Game of the Year, il film che racconta i videogiochi senza raccontare i videogiochi

Il modo migliore per raccontare un mondo come quello del videogioco è non raccontarlo. E quindi limitarsi a spiarlo dal buco della serratura, ad accennarlo, a coglierne tutti gli aspetti senza mai parlarne direttamente, dando spazio ai protagonisti, cogliendo l’essenza stessa di certi incontri e di certi eventi nel silenzio, e immortalando l’ingenuità – e la dolcezza, e la verità – di chi ne fa parte nel privato.

Per fotografare la normalità, non serve romanzarla; non serve cercare l’assurdo o l’incredibile. Serve  saperla ascoltare e riconoscere.

In Game of the Year, premiato come Miglior Film al Biografilm Festival (ex aequo con Io resto di Michele Aiello) e prodotto da Withstand, il regista Alessandro Redaelli riesce a rimanere sempre un passo indietro, sempre in disparte, a documentare la vita di streamer e videogiocatori, di sviluppatori e artisti senza mai fare una domanda, senza mai intervenire direttamente. Si limita a osservare e a catturare frasi, confessioni, dubbi. C’è Simone Granata, game designer, che crede nel suo gioco ed è pronto a tutto pur di vederlo realizzato: viaggiare, investire soldi ed energie; raccontarlo a chiunque, in qualunque luogo, senza mai risparmiarsi. Ma c’è anche chi, come Matteo Corradini, cambia mestiere, cambia vita, e si abbandona completamente al videogioco: “Il mio obiettivo – dice a un certo punto – è poterne sviluppare un altro tra tre anni, senza problemi. Non guadagnare, non essere ricco, ma poter fare quello che voglio fare”.

I tanti volti di Game of the Year
Ciaomia e Attrix sono invece due streamer professionisti e sono le due facce della stessa medaglia: sono quello che la gente vuole, quello che cerca, sono sempre su Twitch e sono come due amici, come due persone che ti sembra di conoscere da sempre. Anche loro, però, hanno una vita e una storia anche loro, come tutti, devono affrontare costantemente sfide e dubbi. Poi c’è Sabaku no Maiku, che nasce come youtuber e dei videogiochi ha fatto una missione: prova ad analizzarli nel dettaglio, vuole avvicinare le persone, andare oltre i luoghi comuni e il qualunquismo, vuole parlarne senza limiti, senza freni, dignitosamente. Tiene incontri e conferenze, e i suoi video e le sue live su Twitch sono piccoli saggi per immagini: dettagliati, appassionati e curati.

Giuseppe Mancini è ossessionato dal lavoro ed è ossessionato dai giochi, dalle storie, dagli infiniti mondi che immagina e che prova a ricreare: è diventato game designer dopo avere sognato per molto tempo di fare lo scrittore. “E ne ho scritte di cose – dice – ne ho scritte tantissime”. A un certo punto, però, ha capito che non bastava, che voleva altro, voleva un altro linguaggio: “Siamo condannati a riuscirci”, spiega.

La storia di Reynor, pro-gamer e campione del mondo di Starcraft II, parla di talento e di destino, di chi ce la fa e raggiunge livelli altissimi. La sua vita è la sua famiglia, sono suo padre e sua madre che lo affiancano e non la lasciano mai solo, sono i tornei e sono le sfide. L’esperienza di N0cs, infine, diventa una lente di ingrandimento sulla fatica e sugli sforzi, sull’insistenza, sulla consapevolezza e la concretezza delle scelte: questa non è una scorciatoia, ma un bivio continuo. Ed è perennemente in salita.

Videogiochi, gioie e dolori di una passione
Insomma, Game of the Year mette insieme tutti gli aspetti del mondo del videogioco, e lo fa intelligentemente. Non cerca il compromesso o il sensazionalismo. Mostra gli alti e i bassi, mostra i fallimenti, la testardaggine e anche il potere che a volte i videogiochi possono avere. Perché uniscono le persone, le raccolgono, non le allontanano. E perché possono essere fonte di ispirazione. Ci sono la passione e il successo, poi ci sono mille altre cose, più piccole e sottili, terribili e angosciose, che fanno parte della vita di ogni giorno, della quotidianità: una sconfitta, il budget non trovato, le ore passate davanti al computer a programmare, a rivedere, a programmare ancora; le dita veloci, il mouse che scivola via, e il ticchettio dei tasti. Click, click, click. Nuova partita.

I videogiochi, dopotutto, non sono solo una cosa: è interessante esplorare il dietro le quinte di chi li fa e li immagina, di chi vuole provare a lasciare un segno, di chi non ne vede solo l’aspetto ludico, ma soprattutto quello artistico. Non c’è un modo più o meno giusto per raccontarli, non ci sono unicamente male e bene: i videogiochi sono complicati, come complicate sono le persone che li fanno.

Redaelli, affiancato alla sceneggiatura da Daniele Fagone e Ruggero Melis, con la consulenza di Francesco Fossetti, raccoglie più trame, più fili rossi e li annoda, si diverte a seguirli e a farli incontrare; si diverte a guardarli da lontano, senza forzarli, senza sfruttare alcun artificio narrativo. Aspettando semplicemente il momento giusto. Ed è proprio questa la cosa migliore di Game of the Year: è in grado di dare voce a un pezzo di società che spesso viene dimenticato e messo da parte, e che invece, per dedizione e vena creativa, può essere una vera risorsa.

Alla fine Reynor vince: ribalta il risultato, va contro ogni aspettativa e dimostra che non c’è solo la speranza, non c’è solo la preghiera silenziosa: il pro-gaming è una realtà e va trattato come tale. Gli esports hanno un loro peso e una loro dimensione, e vanno riconosciuti. Chi scrive, disegna, programma e immagina i videogiochi è un professionista e un artista. Ma c’è pure la ragionevolezza di chi continua a lavorare, di chi, mentre sogna, prova a rimanere con i piedi per terra. E lo fa nonostante tutto: nonostante i no, nonostante le critiche, nonostante la fatica. Perché i videogiochi sono una cosa serissima.

Fonte : Repubblica