questo strumento “realizzerebbe un trattamento automatizzato su larga scala che può riguardare anche persone presenti a manifestazioni politiche e sociali, che non sono oggetto di attenzione da parte delle forze di Polizia”.

Minority Report (2002)I crimini non esistono più, la tecnologia e la sorveglianza di massa rendono la vita facile per tutti, ma siamo proprio sicuri che sia così?

La tendenza al conformismo

Quando siamo sottoposti a sorveglianza, o temiano di esserlo, siamo meno propensi a protestare, meno propensi a distinguerci, meno propensi a tenere comportamenti inaspettati o che potrebbero dare nell’occhio. In poche parole, diventiamo più conformisti. Non è una novità: “Da più di cinquant’anni sappiamo che la sorveglianza incoraggia il conformismo nei confronti delle norme sociali”, si legge sul Guardian: “In una serie di classici esperimenti svolti nel corso degli anni ’50, lo psicologo Solomon Asch ha mostrato che il conformismo è talmente potente che gli individui tendono a seguire la folla anche quando essa è ovviamente nel torto. Un governo che mette in atto una sorveglianza di massa non può dire di dare valore all’innovazione, al pensiero critico o all’originalità”

I governi, tendenzialmente, queste cose le sanno benissimo. Ed è proprio per questo che la Cina mette in pratica una sorveglianza totale e sempre più pervasiva. Il governo cinese vuole che le persone si autocensurino, che si conformino, che non tengano comportamenti sgraditi alle autorità: “L’idea è che se non sai dove si trova la linea che non bisogna valicare, te ne terrai ben lontano. È condizionamento umano di base”, ha affermato l’esperto di privacy Bruce Schneier. 

Sempre Schneier, in un estratto di un suo libro pubblicato sulla versione statunitense di Wired, ha spiegato come la sorveglianza renda la società “stagnante”: “Perdiamo la libertà di sperimentare cose nuove per paura delle rappresaglie, e ciò significa che questi esperimenti – che potrebbe essere inoffensivi o addirittura essenziali per la società – non possono lentamente diventare normali, morali e infine legali. Se la sorveglianza tarpa le ali a questo processo, i cambiamenti non possono mai avvenire. Tutti i progressi sociali – dalla fine della schiavitù alla lotta per i diritti delle donne – sono iniziati grazie a idee che erano, letteralmente, pericolose da affermare. Eppure, senza la possibilità di discutere e sviluppare in sicurezza queste idee, e poi metterle in atto, la nostra società non sarebbe stata in grado di far progredire i suoi valori democratici nella maniera in cui invece ha fatto”

(Immagine: Getty Images)

Il valore “politico” della privacy

“Ancora non sappiamo quali idee oggi considerate sovversive o illegali diventeranno domani delle legittime cause politiche o provocheranno positivi cambiamenti sociali”, conclude Schneier: “Ma queste idee sono attorno a noi, e richiedono la privacy per germogliare. Quando si è sottoposti a sorveglianza costante, trasgredire diventa estremamente difficile. Ma è la possibilità stessa della trasgressione a permettere alla società di progredire, di innovarsi, di individuare nuove forme di cultura, di espressione, di libertà. Non solo, la trasgressione può anche rappresentare un necessario elemento formativo, come illustrato ampiamente nel saggio di Brett Frischmann e Evan Selinger Re-engineering Humanity. “Se progettassimo un ambiente all’interno del quale gli umani si comportano sempre in maniera perfettamente razionale, allora diventeremmo simili alle macchine. E questo dovrebbe preoccuparci, affermano nel saggio.

Costringerci a un comportamento sempre e forzatamente razionale è però proprio una delle conseguenze della sorveglianza. Un esempio di cui forse si è discusso troppo poco è quello del registro elettronico degli studenti, una forma estremamente pervasiva di controllo che ha reso di fatto impraticabile una classica esperienza di trasgressione come quella del bigiare/marinare/tagliare scuola. E quindi di infrangere le regole, correre dei rischi e affrontarne le conseguenze. 

Cittadini sottoposti a costante sorveglianza fin dalla scuola: è davvero una prospettiva auspicabile per le società democratiche? Ha senso creare un ambiente sempre più conformista nella speranza che aumenti l’adesione alle regole e in cambio di una (presunta) maggiore sicurezza? “Quando i governi prendono queste decisioni”, ha spiegato all’Harvard Magazine il docente di Legge ed esperto di privacy Marc Rotenberg, “è come stessero dicendo: ‘Non possiamo permetterci così tanta democrazia, non possiamo permetterci così tanta libertà, non possiamo permetterci di fidarci così tanto dei nostri cittadini, abbiamo bisogno di più sorveglianza’. Ma i sacrifici in termini di privacy sono anche un sacrificio in termini di democrazia: quando sei sotto costante sorveglianza, sei in prigione.

Fonte : Wired