The Blues Brothers, la produzione assunse un uomo per controllare John Belushi: “si addormentò di fianco ad una montagna di cocaina”

Il lancio promozionale del film era: «John Belushi e Dan Aykroyd, i Blue Brothers. Che ve ne pare?». Nel 1980 John Landis costruisce intorno allo sketch dei Fratelli Blues creato dai due comici più spettacolari del Saturday Night Live (che hanno esordito come The Blues Brothers nel 1978 in un episodio condotto da Steve Martin cantando Hey Bartender) un film che entra nella storia del cinema, della cultura pop e della musica, diventa un classico della comicità di tutti i tempi e contribuisce a rilanciare un intero genere musicale facendo conoscere al pubblico giovane degli anni ’80 leggende come Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway, James Brown, John Lee Hooker oltre ai membri della house band della Stax Records, Booker T & the MG’s, Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn che suonano nei Blues Brothers di di Elwood e Joliet Jake Blues insieme a Matt “Guitar” Murphy, Alan Rubin e e Tom Malone e “Blue Lou” Marini dei Blood, Sweat & Tears.

Il problema è che The Blues Brothers è anche l’incubo della Universal Pictures. La produzione è in ritardo, il film sta bruciando rapidamente un budget che era già considerato troppo alto. Mettere insieme sullo stesso set personaggi come James Brown e John Belushi assicura alcune delle scene musicali più belle che si siano mai viste al cinema (come la messa gospel condotta dal reverendo Brown in cui Jake Blues vede «La luce» e capisce che l’unico modo per salvare l’orfanotrofio di Chicago è rimettere insieme la band), ma non è una situazione facile da gestire.

Si dice che il regista John Landis abbia fatto costruire un bar sempre aperto negli studi dove stanno girando il film, il “Blues Club” in cui attori e crew si possono rifornire di qualsiasi cosa.

Ci sono diversi problemi: quando iniziano le riprese la sceneggiatura non è completa e viene scritta all’ultimo, le scene di azioni e gli inseguimenti di automobili sono complicati da realizzare, e poi c’è John Belushi.

È il comico più esplosivo ed elettrico del suo tempo, Dan Aykroyd lo descrive come «Un concentrato di carisma capace di far girare la testa a tutti appena entra in una stanza, come Mick Jagger» ma è anche un disastro, è una specie di adolescente intrappolato nel corpo di un enorme adulto, un monumento al caos che non sa trattenere le sue emozioni e i suoi lati trasgressivi, e non ha neanche la minima intenzione di provare a farlo. Per molto tempo, il destino del film dipende in pratica dalla quantità di droga consumata da Belushi. La Universal assume una persona, Smokey Wendell per provare a farlo restare sobrio, ma senza riuscirci. Belushi viene trovato addormentato in camerino di fianco a quella che John Landis ha definito «Una montagna di cocaina», scappa dal set e bussa alle porte delle case di Chicago a caso, viene ritrovato da Wendell mentre svuota il frigo di famiglie divertite dalla sua incontenibile energia.

Dan Aykroyd gli ha fatto scoprire il blues (Belushi suonava la batteria e amava il punk e l’hard rock) e lui ci si è buttato dentro a modo suo, senza mezze misure. Non ha paura di cantare e con le sue incredibili capacità da frontman fa suo qualsiasi classico, da Sweet Home Chicago a Gimme Some Lovin’ e lancia al successo la colonna sonora di The Blues Brothers, che esce il 20 giugno del 1980 e viene portata in tour dalla band in tutti gli Stati Uniti. Il film The Blues Brothers esce nei cinema lo stesso giorno. È costato 27,5 milioni di dollari, 10 in più del budget iniziale e guadagna 115 milioni. Due anni dopo la sua uscita, John Belushi muore per overdose di droga a Hollywood in una camera dell’hotel delle rockstar Chateau Marmont. Resta per sempre nella storia del cinema e della musica grazie all’idea di Dan Aykroyd che voleva raccontare: «La storia di due avanzi di galera basata sull’amore per la città di Chicago e per la sua musica».

Fonte : Virgin Radio