Prenestino, cinque famiglie sotto sgombero dalle case lungo la ferrovia: “Siamo qui da 25 anni, non sappiamo dove andare”

“La mia famiglia abita in queste case dagli anni ‘90. Ho le prove”. Il tavolo del soggiorno di Mounir Drifi, 59 anni, cittadino italiano originario della Tunisia, si riempie di fogli. Tra questi c’è un verbale del 13 maggio del 1996: è un’elezione di domicilio effettuata dalla polizia ferroviaria “per le notificazioni degli atti” di un eventuale procedimento penale per il reato di “occupazione abusiva”. Il nome indicato “è quello di mio cognato, perché quella mattina ero al lavoro. In quel periodo facevo il pasticcere”. Da allora, però, quella fila di casette su un piano che sorgono tra via Latino Silvio, all’altezza del civico 37, e i binari della ferrovia, a poche centinaia di metri dalla stazione Prenestina, chiusa ormai da anni, sono rimaste una casa per lui e per la sua famiglia.

Con loro vivono altri 4 nuclei, originari della Tunisia, del Marocco e dell’Algeria. Secondo l’amministrazione si tratta di 23 persone in tutto, secondo i residenti gli abitanti sono circa 40, tra questi anche 7 bambini in età scolare. “Mi sono trasferito in Italia nel 1982. I miei figli, di 22 e 24 anni, sono nati in questa casa. I bambini frequentano le scuole di Villa Gordiani. Abbiamo qui la residenza, paghiamo acqua e luce con allacci regolari. Eppure, dopo 25 anni, rischiamo di finire in mezzo a una strada”. Il 10 febbraio 2021 l’ufficiale giudiziario, infatti, ha notificato ai residenti di via Latino Silvio la richiesta di rilascio degli immobili sulla base di una sentenza del novembre 2012, divenuta esecutiva solo nel luglio 2020, con la quale il tribunale di Roma ha condannato un gruppo di residenti a liberare i manufatti di proprietà di Ferrovie dello Stato. Il prossimo accesso dell’ufficiale giudiziario è in programma per il prossimo 24 giugno. 

È così che le famiglie che abitano in via Silvio Latino 37 si sono ritrovate a ingrossare le fila di quanti sono sotto sgombero nella Capitale. Fin dall’agosto del 2017, quando nel giro di venti giorni oltre 800 persone vennero sgomberate con la forza pubblica e senza alternative, il tema delle occupazioni da parte di famiglie di senza senza casa è caldo per le istituzioni locali. Anche oggi, dopo altre operazioni e centinaia di persone finite per strada, il piano degli sgomberi sul tavolo della Prefettura riguarda la vita di migliaia di persone. Dopo i rallentamenti dovuti alla pandemia di Covid 19, è quasi tutto pronto per lo ‘svuotamento’ degli ex uffici di viale del Caravaggio, che dovrebbe avvenire senza l’uso della forza, con case popolari messe a disposizione da Regione e Comune per tutte e 105 le famiglie coinvolte. La trattativa si sta svolgendo proprio in questi giorni.

Non è però uno stop agli sgomberi con la forza pubblica. Nonostante il Parlamento, proprio a causa della pandemia, abbia decretato il blocco degli sfratti fino al 30 giugno 2021, quando torneranno esecutive migliaia di sentenze, per quanto riguarda gli sgomberi, nei casi in cui le istituzioni locali non hanno messo in campo soluzioni alternative, le operazioni sono proseguite. Due esempi tra i tanti casi sono le operazioni di polizia del 1 aprile 2021 nei seminterrati del Selam Palace, a Romanina, con 80 persone rimaste accampate per strada, o la storia di una donna residente a Tor Pignattara con i suoi due figli che tra marzo e maggio 2021 ha ricevuto per ben tre volte la visita dell’ufficiale giudiziario. Lo sgombero è stato bloccato solo per la presenza di un nutrito gruppo di attivisti per il diritto all’abitare.  

Mounir Drifi è preoccupato: “Dal giorno in cui ci hanno notificato lo sgombero sono stato male. Tutti qui stanno male, perché non sappiamo proprio dove andare”. Nei prossimi giorni il V municipio avvierà un censimento delle persone che abitano in via Silvio Latino 37, per chiarire la posizione reddituale di ognuna delle famiglie, la presenza di anziani o minori e di altre eventuali “fragilità”. La convocazione dall’assistente sociale è in programma per giovedì. Per il momento, però, di alternative alloggiative non ce ne sono, nemmeno provvisorie ed emergenziali.

L’amministrazione di Virginia Raggi le ha infatti sospese tutte, sia il buono casa sia i residence per l’assistenza alloggiativa temporanea, il cui processo di chiusura dura da anni. Risultato: per sgomberati e sfrattati non c’è alcuna risposta che non sia il centro di accoglienza per senza tetto, sempre che le strutture al momento del bisogno non siano piene. Anche Mounir Drifi ha avanzato richiesta di assistenza alloggiativa ma il dipartimento Politiche abitative nel febbraio 2021 ha rigettato la sua domanda perché le “strutture adibite” sono in “progressiva dismissione”.

Anche le risposte abitative ordinarie mancano. Le assegnazioni di case popolari sono ripartite a maggio 2021 dopo alcuni mesi di stop per problemi organizzativi interni agli uffici del dipartimento Politiche abitative. Le famiglie che abitano in via Silvio Latino sono tra le oltre 13.500 che in tutta Roma attendono da anni un alloggio pubblico. Mounir Drifi lo spiega tirando fuori da una cartelletta altro documento. Ha ottenuto 17 punti, quelli che spettano a quanti sono assistiti economicamente dai servizi sociali e che vivono in sistemazioni provvisorie. “Alcune famiglie, negli anni, sono riuscite a uscire da qui per entrare in una casa popolare. Ma tra quelle che abitano qui ora, nessuno sa quando avverrà l’assegnazione”. 

In via Latino Silvio non ci sono altre abitazioni, anche se Villa Gordiani dista solo 5 minuti a piedi. Da un lato corrono i binari dell’alta velocità per Napoli e del treno per Pescara, dall’altro si estendono alcuni campi sportivi e la spianata, nascosta dal dislivello del terreno e dalla vegetazione spontanea, dove fino all’inizio degli anni ‘80 si estendevano le baracche e le casette autocostruite del Borghetto Prenestino, abitate da famiglie in emergenza abitativa. Anche in via Latino Silvio i residenti hanno ristrutturato da soli, nel tempo, quei manufatti, costruiti negli anni ‘30 per gli operai che hanno realizzato la stazione Prenestina.

“Quando siamo entrati qui era tutto distrutto, non c’erano nemmeno le porte. Questo posto era frequentato solo da tossicodipendenti. L’abbiamo risistemato da soli, nel corso degli anni”. Le piastrelle del pavimento sono di colori diversi tra la cucina e il soggiorno. Gli stipiti delle porte in un paio di angoli non sono aderenti al muro. L’appartamento, però, è accogliente: è ordinato, profuma di spezie e tutt’attorno al tavolo sono disposti divani, che la notte diventano un letto per il cognato e la figlia di Mounir Drifi. “Anche la cucina l’abbiamo cambiata da poco”.

Così hanno fatto anche le altre famiglie. Nel cortile lungo e stretto che si estende tra le case e la ferrovia, nascosta da un muro, si affacciano gli stipiti delle porte d’ingresso definiti da piastrelle di diversi colori. “Le istituzioni hanno sempre saputo che vivevamo qui. In diverse occasioni ci è stato detto che, se non avessimo creato problemi, saremmo potuti restare”. C’è anche un’ordinanza del sindaco che risale al 2011 che dichiara lo stato di inagibilità per un’avvallamento del tetto, generato da infiltrazioni. Nessuno ha però mai fornito loro soluzioni alternative e comunque “i lavori che abbiamo effettuato nel frattempo hanno sempre scongiurato il pericolo di crollo”. 

Mounir Drifi è un panettiere in cassa integrazione. “Sto lavorando solo due giorni a settimana. Mia moglie non ha un impiego e mia figlia, che parla tre lingue, ha un diploma per assistente di volo ma in questo momento si è dovuta accontentare di fare la cameriera in un bar per un giorno a settimana”. Un altro dei residenti fa il giardiniere, “lavora a chiamata”. Un altro ancora vende pesce al mercato, “ma non tutti abbiamo continuato a lavorare allo stesso modo perché i mercati coperti sono rimasti chiusi per diverso tempo. Non è uno scherzo, non sappiamo davvero dove andare se ci cacciano da qui”.

Il 24 giugno, giorno dello sgombero, le famiglie di via Latino Silvio non saranno sole. “Queste persone sono abitanti a tutti gli effetti del territorio, vanno difesi. Inoltre non riusciamo a capire cosa Fs voglia fare di questi manufatti una volta che sono stati sgomberati”, le parole di Paolo Di Vetta dei Movimenti per il diritto all’abitare. “Nell’eventualità di uno sgombero forzoso scenderemo in strada per difendere queste famiglie chiedendo all’ufficiale giudiziario un rinvio dell’intervento e all’amministrazione di farsi carico di questa situazione”. 

Fonte : Roma Today