La privacy secondo Craig Federighi: “Per Apple è libertà di scelta”

“Privacy. Questo è iPhone”. I cartelloni dell’ultima pubblicità Apple sono ovunque nelle grandi città italiane. Una scelta apparentemente bizzarra, quella di partire da una funzione che non si vede, non si tocca, non si sente, non si può mostrare agli amici: “Ma ci sono anche quelli che parlano della fotocamera o del 5G, caratteristiche importanti per i nostri clienti”, spiega Craig Federighi, Vice presidente del reparto software di Apple. 52 anni, origini italiane, ciuffo curatissimo di capelli grigi e sorriso smagliante, è responsabile dello sviluppo dei sistemi operativi iOS e macOS, e come tale è stato in video per quasi la metà del keynote di apertura dell’ultima WWDC, la conferenza mondiale degli sviluppatori Apple. “Da decenni progettiamo i nostri prodotti mettendo la privacy in primo piano – spiega in una conversazione esclusiva con Italian Tech – ma ora il grande pubblico sta diventando sempre più consapevole delle conseguenze di una scarsa o inesistente protezione dei dati personali. A partire dall’acquisto di un dispositivo o un altro, ci sono scelte che ognuno può fare per tutelare la sua privacy. Noi vogliamo che questo diventi un argomento di discussione”. 

Le novità
Così, nel video della WWDC, Federighi si lancia con una mossa da James Bond attraverso un passaggio segreto che porta nei laboratori Apple e presenta soluzioni come Private Relay, con cui navigare in maniera anonima e criptata, o il nuovo report sulla privacy che permette di controllare i dati condivisi dalle varie app. Siri ora funziona senza inviare audio ai server remoti, poi c’è Mail Privacy Protection, che blocca i pixel di tracciamento nelle mail, sfruttati soprattutto dal mercato del marketing diretto e delle newsletter.

Mentre in Italia la privacy è per alcuni politici un fastidioso intralcio, per Apple è “un diritto umano fondamentale” Chi ha ragione e chi ha torto? “Mi piace credere che abbiamo ragione noi”, risponde Federighi. “Quando si considera come un dato di fatto, come un vincolo insormontabile la protezione dei diritti, e dunque anche della privacy, allora l’innovazione trova il modo di risolvere i problemi all’interno di quei parametri. Ma se questo non accade, ecco che i diritti possono essere calpestati molto facilmente: perciò noi crediamo che non ci sia spazio per compromessi”. 

Riaprire la discussione
Apple ha avuto il merito di riaprire la discussione sulla privacy quando molti si erano già rassegnati alla sua perdita definitiva, tra lo strapotere delle aziende hi tech e la pigra ignavia della politica. Ma davvero deve essere Cupertino a tutelare i nostri dati più di quanto non sappia fare il nostro Governo (o quello americano, al quale l’azienda si oppose anni fa in un caso che fece scalpore)? “Penso che ciascuno debba fare la sua parte”, osserva Federighi. “Noi possiamo creare nuove funzioni, inventare nuove tecnologie per offrirle ai clienti, ma anche metterle a disposizione dei governi come esempio di ciò che è possibile fare per tutelare la privacy, poi spetta ai legislatori creare le regole”.  

Il rischio è che gli utenti di iPhone o Mac possano essere avvantaggiati nella difesa di un loro “diritto umano fondamentale” rispetto a chi usa Android o Windows. La privacy diventerebbe così una cosa da ricchi, visto che tendenzialmente chi sceglie Apple ha una disponibilità economica maggiore. “Dobbiamo pensare globalmente e agire localmente. Tra qualche anno, guardando indietro, si capirà che non abbiamo solo offerto ai nostri clienti funzioni per garantire la loro privacy, ma abbiamo anche influenzato l’industria nel suo complesso e contribuito in questo modo a migliorare il modo in cui le altre piattaforme trattano i dati di chi le usa. Abbiamo indicato la strada, e oggi la privacy è entrata anche nell’agenda dei nostri concorrenti. Penso che questo sia un bene”. 

Diritto di scegliere
Ma, mentre Google presenta per Android 12 soluzioni per il controllo dei dati analoghe a quelle adottate qualche mese fa su iPhone, Private Relay di Apple funziona solo su Safari e non su Chrome o su altre app. “Se dovessimo rendere anonimo tutto il traffico che ha meno implicazioni sulla privacy, come lo streaming da Netflix, distruggeremo il modello economico di iCloud+, così concentriamo le nostre energie dove possiamo avere un impatto maggiore sulla privacy degli utenti”, chiarisce Federighi. Che all’obiezione secondo cui l’anonimato sul web potrebbe favorire crimini come la pirateria o l’hate speech risponde così: “Le comunicazioni tramite FaceTime o Messaggi sono crittografate, ma si svolgono tra singoli individui o gruppi molto piccoli, non certo milioni di persone. È una situazione paragonabile a un caffè con amici, non è come essere sulla pubblica piazza, quindi è difficile che odio, disinformazione, infrazioni di copyright acquistino una dimensione rilevante”. 

Secondo un recente sondaggio, il 96 per cento degli utenti di iPhone avrebbe deciso di negare alle app il consenso al tracciamento. “Non abbiamo statistiche ufficiali”, puntualizza però Federighi, e aggiunge: “Non è importante che la proporzione sia 50/50 o 5/95 o 95/5, purché l’utente sia stato informato dell’uso dei suoi dati e possa scegliere se dare il suo consenso oppure no. Questo è per noi il successo: dare la possibilità di scegliere”. 

 

Fonte : Repubblica