I predatori dell’arca perduta: i 40 anni di Indiana Jones

Era il 12 giugno 1981 quando il mondo del cinema veniva travolto da un uragano chiamato Indiana Jones. L’archeologo nato dalla fantasia congiunta di George Lucas e Steven Spielberg superò ogni più rosea aspettativa, si impose come titolo di riferimento al botteghino in quell’anno, dominò anche gli Academy Awards , portandosi a casa ben cinque statuette. Ma soprattutto, diventò un’icona in grado di attraversare i decenni, di legarsi a più generazioni come pochi altri personaggi nella storia del cinema.
Ora, a quarant’anni di distanza, è giusto guardarsi indietro, capire perché nonostante il tempo, le mode, lo stravolgimento della settima arte, l’annuncio della quinta avventura di Harrison Ford nei panni del celebre archeologo abbia comunque mandato in fibrillazione il pubblico di mezzo mondo.

La creatura di due cineasti geniali

George Lucas era dai tempi di American Graffiti che voleva creare un film su Indy . Nella sua mente, desiderava unire l’amore per i film serial e i b-movies della RKO degli anni ’30, con l’adventure ispirato ai romanzi d’appendice, con quel pizzico di fantasy e horror per cui andava pazzo.
Tuttavia, dato il suo carattere pessimista, non si decise ad agire finché non trovò un concreto aiuto nel suo amico Steven Spielberg, lo stesso che poi si era sempre detto sicuro del successo di Star Wars anche a dispetto dello scetticismo di George.
Lucas, quando l’ipotesi si fece molto più concreta, offrì però la regia a Steven, stanco per il tour de force dietro la macchina da presa che le avventure nella galassia lontana avevano comportato.
Spielberg, reduce dal successo di quel capolavoro di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, non si fece pregare due volte. Del resto il concept di Lucas era in tutto e per tutto una versione molto simile a quei Bond movie che da sempre sognava di dirigere (sogno purtroppo mai realizzato).
Indiana Jones fu creato ispirandosi a grandi archeologi dell’età vittoriana e dei primi del ‘900, quando la Gran Bretagna e l’America avevano spedito avventurieri possessori di cattedre in giro per il mondo a conoscere le culture più lontane e misteriose, a raccogliere i reperti più esotici e suggestivi.

Con Indiana Jones, Lucas e l’amico sceneggiatore Philip Kaufman fin da subito pensarono fosse una grande idea contrapporre chi invece la conoscenza l’aveva concepita come un’arma e una porta verso poteri occulti e tremendi: i nazisti.
Il personaggio doveva essere un uomo solitario, simpatico, affascinante ma ammantato di ironia e amore per la conoscenza, insomma un gentiluomo amante dell’avventura e dell’imprevisto. Era nato Indiana Jones.

Una genesi a dir poco difficoltosa

Per il ruolo come noto si pensò a Tom Selleck, che però non poté abbandonare la serie Magnum P.I. e per altro non parve molto interessato al copione, che a una prima occhiata gli sembrò ben poco interessante.
Lucas fin da subito fu incoraggiato da Spielberg a reclutare Harrison Ford, ormai una star internazionale grazie al suo Han Solo, ma l’amico era scettico, non amava infatti l’idea di avere un attore-feticcio, ma quando apparve chiaro che non si poteva avere Selleck, non rimasero molte alternative.
Entusiasta, Ford arrivò a sottoporsi a intensi allenamenti per acquistare la giusta forma fisica e padroneggiare la frusta.
Le riprese, svoltesi in Francia, negli studios inglesi e alle Hawaii non ebbero grandi intoppi, ma quelle in Tunisia si rivelarono un incubo.
Spielberg si era portato dietro (in modo previdente) cibo in scatola, ma il resto della troupe e il cast invece si avventurarono verso le pietanze locali, con risultati terribili. Anche Ford, John Rhys-Davies e Paul Freeman furono colpiti da disturbi gastrici e dissenteria. Come se non bastasse, c’erano sovente oltre 50 gradi. In breve ben 150 persone si trovarono in condizioni sanitarie ben poco invidiabili. Tanto per non farsi mancare nulla, tempeste di sabbia e nugoli di mosche si fecero vivi costantemente durante le riprese.
Per la famosa scena dei serpenti dentro la catacomba egiziana, Spielberg sparse la voce che voleva ogni serpente ammaestrato disponibile, visto che i 700 arrivati non gli bastavano. Da Europa e Inghilterra, in breve, giunsero qualcosa come cinquemila rettili, il che non fece che aumentare stress e pericoli durante le riprese.

Un film che andò contro il mood dell’epoca

Alla fin fine, a forza di spese crescenti e di velivoli rifatti su misura, si creò un film unico, incredibile, in cui spavento, divertimento, ironia e ritmo, la facevano da padrone.
La realtà è che (con 385 milioni di dollari d’incasso) Indiana Jones ebbe successo andando anche contro il mood del cinema di quel tempo, che vedeva nella fantascienza e nei film sugli ufo i veri protagonisti.
Lucas aveva iniziato il percorso in modo più plateale, ma già l’anno dopo Ridley Scott aveva mostrato al mondo il suo Alien, Spielberg il già citato Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, mentre la saga de Il Pianeta delle Scimmie continuava con grande successo. Solo due anni prima era uscito anche Mad Max.

La Guerra Fredda e la corsa allo Spazio avevano creato nuovi miti e mostri, si temevano intelligenze aliene, poteri venuti da fuori, lo sguardo era rivolto al futuro, ma anche ai pericoli connessi alla tecnologia, al possibile olocausto nucleare.
Com’era possibile che un archeologo con la frusta che girava il mondo cazzottando con nazisti e cercando tesori mitologici avesse avuto tanto successo? Il segreto era nel fatto che Jones riuniva in sé le caratteristiche di personaggi trasversali transgenerazionali.
In lui vi era qualcosa di Zorro e dei paladini western alla James Stewart, vi era un po’ di James Bond e degli eroi a cui aveva donato il suo sorriso seducente Errol Flynn. Ford aggiunse a quel personaggio ironia, umanità, espressività e dinamismo, lo rese icona di stile certo, ma in fondo Indy piacque anche perché era un improvvisatore, un pasticcione, un coraggioso incosciente coperto di stracci e ferite.

Sono passati 40 anni da quando Indiana Jones è entrato nelle nostre vite. Decennio dopo decennio, quel matto di archeologo, seduttore impenitente ma anche un po’ sfigato, rissaiolo di talento e tuttologo di grande fascino, è diventato il più popolare eroe del cinema.
Lo è stato perché benedetto da due sequel eccezionali. Il Tempio Maledetto si spostò verso le tinte horror mentre L’Ultima Crociata fu il più nostalgico e complesso per tematiche.
Forse per questo non vediamo l’ora di rivederlo e ci rifiutiamo di dirgli addio: sappiamo che non ce ne saranno altri come lui, e che solo riguardando le sue avventure potremo chiudere gli occhi e far finta di non essere dentro le nostre vite.

Fonte : Everyeye