Pausa di riflessione per la rivoluzione digitale: “La vera sfida è innovare il pensiero”

“Dobbiamo assicurarci di non retrocedere nel progresso tecnologico e creare al contempo una dilatazione temporale che ci permetta di ripensare e rinnovare nel profondo le nostre pratiche, insieme alle strutture sociali, istituzionali e legali a supporto. L’innovazione tecnologica senza l’innovazione del pensiero non ci porterà lontano. L’efficacia del pensiero necessita infatti di profondità, quindi è necessario creare una dilatazione per la riflessione in questa incessante accelerazione”.

Nella visione delineata a Repubblica da Simona Tiribelli, director for Ethics, AI, & Global Health presso l’Institute for Technology & Global Health di Boston, si condensa un contrasto distintivo dell’esperienza digitale vissuta durante la pandemia: se da un lato l’emergenza economico-sanitaria ha messo in mostra le tante opportunità offerte dalla rivoluzione digitale, dall’altro non c’è stato nemmeno il tempo di riflettere sugli impatti della rivoluzione stessa.

Oltre a guidare il laboratorio di policy, ricerca e innovazione sulle nuove frontiere tecnologiche per la promozione e la tutela della salute globale di Boston, nato dallo spin-off del Mit PathCheck Foundation, la ricercatrice classe 1993 è impegnata presso l’Università di Macerata nell’ambito della filosofia morale e dell’etica applicata all’intelligenza artificiale.

Vincitrice nel 2019 di una delle prestigiose borse Fulbright, visiting fellow presso il Mit Media Lab nel 2021 e co-founder nonché vicepresidente della community Fatti di Algos, Tiribelli si è occupata fin da suoi primi passi del rapporto tra l’uomo e la tecnologia, e in particolare dei risvolti etici di questo legame. Sotto questo punto di vista, la pandemia ha rappresentato senza dubbio un ambito estremamente ricco di spunti di analisi e riflessione, soprattutto in ottica futura.

L’innovazione digitale sta impattando soprattutto sulla vita professionale delle persone, abilitando modelli ibridi e innovativi. Eppure, nell’immaginario collettivo, prevale una percezione di minaccia più che di opportunità. Lo spostamento dell’ago della bilancia è solo una questione di fiducia? Cosa significa creare fiducia nell’innovazione digitale?

“Sebbene non sia l’unica, la fiducia è sicuramente una condizione abilitante cruciale per l’innovazione digitale, soprattutto in termini di adozione e uso effettivo delle tecnologie digitali. Maggiore è il livello d’impiego o l’intenzione di impiegare le tecnologie digitali in ambiti personali e sociali fondamentali, dal lavoro alla salute, e maggiore è il grado di fiducia richiesto ai cittadini affinché tale impiego risulti davvero efficace e sostenibile anche in termini di costi-benefici. Nell’idea di innovazione digitale sostenibile in senso etico, ovvero un’innovazione che rispetti e promuova il benessere dell’umano e dell’ambiente, la fiducia non può però essere né costruita a tavolino né indotta. Una “fiducia artificiale” è infatti svuotata delle sue componenti ed è di breve durata”.

Simona Tiribelli 

Se non si può né costruire né indurre, da dove nasce allora la fiducia? E soprattutto, quali sono gli elementi che le danno forma e sostanza?

“La fiducia ha sia una componente razionale che una irrazionale. Io ripongo fiducia in qualcosa o prevalentemente in qualcuno spesso quando conosco quel qualcosa o quel qualcuno, che ha mostrato in precedenza un certo margine di garanzia in termini di evidence di buon comportamento o funzionamento. Per generare fiducia è dunque necessario lavorare su una dimensione epistemologica: generare fiducia significa sia generare conoscenza in termini di prove empiriche che quel qualcosa che sto applicando in quel determinato settore sia efficace, sia conoscenza come consapevolezza, il che significa conoscere sia le opportunità che i rischi di ciò che sto utilizzando e, al contempo, su come allocare responsabilità per ciascuno di essi”.

Conoscenza e consapevolezza sono sufficienti o serve anche altro?

“Dobbiamo sempre ricordare che la fiducia ha anche una componente irrazionale: ad esempio quando ripongo o non ripongo fiducia in qualcosa o qualcuno sperando che le cose non vadano male. Questo significa che per generare fiducia è necessario non trascurare o innescare eccessivamente la dimensione emotiva o emozionale. Se prendiamo l’innovazione, la narrazione della tecnologia tende a fare della paura e degli allarmismi la propria logica, ma così facendo si cattura l’attenzione senza informare, mirando alle cosiddette emozioni primarie, come la paura, l’interesse, la curiosità. Alcune di queste possono essere propedeutiche per l’apertura a un dialogo serio sui rischi e i benefici dell’innovazione digitale, ma se invece che solo aprire anche chiudono il cerchio del dibattito, lo svuotano e riducono a mera retorica, a un pensiero veloce, mancante di profondità e criticità. Qui l’etica della comunicazione digitale svolge un ruolo cruciale per la auto-generazione di fiducia nella sfera pubblica e dovrebbe divenire parte dell’insegnamento a ogni livello”.

Districarsi nell’innovazione digitale, però, non è un gioco da ragazzi, specialmente per i non addetti ai lavori.

“La generazione della fiducia nell’innovazione digitale è senz’altro un lavoro complesso e multidimensionale. L’etica delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale impegna la propria riflessione proprio nel rendere più intellegibile e nel destrutturare questa complessità, lavorando nell’individuare, anticipare e affrontare le questioni problematiche e i rischi che l’innovazione tecnologica solleva a livello individuale, relazionale, istituzionale, sociale”.

Al di là dei nostri sforzi personali, dobbiamo pretendere che lo sviluppo tecnologico consideri a monte questi effetti collaterali, cercando di minimizzarli se non di azzerarli? Può davvero esistere un’etica dell’innovazione, delle tecnologie e degli algoritmi by-design?

“Certamente, e credo che pretesa sia il sostantivo giusto. Oggi dobbiamo pretendere che ci sia un approccio di ethics by design esteso sia a livello di design istituzionale, che costituisce un vaglio ex post di quali tecnologie è bene adottare o meno, soprattutto in contesti sensibili, sia a livello privato, specialmente nello sviluppo di particolari tecnologie come quelle basate su algoritmi. L’analisi etica ex ante dovrebbe essere imprescindibile in tutti i processi di design e sviluppo tecnologico. Azzerare i rischi che le tecnologie possono porre è però un’idea utopistica, perché non disponiamo di una conoscenza predittiva e omnicomprensiva di tutti i potenziali rischi accidentali e intenzionali che il design, l’implementazione e l’uso delle tecnologie possono sollevare. Il compito dell’etica delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale è piuttosto fornire gli strumenti per individuarli e prevenirli. E, dove non è possibile, di mitigarli al fine di massimizzare i benefici dell’innovazione tecnologica in supporto all’umano e all’ambiente. Solo un’innovazione digitale che incorpori l’etica by design può definirsi intrinsecamente sostenibile”.

Il fatto che la trasformazione digitale stimolata e indotta dalla pandemia sia figlia di un contesto emergenziale, e non di un contesto naturale, rappresenta un vantaggio o uno svantaggio in ottica futura?

“Entrambi. Il vantaggio è che la pandemia ha ampiamente mostrato che le tecnologie digitali, che pensavamo uno strumento opzionale, hanno il potenziale di funzionare come l’unico modo per fare qualcosa. Che la trasformazione digitale avesse riplasmato il modo in svolgiamo certe pratiche o accediamo a certi servizi era già ben noto. Meno noto era invece il pensiero e la possibilità di rapportarci a questo nuovo modo come l’unico modo. La pandemia ha riconfermato il potenziale delle tecnologie di offrirci spazi, modi e tempi alternativi per fare le cose, molto spesso altamente funzionali. Lo svantaggio è la dimensione dell’accelerazione connotante l’emergenza epidemiologica attuale: quando parliamo di pratiche e attività ci rivolgiamo alla dimensione dell’umano, e la parte umana, a differenza di quella tecnologica non era preparata a ripensare profondamente le proprie stesse pratiche. Così, abbiamo assistito a un fenomeno paradigmatico: nuove app o servizi digitali aumentare radicalmente le loro capacità di elaborazione dati e supporto informazionale e, al contempo, un faticoso e forzato riadattamento di pratiche umane ormai consolidate a contesti spazio-temporali nuovi”.

Possiamo sperare in un riallineamento di questi equilibri o dobbiamo rassegnarci a un certo grado di sbilanciamento? 

“Non solo possiamo sperare, ma dobbiamo agire e farlo in modo ordinato. Nell’auspicata uscita dal contesto emergenziale dobbiamo assicurarci di non retrocedere nel progresso tecnologico, ma al contempo creare una dilatazione temporale che ci permetta di ripensare e rinnovare nel profondo le nostre pratiche, insieme alle strutture sociali, istituzionali e legali a supporto. Dobbiamo far sì che questo cambiamento non sia forzato o guidato inevitabilmente e ancora una volta dal passo dello sviluppo tecnologico, ma che sia riorientato e ripensato a partire da una profonda riflessione e un’innovazione, in primis, del pensiero. L’efficacia del pensiero necessita infatti di profondità, quindi è necessario creare una dilatazione per la riflessione in questa incessante accelerazione”.

Fonte : Repubblica