La presenza turca in Libia crea le prime spaccature nel governo

Quando l’avvocata Najla el Mangoush è stata nominata ministra degli esteri della Libia, a marzo, la notizia ha conquistato le prime pagine dei giornali: è la prima donna a ricoprire quell’incarico in Libia e la quarta in un paese arabo. Poche settimane dopo El Mangoush è tornata sotto i riflettori, stavolta come vittima di una massiccia campagna d’odio. Una campagna che ha raggiunto il culmine quando un gruppo di miliziani dell’ovest della Libia ha fatto irruzione all’hotel Corinthia di Tripoli, dove c’è la sede temporanea del consiglio presidenziale (l’organo che al momento fa le veci del capo dello stato). In un video di quell’episodio si sentono slogan che invocano le dimissioni della ministra.

Come si è arrivati a questo punto? La situazione è precipitata dopo che El Mangoush, durante la sua visita di fine aprile in Italia, ha detto di aver chiesto che tutti i soldati stranieri e i mercenari se ne vadano dalla Libia. Rispondendo a una domanda sulla Turchia, la ministra ha precisato: “Abbiamo chiesto a tutti, Turchia compresa, di collaborare all’allontanamento di tutte le forze armate straniere dal territorio libico”.

La sua dichiarazione è stata ripresa dai sostenitori del generale Khalifa Haftar – comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), con base a Bengasi – ed è stata rilanciata dai mezzi d’informazione a lui vicini per condannare la presenza dei soldati turchi nel paese. Ma, naturalmente, ogni azione in Libia ha una reazione contraria e più forte. La dichiarazione di El Mangoush ha scatenato anche la fazione opposta. Khalid al Mishri, presidente dell’Alto consiglio di stato di Tripoli ed ex esponente della Fratellanza musulmana libica, ha criticato le parole di El Mangoush, sostenendo che il governo di transizione non può decidere di cancellare né di modificare un accordo legittimo (come quello che era stato stretto tra Tripoli e Ankara).

Samira al Ezabi, portavoce del partito Giustizia e costruzione, che è l’ala politica della Fratellanza musulmana in Libia, ha scritto su Facebook: “L’appello della ministra degli esteri libica per il ritiro delle forze armate turche è sorprendente, soprattutto se si considerano la presenza dei mercenari russi nel paese e le notizie di nuove forniture di armi ad Haftar. La ministra degli esteri non capisce che le forze turche presenti in Libia sono intervenute per sostenere la stabilità del paese, in base a un accordo ufficiale?”.

Insulti online
Il 2 maggio la Fratellanza musulmana libica ha annunciato di aver dato vita a un’ong, la Società per la resurrezione e le riforme, non più affiliata ai Fratelli musulmani di altri paesi arabi. Eppure gli attacchi a El Mangoush sono arrivati anche dall’estero, da persone vicine agli ambienti islamisti. Un politico tunisino, che è stato anche consigliere dell’ex presidente Moncef al Marzouki, si è scagliato contro El Mangoush su Twitter, paragonandola a una lucertola e a un serpente. Saber Mashhour, un noto youtuber che fa parte dell’opposizione islamista egiziana attiva in Turchia, ha dedicato alle polemiche contro la ministra libica uno dei suoi video in cui fa un miscuglio di teorie del complotto senza fondamento. Ha inventato una storia secondo cui la Cia avrebbe fatto per nove anni il lavaggio del cervello a El Mangoush per prepararla a diventare ministra, con l’unico obiettivo di scacciare la Turchia dalla Libia. Perfino il gran muftì della Libia, Sadiq al Ghariani, in un discorso in tv ha ricordato il sostegno offerto dalla Turchia e ha chiesto che la ministra sia licenziata.

Molte dichiarazioni ed eventi fanno pensare che dietro gli attacchi contro El Mangoush ci sia la Fratellanza musulmana. Secondo altri invece sono motivati semplicemente dal fastidio verso una donna che occupa un ruolo di potere. Nessuna delle due ipotesi tiene però conto di tutti i fattori in campo né racconta la storia nella sua integralità.

Per un paese che finora ha conosciuto solo un gioco politico a somma zero, è normale considerare El Mangoush – o qualsiasi altro politico – sulla base di chi sostiene o contrasta. Se la ministra sembra essere dalla parte di Haftar è solo perché ha parlato esplicitamente dell’esercito turco, e si è espressa in generale sulla presenza di altre truppe e mercenari che combattono al fianco di Haftar, dal gruppo russo Wagner, una compagnia di sicurezza privata vicina al Cremlino, ai mercenari ciadiani e sudanesi. È un argomento delicato, perché entrambi gli schieramenti considerano la loro presenza come una garanzia dell’equilibrio delle forze in campo.

Appena un anno fa, Tripoli era assediata dalle truppe di Haftar e bombardata ogni giorno. Solo la Turchia ha offerto sostegno al governo di Tripoli, mentre tutte le potenze internazionali e regionali sono rimaste a guardare, in attesa che emergesse un vincitore. Haftar è stato fortemente sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Russia, dall’Egitto e dalla Francia. E anche quando è stato sconfitto, Haftar ha avuto la possibilità di rimettersi in piedi e mantenere uno stato parallelo, nonché il controllo su ampie aree della Libia.

Oggi è normale che la Turchia pretenda la sua fetta di torta e che cerchi di proteggere in modo aggressivo i suoi interessi. Il governo di transizione è nato dalla solita vecchia ricetta per il disastro, cioè da un accordo politico basato sulla divisione del paese tra rappresentanti provenienti da tre diverse regioni della Libia. Nel momento in cui Haftar sembra ottenere un vantaggio politico e molti dei suoi alleati reclamano ruoli importanti all’interno delle nuove autorità, è prevedibile che l’altro schieramento passi al contrattacco sostenendo che gli ex avversari non stanno rispettando i patti.

Tutto questo ci porta alla domanda successiva: quali sono le reali garanzie per fare in modo che le prossime elezioni si svolgano come da programma? E perché mai dovremmo pensare che questa volta le diverse fazioni rispetteranno i piani?

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Fonte : Internazionale