Boy George, 60 anni da icona pop

I nightclub londinesi e il new romantic, il successo planetario con i Culture Club, le love story segrete, le dipendenze e il ritorno sulle scene. Ritratto-di-compleanno di un artista che non annoia mai

(Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images)

Gli è sempre piaciuto camminare per strada ed essere fissato. Icona gay, performer, dj, cantante, fashion designer. Boy George ha avuto mille vite in una. Un tipo sicuro, sbruffone, senza paura di essere la lama rovente nel burro del perbenismo. Questa, almeno, l’immagine che dava perché, in realtà, soprattutto tra i favolosi 80 e ’90, era un concentrato di fragilità che, una volta uscite allo scoperto come un vaso di Pandora, lo portarono al carcere, all’abuso di droghe, ma anche al declino dopo uno sfavillante successo. Oggi, 14 giugno, compie 60 anni e, a dare uno sguardo a quello che ha fatto, potrebbe tranquillamente averne il doppio: passò dai club londinesi, che lanciarono il new romantic in pieno post punk, ai dancefloor come dj, non si è fatto mancare qualche capatina sui tabloid per le follie provocate dalle sostanze stupefacenti. Poi la redenzione che non interessava più ai paparazzi che ne seguivano ogni mossa. Insomma, Boy George non faceva più scandalo come quella volta che, a Sanremo, nel 1984, finì sulle prime pagine perché all’aeroporto di Nizza non volevano farlo passare. Motivo? Secondo le autorità aeroportuali sul passaporto c’era la foto di un uomo, ma davanti avevano una donna. Ladies and gentlemen ecco a voi vita, morte e resurrezione di Boy George.

Born to be a pink sheep

George Alan O’Dowd aka Boy George l’esibizionismo ce l’ha sempre avuto nel sangue. Il ragazzo di Eltham, quartiere di south London, prima di diventare una delle icone pop anni ’80 ha passato un’infanzia solitaria, nonostante una famiglia formata numerosa dai genitori e i cinque fratelli. Più che una pecora nera, però, si è sempre definito una pink sheep. Tanto che, non appena gli fu data la possibilità, tagliò il cordone ombelicale a suon di look eccentrici con i quali partecipava alle serate del Blitz, il nightclub dal quale prese vita il movimento culturale new romantic.

Altro che Bow Wow Wow

Durante le scorribande al Blitz Malcom McLaren – il Deus ex machina dei Sex Pistols e del lancio del voguing (prima di Madonna) grazie alla hit Deep in Vogue – fu incuriosito dalla presenza di Boy George che, nel frattempo, era pure finito sul magazine di stile i-D vestito da suora con, tra le mani, un crocifisso che, diceva, gli era stato dato direttamente dal Vaticano. McLaren lo piazzò, con il nome d’arte Lieutenant Lush, come vocalist di supporto della neonata band Bow Wow Wow. La sua presenza non fu ben digerita dell’altra cantante Annabella Lwin: lo scontro era dietro l’angolo e il cantante lasciò la formazione per crearne una tutta sua. Così unì il bassista giamaicano Mickey Craig, il batterista e percussionista anglo-ebreo Jon Moss e il chitarrista e tastierista anglo-sassone Roy Hay. Un melting pot che non poteva che prendere il nome di Culture Club. Una demo ben piazzata e l’album di debutto, Kissing to Be Clever, nel 1982, è servito. I primi due estratti White Boy e I’m Afraid with Me, non ottennero i consensi sperati. Si puntò tutto, allora, su un pezzo reggae che, da lì a poco, regalò alla band il successo planetario: Do you Really Want To Hurt Me, che arrivò in vetta alla top 10 UK e fu tra i più ascoltati negli States. Boy George piaceva a tutti, grandi e piccoli, nonne e nipoti. La consacrazione arrivò con il secondo disco Colors by Numbers e due canzoni destinate a rimanere nella storia della musica Karma Chameleon (sugli amori fugaci di una notte) e la splendida ballad Victims (inno all’amore omosex) in cui George parla della sua relazione segreta con il batterista Moss. Una love story che andò avanti fino al 1985. E doveva rimanere nascosta per volere dello stesso batterista. Per questo, molte delle canzoni della formazione britannica facevano riferimento alla passione clandestina tra i due componenti, che generò frustrazione e inghiottì il frontman in un vortice di droghe fino alla separazione da Moss. Il risultato? Gli album successivi, Waking Up with the House on Fire e From Luxury to Heart, furono deludenti, la tossicodipendenza di George divenne deleteria e la band si sciolse. I Culture Club non esistevano più.

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Cadute e risalite

La turbolenta vita umana e professionale di Boy George iniziò a essere abbonata alle riviste scandalistiche. Se da un lato la carriera solista e l’album Sold ottenevano un discreto successo, dall’altro c’erano i problemi con la giustizia e le dipendenze che lo portarono quasi alla morte. Nonostante questi alti e bassi, riuscì a fondare l’etichetta More Protein mettendo in piedi Jesus Loves You, progetto di musica acid jazz, techno e dance. L’album The Martyr Mantras coinvolgeva addirittura le star dell’elettronica Paul Oakenfold e i Massive Attack. I riscontri non erano come quelli dei Culture Club, ma Boy George si stava riprendendo e quella via rappresentava un nuovo percorso di vita.

Il ritorno mainstream

Nel 1992 il successo mondiale ritornò con la hit The Crying Game inserita nella colonna sonora del film da Oscar La moglie del soldato di Neil Jordan. Dopo quell’esperienza iniziò una carriera da dj per tutta l’Europa. Cinque anni più tardi i Culture Club si riunirono dando vita al concerto Storytellers Live, cui fece seguito l’uscita della compilation Greatest Moments. Arrivarono anche il nuovo disco Don’t Minf If I Do e un tour celebrativo per i 20 anni della band. Ma dopo tutti i festeggiamenti il gruppo si sciolse nuovamente.

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La ricaduta

Boy George non restò con le mani in mano e si diede al musical con Taboo, come l’omonimo locale di Leigh Bowery, artista prematuramente scomparso che fu un amico e faro per lui. Lo stesso cantante, nello spettacolo, ne interpretava il ruolo. Lo show andava benissimo con tanto di nomination ai Tony Awards nelle categorie Best Original Score, Outstanding Lyrics e Outstanding Music. Nonostante i riscontri positivi, però, George combatteva una battaglia impari contro la sua tossicodipendenza: fu arrestato nel 2005 a Manhattan per falsa denuncia di furto con scasso e possesso di cocaina. E tre anni dopo, a Londra, fu condannato per aggressione e detenzione di stupefacenti, finendo in prigione per quattro mesi.

La redenzione

“Ho perso la corona? Tornerò mai a essere re?”, questa era una strofa di King Of Everything, il singolo che preannunciava il ritorno di Boy George. E che mostrava nuovamente le fragilità dietro la voglia di farcela. Ora Geroge è un uomo diverso grazie al buddismo e a una vita più equilibrata (vegano). Vive nella sua casa gotica vittoriana ad Hampstead, dove prima abitava Marty Feldman (l’Igor di Frankenstein Junior), non si fa più chiamare GOD (dal suo vero nome GeorgeO’Dowd), ha perso chili, ha fatto pace con tutti (anche con l’ex amante Moss) e si è completamente disintossicato. Ha riunito i Culture Club per un tour che ne celebrava i 30 anni, si è dato alla pittura, ma anche alla tv come giudice di The Voice in UK e Australia. Chissà come vivrà questi 60 anni. Probabilmente, dietro lo sguardo malizioso e la risata trascinante sta già architettando un modo per tornare nuovamente alla ribalta. Perché la pink sheep perde il pelo, ma non il vizio.

Boy George a San Diego, California, nel 2016 (foto: Getty Images)

Fonte : Wired